Gaza, il circo della pace
Il lancio, in concomitanza con l’appuntamento del World Economic Forum (WEF) di Davos, del cosiddetto “Consiglio di Pace” (“Board of Peace”) per Gaza da parte di Donald Trump ha reso ancora più surreale la situazione nella striscia, dove la vera pace resta un miraggio, mentre il regime genocida di Netanyahu continua a ignorare i termini della tregua che ha sottoscritto ormai quasi quattro mesi fa. Il soggetto che dovrebbe presiedere temporaneamente al governo del territorio palestinese è un elemento chiave della “seconda fase” dell’accordo promosso dalla Casa Bianca ed è composto da alcune personalità politiche e del business nominate direttamente dal presidente americano, che ne è a sua volta a capo. Questo organo neo-coloniale, di cui fa scandalosamente parte lo stesso premier israeliano, avrà pieni poteri per amministrare Gaza, senza che la popolazione palestinese o i suoi rappresentanti abbiano voce in capitolo, in linea con il reale obiettivo di consentire allo stato ebraico di depopolare la striscia attraverso l’espulsione – o peggio – dei suoi abitanti.
Il sito Drop Site News ha pubblicato qualche giorno fa in esclusiva la bozza di una “risoluzione”, scritta dal dipartimento di Stato USA, che sancisce la struttura e le prerogative del Consiglio. L’obiettivo numero uno dell’organo già rende l’idea della sua natura, visto che si propone di trasformare Gaza in una “zona de-radicalizzata e smilitarizzata, libera dal terrore, che non rappresenti una minaccia per i suoi vicini”. Per “vicini” si intende ovviamente Israele, che è talmente minacciato da Gaza e dai palestinesi da averne massacrati, stando solo ai numeri ufficiali, più di 70 mila dall’ottobre 2023, oltre ad avere distrutto circa il 90% di edifici e infrastrutture della striscia.
È chiaro che una premessa di questa natura implica un progetto destinato a consentire a Tel Aviv di proseguire l’offensiva contro i palestinesi a Gaza, soltanto con mezzi parzialmente diversi da quelli utilizzati fino a ottobre 2025 e dietro la finzione della diplomazia, della pace e dell’operazione umanitaria. A questo scopo, il “Board” potrà usare i poteri autoattribuitisi per “implementare nuove leggi o modificare e abrogare” quelle già in vigore nella striscia. Nomi di palestinesi si ritrovano soltanto in un altro soggetto “tecnocratico” con il compito di gestire gli affari amministrativi quotidiani nella striscia: la Commissione Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG). L’ex esponente dell’Autorità Palestinese, Ali Shaath, ne sarà il direttore, ma sotto la supervisione di un “Alto Rappresentante”, nella persona del diplomatico bulgaro ed ex inviato ONU in Medio Oriente, Nickolay Mladenov.
Drop Site News evidenzia, in merito al “Board of Peace”, il tentativo di “aggirare la supervisione ONU, se non addirittura di renderlo un’alternativa ‘privatizzata’ alle Nazioni Unite”, consentendogli di “operare in un sistema nel quale è tenuto a rispondere esclusivamente a Trump”. Coerentemente con la sua natura, il “Board” ha facoltà di decidere chi potrà prendere parte alla “ricostruzione” di Gaza e al governo della striscia, così da escludere prevedibilmente “individui o organizzazioni” che si ritiene abbiano “appoggiato o collaborato” in qualsiasi modo con “Hamas o altri gruppi terroristi”, ovvero con i movimenti di resistenza palestinesi.
La “pace” propagandata da Washington e le strutture che dovrebbero garantirla sono in definitiva concetti distopici per implementare un piano genocida volto a distruggere totalmente la società e la storia palestinese a Gaza, liquidando le questioni della sovranità e dell’auto-determinazione per fare spazio a un progetto tra il reale e l’immaginario con al centro gigantesche occasioni di profitto. Un’idea, quest’ultima, che ha peraltro poche o nessuna possibilità di realizzarsi, mentre quello che minaccia di diventare realtà è piuttosto una striscia di Gaza aperta anch’essa alla colonizzazione ebraica.
