Iran, il gioco rischioso di USA e Israele
Ultimatum e retorica guerriera. In contemporanea, dialogo a Ginevra e parziali aperture. Sono due gli approcci all’Iran da parte degli Stati Uniti: quello che vorrebbe i colloqui diplomatici per scongiurare una guerra e quello della grande concentrazione di navi e aerei da guerra per ammonire sull’eventuale esito negativo di quei colloqui. E’ questa la narrazione pubblica che il mainstream riposta sulla situazione, ma è sostanzialmente manipolata. La verità è che il legame è molto più stretto: i colloqui sono solo la parte in cui si presenta verbalmente la richiesta di disfacimento dell’Iran e le portaerei sono l’argomento per tentare di obbligarli a cedere.
Si perché le richieste statunitensi riguardano lo sviluppo del nucleare civile, la riduzione dell’apparato militare e del suo dispositivo balistico, la riforma del sistema politico e la fine delle relazioni internazionali con Libano, Irak, Yemen e Palestina. Praticamente si chiede di firmare il proprio tracollo politico, la resa incondizionata.
Nei giorni scorsi, il vice ministro degli Esteri iraniano aveva ribadito che il suo paese è pronto a discutere del livello di arricchimento dell’uranio e di ispezioni nei siti nucleari se gli Stati Uniti dimostrano voler ridurre le sanzioni economiche.
Se la ragione delle pressioni occidentali sull’Iran fosse che si doti di armi di questo genere, allora l’accordo sarebbe a portata di mano. L’Iran non ha mai cercato di costruire armi nucleari (addirittura c’è una Fatwa di Khamenei contro il nucleare) e gli USA lo sanno. Il nucleare è sempre stato un pretesto per arrivare a un altro obiettivo: il cambio di regime.
Interessante quanto rivelatore il ruolo dei media d’Occidente, dove non appaiono mai le tre domande che dovrebbero darsi in premessa: 1) A che titolo si può obbligare l’Iran a non dotarsi dello sviluppo nucleare civile quando chiunque nel mondo lo fa; 2) A che titolo gli Stati Uniti pretendono di decidere la sorte del governo iraniano e delle sue relazioni internazionali; 3) Con che coraggio chi ha sostenuto e mantiene il regime genocida di Tel Aviv può andare nell’area a parlare di sicurezza?
C’è una pressione fortissima di Israele che ordina agli USA di attaccare l’Iran, ma alcuni negli USA ritengono che anche gli appetiti israeliani possano per un po’ di tempo dichiararsi appagati dal genocidio palestinese. Soprattutto, sanno di avere nulla da guadagnare e moltissimo da perdere nell’attaccare Teheran.
Washington è frenata dall’attaccare per diversi motivi. La difficoltà militare dell’operazione, la possibilità che si trasformi in un conflitto esteso all’intera area medio orientale e del Golfo Persico, le ricadute pesanti sul costo del petrolio che danneggerebbero seriamente le stesse economie occidentali e, ultimo ma non da ultimo, il coinvolgimento diretto di Russia e Cina a sostegno dell’Iran.
Ce un tema di politica interna e riguarda il mondo MAGA, già deluso da Trump. Lo accusa di occuparsi solo di guerreggiare e di minacciare mezzo mondo ma di non fare nulla per l’economia interna, che viaggia su ritmi e risultati molto diversi dall’annunciata “era d’oro” da Trump. La persecuzione verso l’immigrazione e i disastri combinati dai neonazisti in uniforme ICE non sono sufficienti a placare disoccupazione, inflazione e povertà, gli unici dati in crescita.
C’è poi il timore delle conseguenze economiche internazionali di una guerra con l’Iran. Teheran infatti controlla e può bloccare lo Stretto di Hormuz, dove passa il 20-25% del petrolio destinato a tutto il mondo. Se ciò avvenisse si determinerebbe una scarsità che farebbe immediatamente alzare il prezzo e ciò provocherebbe una bolletta energetica molto più cara, con conseguenze dirette sull’inflazione che crescerebbe di diversi punti. E se per l’Occidente le forniture mancanti determinerebbero una contrazione dei consumi ed un aumento dei costi, per l’Asia lo shock sarebbe devastante, dal momento che dallo Stretto di Hormuz passa il 70% delle forniture continentali.
