USA 2026, verso il fascismo 2.0 ?
Scena 1, Davos, Svizzera. Si riuniscono gli uomini più ricchi del mondo insieme ai politici che da essi dipendono. Arrivano quasi tutti su aerei privati che consumano Co2 quanto il traffico di una città in un intero anno, indossano abiti confezionati su misura dal taglio impeccabile e si esibiscono sul palcoscenico per ricordare a tutti chi è che guadagna di più al mondo, chi può stabilire ascesa e caduta di sistemi politici e imperi editoriali, chi insomma decide quale debba essere il cammino del mondo.
In un clima ovattato da simulacro da ancien regime persino i toni e il rumore delle posate sono dimessi; un esercizio di stile. Del resto, fatta eccezione per Trump, il tono sguaiato e maleducato tipico dei narcisisti solipsisti, trova adepti solo nel narco-nano di Kiev. Il potere, quello vero, non ha bisogno di alzare la voce. Ha, tra le molte prerogative, la capacità di determinare gli eventi ed è proprio a questo che si dedica.
Scena 2, Minneapolis. L’ICE semina morte e terrore nelle città statunitensi. Rastrellamenti veri e propri con metodi brutali e crudeltà inaudita. Quando non ammazza, arresta persino bambini di due anni strappandoli ai genitori, proseguendo l’infamia delle gabbie con dentro gli esseri umani inaugurata nel primo mandato di Trump. Spesso arresta persone che risiedono e lavorano legalmente negli States, perché il vero core business dell’ICE non è quello della ricerca degli illegali ma spargere il terrore con uno strumento federale superiore giurisdizionalmente alle polizie locali.
L’ICE è la quint’essenza di ciò che Trump incarna, è la sua milizia privata. E’ il portato generale di quei miasmi di integralismo religioso, misoginia e razzismo che è il brodo di cultura di tutti i regimi reazionari. Verso i quali purtroppo si procede in forma incerta ritenendoli più un tratto peculiare caratteriale dei suoi interpreti (Trump, Netanyahu, Milei) che non uno specchio fedele di una nuova struttura dominante. Ed è l’errore peggiore che si possa commettere, perché equivocare il cammino deciso verso l’involuzione autoritaria con chiare caratteristiche fasciste con una distonia episodica o sporadica, porta lontani dalla comprensione di cosa effettivamente abbia aperto il regime di Donald Trump.
L’ICE è il contenitore nel quale Trump ha scelto d’inserire tutta la demagogia suprematista ed ignorante della quale il suo elettorato è espressione precisa. Vi si arruolano i membri del Ku Klux Klan insieme ai fascisti suprematisti di ogni dove. Non viene richiesto nessun titolo particolare se non quello dell’odio totale contro chiunque non sia un bianco e persino verso i bianchi se risultano solidali con chi bianco non è. La violenza bestiale alla quale ricorrono è la cifra dei suoi membri, che hanno il loro riferimento nel razzismo suprematista e non nel codice penale e civile degli USA, meno che mai nel rispetto delle convenzioni internazionali, tanto quelle sui procedimenti giudiziari come quelle sui trattamenti disumani verso i detenuti. L’ICE è la finestra dalla quale sembra poter scorgersi la prossima guerra civile nordamericana, ancora in gestazione fino a che il razzismo dispotico trumpiano non deciderà di attaccare direttamente la comunità nera.
Inutile disquisire di termini. Quando l’abuso si fa legge e la legge diventa un inutile orpello, quando la democrazia anche solo nella sua veste formale è sospesa o soppressa, i diritti vengono calpestati e la forza dello Stato si abbatte sui suoi cittadini, allora si deve parlare di fascismo. Non vi sono altri termini per definire il superamento dello stato di diritto a favore di un regime teocratico e razzista a propulsione tecnologica.
Le due facce della stessa medaglia
Ma cosa tiene insieme Davos e Minneapolis? Sembrerebbero all’apparenza due mondi lontani e incomunicabili tra loro. Per estetica pubblica esibita, se non altro. Eppure sono invece legati, perché rappresentano i due volti con il quale l’impero unipolare si presenta. Dietro al volto rassicurante della democrazia liberale si nasconde quello inquietante della dittatura liberista che si sente minacciata dal mutamento incessante degli equilibri internazionali.
Il suo capo abbigliato da generale della Gestapo e i tratti operativi copiati dall’operare della polizia nazista – dai rastrellamenti alle esecuzioni in pubblico – a chi sa di storia danno l’impressione di rivedere un film già visto negli anni ’30.
Il ricorso all’autoritarismo o al fascismo è sempre stata la risposta che le classi imprenditoriali – la borghesia industriale e il latifondo ad inizio secolo e le élites finanziarie oggi – hanno scelto per affrontare le loro crisi strutturali, ovvero l’esaurirsi della spinta etica e sistemica dei loro stessi modelli.
Mai nella storia l’uscita dalle crisi del capitalismo è stata affrontata scommettendo sull’ampliamento dei diritti sociali e politici, su una crescita democratica. Al contrario, la soppressione dell’ordine precedente, il superamento dei codici e l’azzeramento dei diritti politici e sociali sono stati il veicolo su cui far transitare la muta della sua pelle.
USA versus EU?
Lo scontro tra UE e Trump farebbe credere che vi siano due modi distinti e distanti nell’espressione del capitalismo, ovvero due diversi approcci alla crisi definitiva che attraversa il modello. Che l’Europa, che incarna il modello democratico-liberale nato dopo la Seconda Guerra Mondiale sia, per forma e contenuto, altra cosa rispetto al suprematismo razzista, misogino e classista che alimenta il modello trumpiano.
In realtà, pur non negando la differenza di approcci, non è questa la ragione dello scontro tra Europa e USA. Trump rappresenta la brutalità del linguaggio, non una differenza di principi. Il contenzioso viene dalla decisione di Trump di riscrivere in chiave coloniale non solo il mondo ma anche il rapporto tra centro e periferia dell’impero, invitando quest’ultima ad abbandonare i sogni di partnership nella governance globale per adattarsi invece al ruolo di territorio d’oltre Atlantico degli USA. Nessuna differenza tra Europa e America Latina: nella nuova Dottrina di Sicurezza Nazionale emerge con chiarezza la necessità per gli USA di avere allineati e non alleati.
Qui, dove la UE avverte un tradimento storico e una pugnalata alle spalle a fronte del suo suicidio economico, sta la rottura tra Bruxelles e Washington. Per la UE il suicidio europeo per consentire le mire statunitensi di una sconfitta strategica alla Russia doveva essere formalmente e sostanzialmente riconosciuto. Ma adesso, nel comprendere come la guerra contro la Russia tramite Ucraina aveva come scopo principale quello di una rottura tra Europa e Russia, separando così il maggior produttore di risorse energetiche dal maggior centro finanziario del mondo per consentire agli USA di mantenere la leadership economica, si misura la frustrazione europea. L’Europa ha sparso la favola della minaccia russa e l’ha alimentata oltre ogni limite sperando d’ingraziarsi definitivamente il centro dell’impero, salvo scoprire in Groenlandia come l’unica invasione possibile sia quella degli USA.
Come dal Medioevo ad oggi, l’impero non condivide: dispone, ordina e prende quel che è suo e quel che ritiene comunque suo. Non c’è ascesa possibile: se nasci servo, servo muori.

