I Lager del presidente
I rastrellamenti che gli agenti della polizia anti-immigrazione stanno conducendo da mesi in svariati stati americani non fanno parte soltanto dell’offensiva promossa dalla Casa Bianca contro gli stranieri “irregolari” che vivono negli USA. Queste operazioni si inseriscono anche nel quadro di un piano, in fase di progressiva attuazione, per reprimere potenzialmente ogni forma di opposizione al processo di accentramento del potere nelle mani del presidente. In questo senso, la guerra contro gli immigrati prospetta un futuro attacco contro il dissenso politico, peraltro già osservabile in molti casi diventati di dominio pubblico, per il quale il governo di Washington sta preparando quella che si può definire come l’infrastruttura logistica della repressione. È il caso, documentato in un numero crescente di località degli Stati Uniti, dei preparativi in corso per creare una rete di strutture di detenzione sotto il controllo dell’ICE, destinate a “ospitare” centinaia di migliaia di immigrati, ma che potrebbero facilmente diventare veri e propri lager per gli oppositori del regime trumpiano.
Il dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) sta trattando l’acquisto di edifici di ampie dimensioni per adattarli a campi di concentramento destinati a “ospitare” gli immigrati arrestati dall’ICE prima di procedere con l’espulsione o per tenerli in stato di detenzione a tempo indeterminato. Trattative sono in corso da qualche tempo, e alcune sono già andate a buon fine, con le amministrazioni locali e i proprietari privati degli immobili. Spesso, quando la notizia inizia a circolare, le comunità locali si mobilitano per protestare contro queste acquisizioni, tanto che politici e imprenditori locali hanno in vari casi fatto saltare i piani del governo.
L’idea di vedere nella propria città carceri gigantesche per immigrati e oppositori politici della Casa Bianca ha messo in allarme i membri di molte comunità per via del pericolo che ciò implica per i più basilari diritti democratici. In altri casi, queste preoccupazioni si sono aggiunte a quelle derivanti dal prevedibile consumo enorme di risorse, idriche e non solo, che le strutture detentive da costruire richiederanno per funzionare.
Le sole dimensioni dei lager pianificati confermano come essi non saranno una misura temporanea per far fronte alla presunta emergenza dell’immigrazione clandestina negli USA. Progetti così imponenti, che includono lavori per creare infrastrutture di vasta portata, indicano l’interesse del governo per un piano destinato a erigere strutture che dureranno a lungo, nel quadro appunto del tentativo di istituzionalizzare un sistema di detenzione di massa.
Uno dei casi che sta generando sdegno e resistenze contro il DHS riguarda la località di Social Circle, nello stato della Georgia. Qui, il governo intende acquistare un deposito da 111 mila metri quadrati al prezzo di quasi 130 milioni di dollari per fare di esso un centro di detenzione con una capienza massima di diecimila posti. I residenti, che avevano votato a larga maggioranza per Trump nelle presidenziali del 2024, hanno iniziato a manifestare una ferma opposizione all’acquisto. In conseguenza di ciò, il sindaco e il capo della polizia locale hanno espresso a loro volta pubblicamente la contrarietà al progetto. I malumori sono aumentati in maniera sensibile quando il municipio ha pubblicato alcuni dettagli della planimetria prevista, con file di letti molto ravvicinate in modo da “ospitare” migliaia di detenuti. Sui social media si sono sprecati i commenti contrari e i paragoni con le navi che trasportavano gli schiavi dall’Africa all’America o con i lager nazisti.
In altri stati, i proprietari degli immobili su cui il DHS aveva messo gli occhi si sono rifiutati di procedere con la vendita dopo le lamentele delle comunità locali. Il sindaco di Oklahoma City, ad esempio, ancora nel mese di gennaio aveva annunciato pubblicamente che i proprietari di un edificio, per il quale era iniziata una trattativa con il governo, si erano ritirati dalla trattativa per una potenziale vendita o affitto del deposito in disuso. In altri casi, l’ICE ha detto di avere “commesso un errore” nell’annunciare in precedenza l’acquisto di immobili da destinare a carceri. Molto più probabilmente, l’opposizione di residenti e amministratori locali ha fatto desistere l’agenzia anti-immigrazione, come accaduto a Chester, nello stato di New York.