Vi sono poi altri due problemi non da poco e riguardano i legami tra Pechino, Mosca e Teheran. Mosca ha già fatto capire il suo atteggiamento con operazioni congiunte a Teheran nell’Oceano Indiano denominate “cintura di sicurezza”. Per chi conosce la Russia e il suo linguaggio diplomatico, significa che Mosca ritiene l’Iran parte del suo schema di sicurezza internazionale. Tema sul quale è noto come non scherzi affatto; se in nome del ristabilimento di un dialogo con gli USA aveva sopportato un attacco mirato lo scorso anno in cambio della fine delle ostilità e della ripresa dei colloqui per ridurre le sanzioni, adesso non resterebbe con le mani in mano a vedere la distruzione dell’Iran, al quale offrirebbe appoggio militare e tecnologico.
Questo vale ancor più per la Cina, che ha nel petrolio degli Ayatollah una delle due fonti primarie di approvvigionamento per l’uso e lo stoccaggio di petrolio e gas; difficile ipotizzare che resterebbe inerte. L’attacco all’Iran solletica gli USA proprio perché colpirebbe direttamente gli interessi cinesi e procurerebbe una faglia nella Via della Seta, ma questi obiettivi non sono certo ignoti a Pechino, che vede come oltre quello commerciale anche uno scontro anche di tipo militare per fermare le provocazioni USA stia diventando purtroppo inevitabile. E sa come le guerre nei paesi limitrofi siano il cammino che gli USA scelgono da sempre, una escalation cercata non avendo il coraggio di attaccare direttamente le grandi nazioni in grado di contrattaccare sul territorio USA.
Il quadro militare non conforta la US Navy, per quanto sia dotata di un dispositivo militare poderoso che ha già raggiunto l’area, composto da portaerei, aerei cisterna, caccia per l’attacco al suolo, bombardieri e sottomarini a propulsione nucleare, tutti provenienti da basi europee e da quella di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Indica come a Washington sappiano che una guerra con l’Iran non avrebbe nulla di breve e di circoscritto. In un rapporto militare del 2022 a cura del Comando Centrale USA, si affermava che l’Iran possiede l’arsenale balistico più moderno ed efficiente di tutto il Medio Oriente.
Perché l’Iran è una potenza militare tra le prime 10 al mondo, ai primi posti per la fabbricazione di droni e missili a corto e medio raggio, fino a 2000 km di gittata. Dispone di una rete difensiva efficace e certamente del sostegno satellitare e tecnologico di Russia e Cina, di combattenti in Libano, Yemen, Irak che potrebbero dare vita a guerre che altererebbero in profondità gli equilibri attuali che sono favorevoli all’Occidente.
E’ dotato di difese potenti e capaci di colpire tanto la flotta USA come le basi statunitensi in Giordania e Arabia Saudita, così come direttamente Israele, come dimostrato nella guerra dei dodici giorni lo scorso anno. Inoltre la capacità di chiudere lo Stretto di Hormuz aumenta il livello dei riflessi di una possibile guerra che verrebbe combattuta anche fuori dall’Iran. Infine, una guerra chiuderebbe per sempre alle ispezioni internazionali e Teheran, sull’esempio di Pyong Yang, costruirebbe il suo arsenale atomico che ne costituirebbe il miglior certificato assicurativo verso le prepotenze occidentali.
L’Iran, una delle civiltà più antiche del mondo, è abitato da circa 100 milioni di persone. E’ ricco di petrolio (10% del totale del mondo), gas (15% del totale mondiale), uranio, oro, argento e zinco (primo produttore al mondo). Occuparlo è difficilissimo, perchè la geografia è sua alleata naturale. E’ difeso da cordigliere di monti e deserti tra i più ostili e si trova all’incrocio del mondo: connette tre continenti – Europa, Africa e Asia – sbocca su tre mari – Caspio, Golfo Persico e Golfo di Oman – controlla lo stretto di Hormuz e confina con sette paesi: Pakistan, Afghanistan e Turkmenistan a Oriente, Irak, Turchia e Armenia e Azerbaijan a Occidente.
Non è dunque l’aspetto politico o d’immagine che agita i pensieri del Pentagono e della Casa Bianca. Non a caso negli ultimi 500 anni non vi è stata una superpotenza che non abbia cercato di invadere l’Iran senza riuscirvi e, d’altro canto, bombardarlo senza occuparlo non otterrebbe nessun risultato significativo, oltre ad essere un rischio.
La geografia, oltre che la storia e la politica, rendono sostanzialmente inconquistabile l’Iran e riducono a rabbia e frustrazione l’impero occidentale che non riesce a chiudere i suoi giochi di dominio in una zona così vitale per l’equilibrio energetico del mondo. Fallirebbero per sempre gli Accordi di Abramo, come il ridicolo piano di trasformazione di Gaza in un resort di proprietà della famiglia Trump e fallirebbe anche la presunta e mai dimostrata inattaccabilità di Israele, che sarebbe la prima vittima di un conflitto aperto.