Il lager di Netanyahu
A rendere ancora più assurdo il quadro generale è il fatto che il regime sionista ammetta apertamente che i proclami americani sulla tregua e la pace sono soltanto retorica senza nessuna connessione con la realtà. Netanyahu, mentre siede nel Consiglio di Pace, ripete, come ha fatto ancora questa settimana, che non permetterà che l’accordo favorito dall’amministrazione Trump faccia progressi. Israele, ha ribadito il premier/criminale di guerra, vede nella seconda fase della tregua il disarmo di Hamas e la cessione del controllo della striscia da parte del movimento di liberazione palestinese. Fino a quel momento, non ci sarà nessuna ricostruzione né allentamenti della stretta sull’ingresso degli aiuti umanitari.
È da notare che Hamas non ha mai accettato di consegnare le armi se non all’interno di un progetto che costruisca un percorso reale verso uno stato palestinese. Inoltre, Netanyahu detta le condizioni nonostante il suo regime violi quotidianamente i termini della tregua, mentre Hamas li abbia al contrario rispettati in maniera rigorosa. Un’altra dimostrazione dell’uso da parte di Tel Aviv del cessate il fuoco come paravento per continuare con le politiche di genocidio è la notizia, riportata mercoledì dalla Reuters, della preparazione di un campo di concentramento a Rafah, nell’estrema parte meridionale della striscia, dove la popolazione verrebbe trasferita a forza in attesa di espulsione.
L’agenzia di stampa ha citato la testimonianza di un generale israeliano in pensione in concomitanza con la prossima riapertura “parziale” del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto. Ciò dovrebbe avvenire, in gravissimo ritardo rispetto ai termini della tregua, dopo che Israele ha recuperato lunedì il cadavere dell’ultimo “ostaggio” fatto da Hamas il 7 ottobre 2023. Fino ad ora il valico era aperto solo per i palestinesi che volevano lasciare Gaza e anche nel prossimo futuro verranno favoriti i flussi in uscita dalla striscia. Nel lager che si sta allestendo nella città completamente distrutta dalle forze di occupazione, i palestinesi verranno monitorati all’entrata e all’uscita da checkpoint con l’impiego del riconoscimento facciale. Il progetto corrisponde in sostanza alle dichiarazioni rilasciate da vari leader politici e militari israeliani nella fase iniziale del genocidio, che avevano parlato apertamente dell’espulsione degli oltre due milioni di palestinesi che abitano la striscia.
La stessa fonte della Reuters ha aggiunto che i primi ospiti del campo di Rafah saranno i palestinesi costretti a fuggire dal nuovo attacco militare su vasta scala contro Hamas che Netanyahu sta preparando. Secondo quanto scritto nell’articolo citato, i piani per questa operazione, che farebbe saltare completamente anche la parvenza del cessate il fuoco in vigore, sono già predisposti e le forze di occupazione attendono solo l’ordine del governo.
Hamas e la tregua che non c’è
Un altro aspetto surreale della crisi di Gaza è che Hamas ha dichiarato di riconoscere e accettare l’architettura della nuova governance della striscia creata dall’accordo Trump. Quanto meno, il movimento di liberazione palestinese aderisce al dettato originario della tregua, così da proiettare un’immagine di serietà e affidabilità a livello internazionale. Immagine che, comunque, difficilmente eviterà il passaggio da parte di Israele alla soluzione finale per i palestinesi.
Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, in un’intervista rilasciata mercoledì all’agenzia di stampa francese AFP, ha assicurato che il movimento è pronto a “trasferire la governance di Gaza alla commissione tecnocratica [NCAG] prevista dal piano di pace di Trump”. Tutti i ministeri, “le agenzie, i dipartimenti, persino gli organi di sicurezza”, ha aggiunto Qassem, hanno indicazione di “passare le loro pratiche alla commissione indipendente”. Hamas è di conseguenza “pronto ad aderire a tutti i passaggi della seconda fase” del cessate il fuoco.
Non c’è tuttavia il minimo indizio che Netanyahu intenda rispettare gli impegni, né che Trump voglia esercitare serie pressioni sul premier. Anche perché, se tutto il processo non fosse una farsa per ripulire l’immagine israeliana agli occhi del mondo, il bilancio di morte e distruzione nella striscia a partire dalla firma della tregua risulterebbe ben diverso. Dall’inizio di ottobre, invece, il regime sionista ha ucciso quasi 500 palestinesi e ne ha feriti altri 1.400. Di queste vittime, più di 100 sono bambini, con una media – grosso modo – di uno ogni singolo giorno della tregua che non c’è.