Le acquisizioni di edifici sono state in molti altri casi finalizzate. In un sobborgo di Phoenix, in Arizona, l’ICE ha acquistato un magazzino non utilizzato da quasi 39 mila metri quadrati al costo di 70 milioni, a cui, secondo il progetto del DHS, ne andranno aggiunti 150 per adattarlo a “ospitare” 1.500 detenuti. In Pennsylvania, le strutture acquistate sono due, per un totale di oltre 200 milioni di dollari, anche se il governatore democratico dello stato, Josh Shapiro, ha promesso di ostacolare la riconversione in centri di detenzione. Anche in altre località gli amministratori locali hanno tardivamente espresso la loro volontà di impedire la realizzazione dei piani del DHS, sostenendo spesso di essere stati tenuti all’oscuro dal governo circa la destinazione degli edifici in questione.
Il rapido espandersi dei centri di detenzione per immigrati sta avvenendo anche grazie allo stanziamento da 80 miliardi di dollari recentemente approvato dal Congresso di Washington per l’ICE nonostante le polemiche e le massicce manifestazioni di protesta esplose dopo i fatti di Minneapolis. I fondi da destinare soltanto a questo scopo ammonterebbero a circa 45 miliardi. Già oggi l’ICE ha in custodia più di 70 mila persone in tutti gli Stati Uniti, ovvero il numero più alto mai registrato per questa agenzia. Le nuove strutture che dovrebbero essere aperte in base ai piani allo studio sono più di venti, con capacità che vanno da un migliaio a 10 mila posti, prospettando di conseguenza un allargamento delle potenzialità detentive superiore alle 100 mila unità.
Numeri simili, va sottolineato, per soggetti non condannati né in larghissima misura accusati di atti criminali, non si registravano negli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale, quando, tra il 1942 e il 1945, vennero rinchiusi in “centri di ricollocamento” circa 120 mila persone di origine giapponese.
A completare questo quadro si aggiunge la notizia, rivelata a fine gennaio dal giornalista investigativo Ken Klippenstein, dell’esistenza di una costellazione di liste di sorveglianza segrete (“watchlist”) utilizzate dal DHS e dall’FBI per monitorare e classificare cittadini americani – in particolare manifestanti anti-ICE, attivisti pro-Palestina e soggetti genericamente associati al movimento “antifa” – come potenziali terroristi domestici. Secondo fonti interne alla sicurezza nazionale, si tratterebbe di oltre una dozzina di liste e applicativi dai nomi in codice come Bluekey, Grapevine, Hummingbird, Reaper, Slipstream e Sparta, strumenti che non si limitano a raccogliere segnalazioni e rapporti sul campo, ma che consentono di incrociare dati, fotografie, video, contatti telefonici ed e-mail, creando collegamenti tra individui anche sulla base della mera prossimità geografica o della partecipazione a una protesta.
Ufficialmente, esistono già liste federali per terroristi internazionali e domestici negli USA, ma le nuove banche dati descritte opererebbero in modo opaco, con criteri poco chiari e scarsa trasparenza pubblica, alimentando il rischio che l’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti – come la libertà di espressione e di manifestazione – venga trasformato in indicatore di pericolosità.
Se si colloca questa architettura informativa accanto alla rapida espansione della rete di detenzione dell’ICE, il quadro che emerge è quello di una infrastruttura autoritaria in via di consolidamento. Da un lato la capacità di schedare, tracciare e categorizzare oppositori reali o presunti; dall’altro la disponibilità crescente di strutture fisiche destinate alla loro custodia. La combinazione tra raccolta massiva di dati, classificazioni segrete e ampliamento dei centri di detenzione configura un meccanismo in base al quale l’inserimento in una lista può tradursi in sorveglianza, arresto e internamento, in un circuito difficilmente verificabile dall’esterno.
Non si tratta quindi solo di una questione di immigrazione, ma di ridefinizione degli equilibri tra sicurezza e libertà, tra potere esecutivo e diritti individuali in uno scenario segnato dalla sempre più chiara deriva autoritaria dell’amministrazione Trump. Ed è proprio in questa saldatura tra controllo digitale e infrastruttura carceraria che si intravede il salto di qualità di un progetto che intende normalizzare l’eccezione e trasformare il dissenso in minaccia da neutralizzare.

