Minneapolis, prove di guerra civile
L’insistenza con cui l’amministrazione Trump difende gli assassini della polizia anti-immigrazione federale (ICE e CBP), anche di fronte all’evidenza oggettiva delle loro responsabilità nell’uccisione a Minneapolis di Renée Nicole Good e, sabato scorso, di Alex Pretti, conferma la precisa volontà di continuare ad alimentare le tensioni e provocare il caos nelle città americane, in modo da giustificare l’imposizione della legge marziale e un colpo di mano decisivo per cancellare forse del tutto l’ordine costituzionale negli Stati Uniti. L’omicidio del 37enne infermiere nel fine settimana ha un ulteriore significato nella strategia trumpiana del terrore, in quanto rappresenta di fatto la risposta della Casa Bianca alla manifestazione di massa tenuta solo il giorno precedente nella città del Minnesota contro il presidente e la sua “Gestapo”, a cui avevano preso parte più di 100 mila manifestanti.
Come nell’omicidio di Renée Good, anche per quello di sabato le immagini registrate da persone che hanno assistito ai fatti mostrano una realtà impossibile da contestare. Pretti portava con sé un’arma che non ha mai estratto e che poteva tenere legalmente. Questa circostanza è stata sfruttata dalle autorità federali per giustificare l’assassinio. In realtà, Pretti stava solo filmando con il suo cellulare le operazioni degli agenti della polizia di frontiera (Customs and Border Protection), quando a un certo punto è intervenuto per assistere una donna aggredita da questi ultimi. In rapida successione, gli agenti lo hanno immobilizzato, dopo avergli spruzzato spray urticante, e gli hanno sparato dieci colpi che non hanno lasciato scampo.
Centinaia di milioni di persone hanno visto in tutto il mondo con i loro occhi il documento visivo dei fatti, potendo concludere che Alex Pretti non rappresentava nessuna minaccia per gli agenti dell’anti-immigrazione. Trump e i suoi lacchè hanno continuato invece a definire la vittima “terrorista”, esattamente come avevano fatto con Renée Good nonostante anche in quel caso le immagini filmate dimostrassero il contrario, cioè che erano stati i suoi assassini a sparare e uccidere senza una ragione valida. La negazione della realtà oggettiva sotto gli occhi di tutti, come accennato all’inizio, indica l’esistenza di un piano ben preciso per portare a compimento provocazioni deliberate per poi attribuirne la responsabilità ai manifestanti e gettare le basi per militarizzare definitivamente le città americane.
La pericolosità delle manovre della Casa Bianca e la natura incontrovertibile delle prove dei crimini delle “camicie brune” del presidente sollevano anche interrogativi inquietanti sulla risposta dei leader del Partito Democratico, definibili più come complici riluttanti della deriva autoritaria trumpiana che veri oppositori. In alcune circostanze le implicazioni di quanto sta accadendo sono state descritte con una certa precisione da politici democratici di spicco. Il governatore dell’Illinois, J.B. Pritzker, ha parlato ad esempio di un “momento rischioso” per gli Stati Uniti e, “se non fermeremo tutto questo, se non aboliamo l’ICE di Trump”, la situazione sfocerà “in qualcosa di veramente orribile”. Pritzker ha concluso l’intervista avvertendo che la realtà “è già orribile, ma potrebbe decisamente peggiorare”.
I rischi appaiono quindi chiari, ma i democratici che criticano l’amministrazione Trump si stanno in larghissima misura limitando, per quanto riguarda gli assassini di Renée Good e Alex Pretti, a chiedere “trasparenza” e “indagini indipendenti” sull’accaduto, come se le immagini di entrambi i casi non siano sufficientemente eloquenti. Oltretutto, queste indagini verrebbero condotte da quello stesso dipartimento di Giustizia che sta coordinando con il presidente e il dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) l’assalto a Minneapolis e ad altre città americane. Sempre il dipartimento di Giustizia ha inoltre inviato sabato scorso una “richiesta” al governatore del Minnesota, Tim Walz, in cui elenca tre provvedimenti che dovrebbe adottare per risolvere la crisi nello stato.
Nella persona del “Procuratore Generale” (“Attorney General”), Pam Bondi, il dipartimento chiede la sostanziale resa dello stato con, in primo luogo, la consegna di tutte le informazioni sui beneficiari dei sussidi per l’acquisto di beni alimentari e altri benefit federali, così da potere identificare gli immigrati residenti nel Minnesota e intensificare arresti e deportazioni con la scusa di presunte frodi. Il secondo provvedimento richiesto è la cancellazione di tutte le leggi statali e locali che vietano alcune forme di collaborazione delle forze di polizia con l’ICE (“sanctuary laws”). Il terzo punto di questo autentico ricatto è la messa a disposizione del dipartimento di Giustizia dell’elenco degli elettori registrati nello stato, ufficialmente per verificare che i nomi che in esso figurano abbiano davvero diritto di voto. Quest’ultima condizione suggerisce l’esistenza di piani a Washington per manipolare, o cancellare del tutto, le elezioni di metà mandato del prossimo novembre e/o le presidenziali del 2028.
