Ricchi e multimiliardari latinoamericani
Le repubbliche nate dopo i processi di indipendenza partirono da quell’eredità coloniale. Nel corso del XIX secolo l’uso dei meccanismi di mercato (incluso il contrabbando), la riproduzione e l’eredità dei latifondi (haciendas, piantagioni), lo sviluppo di economie primario-esportatrici (cacao, caffè, zucchero, guano; attività minerarie) e, naturalmente, la persistenza dello sfruttamento del lavoro, consolidarono la formazione di famiglie (dinastie) ricche, attorno alle quali orbitava il potere politico.
Con l’avanzare del XX secolo si sviluppò il capitalismo latinoamericano, molto diverso da quello classico europeo o nordamericano. Persistettero dinastie e alcune instaurarono regimi oligarchici sanguinari: Somoza (Nicaragua), Trujillo (Repubblica Dominicana), Duvalier (Haiti), Stroessner (Paraguay). Tuttavia, l’accumulazione capitalistica privata non derivò solo dall’appropriazione e redistribuzione del plusvalore (nei termini di K. Marx), ma anche dalla diversificazione delle attività imprenditoriali che sfruttarono i meccanismi del mercato interno ed esterno, la speculazione fondiaria, gli investimenti monetari o creditizi e molte altre formule che hanno caratterizzato la formazione delle élite ricche.
Il desarrollismo degli anni Sessanta e Settanta implicò la partecipazione economica dello Stato, che favorì anch’esso la crescita imprenditoriale. All’estremo opposto rispetto ai ricchi vi fu lo sfruttamento della forza lavoro con salari sempre bassi, mentre si ampliava il settore della popolazione “informale”, costretto a inventare differenti forme di sopravvivenza economica. Su questi processi crebbero in America Latina borghesie rentier, poco innovative o “schumpeteriane”, salvo rare eccezioni.
L’implantazione del neoliberismo negli ultimi decenni del XX secolo accentuò la deregolamentazione dei mercati, il boom degli affari e la privatizzazione di beni e servizi pubblici, che rappresenta in definitiva il trasferimento del valore socialmente generato a un beneficiario privato, un fenomeno che ha suscitato reazioni sociali e denunce di corruzione pubblica e privata. Si è inoltre evidenziata la concentrazione della ricchezza in una serie di famiglie: Slim, Larrea, Salinas, Bailleres (Messico); Safra, Lemann, Moreira Salles, Herrmann Telles, Sicupira, Saverin (Brasile); Lukšić, Matte (Cile); Bulgheroni, Galperin (Argentina); Sarmiento (Colombia), oltre ad altre in diversi Paesi.
Vi sono poi presidenti milionari: Juan Carlos Varela, Horacio Cartes, Mauricio Macri, Sebastián Piñera, Vicente Fox, Ricardo Martinelli, Pedro Pablo Kuczynski, Luis Abinader, Guillermo Lasso, Daniel Noboa. La fortuna del messicano Carlos Slim è la più elevata della regione e ammonta a circa 126 miliardi di dollari. Secondo studi della CEPAL e di Oxfam, l’1% più ricco accumula 216 volte più ricchezza della metà più povera della popolazione regionale; nel 2025 la ricchezza dei multimiliardari è cresciuta tre volte più rapidamente; il 53,8% dei super-ricchi eredita ancora la propria fortuna; il 10% più ricco percepisce circa il 34,2% del reddito totale, mentre il 10% più povero riceve appena l’1,7%. In Ecuador, una ricerca di Aecuatoris (https://t.ly/1zkf4) evidenzia che i mega-ricchi hanno entrate medie di 261 mila dollari mensili, mentre il salario minimo è di 482 dollari al mese (2026).
Con l’inizio del XXI secolo sono emerse nuove forme di accumulazione della ricchezza. Se in passato si confidava nel possesso di capitale fisso, si è affermato l’uso del “capitale tecnologico”, che controlla codici, algoritmi, dati personali o di mercato, permettendo un arricchimento in tempi più brevi. Si tratta delle “piattaforme digitali” di ogni tipo, che hanno spinto l’economista greco Yanis Varoufakis a sostenere l’esistenza di un “tecnofeudalesimo” contemporaneo (Tecnofeudalesimo: Il silenzioso successore del capitalismo, 2024): i “proprietari della nuvola” estraggono rendite, poiché ogni volta che qualcuno vi accede paga una sorta di “pedaggio” al “signore feudale” proprietario del “territorio digitale”.
I lavoratori sono “autonomi”, utilizzano i propri mezzi, sono liberi negli orari, ma i loro redditi sono aleatori, senza contratti o salari fissi né diritti del lavoro. Nel capitalismo classico la ricchezza proveniva dalla produzione materiale e dal mercato di beni e servizi; ora proviene dai “servi digitali” che arricchiscono un minuscolo gruppo di proprietari. La tesi di Varoufakis può estendersi anche all’America Latina, dove si distinguono Mercado Libre (Argentina), Nubank (Brasile), Betterfly (Cile), Rappi (Colombia) o la globale Uber.
La precarietà lavorativa dei “lavoratori fantasma” delle piattaforme digitali ha suscitato preoccupazioni in alcuni Paesi: in Messico, dal 2026 entrerà in vigore una ritenuta unica del 2,5% dell’ISR per chi opera su piattaforme come Uber o Amazon; in Cile i lavoratori digitali emetteranno ricevute con trattenute destinate a finanziare la sicurezza sociale e le pensioni; in Brasile è iniziato il processo per applicare l’Imposta Minima Nazionale Qualificata (QDMTT) del 15% ai gruppi multinazionali con ricavi superiori a 750 milioni di euro. In gran parte dei Paesi della regione esistono norme per combattere l’evasione fiscale nei paradisi fiscali.
Tuttavia, secondo rapporti dell’OCSE e della CEPAL, l’America Latina e i Caraibi presentano una pressione fiscale tra le più basse rispetto alle economie sviluppate: 21,3% del PIL (2023) contro il 33,9% dei Paesi OCSE. L’evasione fiscale continua e, in generale, non esistono forti imposte sui patrimoni e sulle eredità, che insieme a quelle sui redditi sono fondamentali per redistribuire la ricchezza.
Essendo la regione più diseguale del mondo, i ricchi hanno aumentato le loro fortune. I grandi gruppi economici beneficiano di esenzioni fiscali, condoni dei debiti verso il fisco, privatizzazioni e di una precarizzazione del lavoro sempre più diffusa. La scorsa settimana in Argentina è stato approvato l’aumento della giornata lavorativa fino a 12 ore (un esempio replicato in Ecuador), una riforma brutale che contrasta con la storia dell’umanità, che conquistò le 8 ore giornaliere nel 1919 (OIL) e che l’ONU consacrò nel 1948.
Se si segue l’ideologia libertaria anarco-capitalista del presidente argentino Javier Milei, occorrerebbe accettare i suoi discorsi che trasformano imprenditori e milionari in veri e propri “benefattori sociali”, da riconoscere e persino premiare. Ma la storia latinoamericana sulle origini della ricchezza e dei multimiliardari segue un’altra strada e contraddice questa visione, accettata come se fosse una legge naturale o una questione di successo personale, sotto la quale scompare l’appropriazione del valore socialmente generato.