La città di Minneapolis sta diventando così una sorta di terreno di prova per l’implementazione dell’agenda dittatoriale di Trump e dell’estrema destra americana. Gli arresti e le violenze contro gli immigrati, e non solo, da parte degli agenti federali dell’ICE e del CBP hanno inizialmente ricalcato quanto già accaduto in città come Los Angeles o Portland, ma qui la strategia della Casa Bianca ha fatto un salto di qualità. L’uccisione di Alex Pretti è uno dei segnali di ciò proprio perché avvenuta come gesto di ulteriore intimidazione contro gli abitanti della città dopo che si erano mobilitati in massa per protestare contro gli abusi ordinati da Washington.
Alcune notizie circolate nei giorni scorsi indicano anche un attacco frontale in corso ai diritti costituzionali negli Stati Uniti. Mercoledì, fonti interne al governo avevano rivelato l’esistenza di un “memorandum” in circolazione tra i funzionari dell’ICE dove si autorizzavano gli agenti di questa agenzia federale, attraverso un’artificiosa interpretazione della legge, a fare irruzione nelle abitazioni private di immigrati e “sospettati” senza il mandato di un giudice. Episodi di questo genere sono anzi già stati documentati in Minnesota e dimostrano appunto la costante erosione deliberata di diritti democratici fondamentali.
Stesso discorso vale per la possibile applicazione del “Insurrection Act” da parte di Trump, come ha recentemente minacciato la già citata Pam Bondi. Un provvedimento che consentirebbe di schierare l’esercito sul suolo domestico per reprimere una rivolta o insurrezione contro il governo. Le provocazioni della “Gestapo” del presidente lasciano intendere che l’intenzione sia precisamente di innescare proteste sempre più ampie, per poi sfruttare il caos che ne seguirebbe e usarlo come giustificazione pseudo-legale per dare il colpo di grazia all’ordine costituzionale con la legge marziale. Uno scenario che si svilupperebbe con la molto probabile caccia agli oppositori del regime trumpiano, attraverso il ricorso extra-giudiziario ad arresti, sequestri e assassini puri e semplici.
Persecuzioni che prenderebbero di mira non solo i reali oppositori dell’amministrazione repubblicana, ma probabilmente anche leader ed esponenti di primo piano del Partito Democratico. Ciononostante, questi ultimi continuano a tenere un atteggiamento cauto, muovendosi tra strumenti parlamentari, ormai in larga misura svuotati, cause legali, denunce solo retoriche e appelli alla ragione ai colleghi repubblicani se non alla stessa Casa Bianca. In questo contesto, il leader di minoranza al Senato, Chuck Schumer, ha annunciato il possibile blocco della legge di finanziamento delle attività del dipartimento per la Sicurezza Interna, da cui dipendono ICE e CBP, se non verranno introdotte “restrizioni” alle operazioni delle due agenzie.
La minaccia potrebbe facilmente rientrare se dovesse esserci un accordo di qualche genere con la maggioranza e, in ogni caso, i fondi già a disposizione della polizia anti-immigrazione garantirebbero la prosecuzione della campagna di terrore ancora a lungo anche in caso di mancata approvazione del nuovo bilancio. Va poi aggiunto che il pacchetto di spesa del governo federale riguardante il dipartimento per la Sicurezza Interna ha recentemente superato l’ostacolo della Camera dei Rappresentanti con una maggioranza di 220-207, resa possibile solo grazie al voto favorevole – e decisivo – di sette deputati democratici. Queste dinamiche politiche confermano per l’ennesima volta che il Partito Democratico non può essere considerato una forza su cui contare per fermare la deriva in atto, perché più dell’instaurazione di un regime autoritario teme una mobilitazione popolare che faccia crollare l’intero sistema.
Ciò rimanda alle ragioni più profonde alla base degli eventi di questi giorni, peraltro solo l’escalation di quanto iniziato subito dopo l’insediamento di Trump a gennaio 2025 e inevitabile conseguenza dell’erosione dei diritti democratici registrata almeno all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Il ricorso all’illegalità e alla violenza da parte del governo è in ultima analisi la risposta di una classe dirigente letteralmente nel panico per la perdita totale di legittimità di un sistema che non è più in grado di nascondersi dietro la finta retorica di libertà e democrazia, ma anche per la crisi terminale del capitalismo a stelle e strisce e il conseguente declino della sua posizione globale. Questa minaccia incombe su tutto il sistema di potere americano, di cui il Partito Democratico è parte integrante, che si trova così costretto a rompere con i principi di legalità e costituzionalità per cercare di conservare in tutti i modi le proprie posizioni di fronte alle crescenti minacce domestiche e internazionali.

