L’Occidente tra i ghiacci della Groenlandia
Con la nuova uscita di Trump che minaccia nuovi dazi ai paesi europei che inviano militari in Groenlandia, la disputa tra Stati Uniti e Unione Europea rischia di incrinare severamente i rapporti tra Washington e Bruxelles. La pretesa di Trump sulla Groenlandia è mascherata con una preoccupazione di sicurezza nazionale dovuta a quella che sarebbe una “scarsa sorveglianza” da parte della Danimarca, ma è appunto una mascherata.
La storia delle minacce di “navi russe e cinesi che minacciano la “sicurezza nazionale USA” è pura fandonia. Gli USA vogliono da sempre la Groenlandia per ampliare il loro dominio sull’Artico e appropriarsi delle sue ricchezze. Già nel 1817 tentarono di acquistarla insieme all’Islanda. A quel tempo la Russia era dominata dallo Zar Alexander Romanov, Lenin non era nemmeno nato e la Rivoluzione bolscevica non era stata nemmeno immaginata, mentre la Cina era sotto la dinastia imperiale Qing.
Ciò che Trump vuole non è un maggior controllo sulla Groenlandia ma la sua proprietà. Porzione di mondo fondamentale per l’equilibrio dell’ecosistema, grande sei volte la Germania, possiede il 13% del petrolio del mondo e il 30% del gas. Ma non di soli idrocarburi si tratta: ci sono uranio, diamanti e rubini, zinco e di quasi tutte le materie prime strategiche, quelle che vengono definite “terre rare” e il cui possesso determina la possibilità di produrre tutti quei dispositivi come computer, telefoni cellulari, fibre ottiche e laser, apparecchiature mediche, batterie per le auto elettriche, magneti permanenti, sensori elettrici, convertitori catalitici indispensabili per la produzione di tecnologie green come turbine eoliche e pannelli fotovoltaici, oltre ai prodotti di alta gamma per la tecnologia militare. Insomma tutti prodotti che sono considerati oggetti indispensabili in ogni società, sia dove sia e qualunque sia la lingua che parla.
E’ sul possesso o quanto meno sull’accesso a questi minerali che si determina il livello di autonomia tecnologica che – insieme a quella alimentare ed energetica – corrisponde in buona parte agli elementi fondamentali per determinare la sovranità di uno Stato. E la possibilità di accedervi o no segna lo sviluppo o il mancato sviluppo di qualunque economia in qualunque parte del mondo.
Non bastasse questo, la Groenlandia è territorio vitale anche per quanto attiene al commercio. Come si sa, il 90% del commercio mondiale transita via mare e la maggior parte di esso transita sul Pacifico e l’Oceano Indiano. Ma è ormai di riconosciuto valore strategico la rotta commerciale artica aperta dai russi (e alla quale stanno collaborando anche i cinesi) tra l’Estremo Oriente e l’Europa; una rotta commerciale che attraversa l’Oceano Glaciale Artico invece dell’Oceano Indiano. Benché al momento sia navigabile solo per alcuni mesi all’anno, gli scienziati cinesi e russi prevedono che a causa dello scioglimento dei ghiacci e grazie alla cantieristica navale specialistica, sarà sempre più navigabile.
Questo preoccupa gli USA, perché la rotta aperta dai russi riduce della metà i tempi di percorrenza rispetto alle autostrade marittime che passano dall’Oceano Indiano fino al Mediterraneo (18 giorni invece di 28 passando per Suez) e i costi di consegna delle merci si ridurrebbero del 20%. Tra i vantaggi di questa nuova rotta c’è poi il fattore sicurezza: si evitano Mar Rosso e Canale di Suez, costantemente sotto la minaccia della pirateria e una rotta sicura riduce fortemente i costi assicurativi, oltre a quelli gestionali.
Ovviamente si riduce il potere di controllo dell’Occidente sui commerci, perché la nuova rotta fiancheggerebbe la Russia e altri Paesi dove il potere d’interdizione occidentale è decisamente ridotto. Risulterebbe in buona parte inapplicabile il sistema sanzionatorio unilaterale che colpisce 27 paesi e il 73% della popolazione mondiale e si ridurrebbe enormemente l’utilizzo del Dollaro nelle transazioni commerciali che verranno effettuate attraverso questa rotta artica.
Insomma la Groenlandia costituisce un terreno decisivo per lo snodo di una economia globale indipendente dal dominio occidentale e questo rafforza l’ansia della Casa Bianca per accaparrarsi del territorio groenlandese.
La spaccatura dell’Occidente
C’è però un aspetto nella vicenda, che segna un punto preciso nelle contraddizioni ormai apertesi tra il blocco UE e i nuovi USA: la Groenlandia è territorio danese e la Danimarca è membro dell’Unione Europea e della NATO. Dunque pensare di prendere con la forza la Groenlandia comporterebbe da parte danese la possibilità di ricorrere all’art. 5 dello Statuto dell’Alleanza Atlantica che obbligherebbe tutti i suoi membri a correre in aiuto a Copenaghen. Solo che l’attacco verrebbe portato dagli USA, cioè un altro membro della NATO, che è a capo della struttura militare e politica occidentale.
Appare evidente come un’operazione militare diretta degli USA romperebbe in due la NATO, come ha rilevato la premier danese. Difficile che la UE interverrebbe in armi a difendere la Groenlandia, sia per manifesta viltà che per assenza di capacità, ma è chiaro che la frattura politica non sarebbe ricomponibile e certificherebbe la fine dell’Unione Europea come soggetto politico, riportando la UE alla situazione dell’inizio degli anni ’50.
Tra l’esaurirsi della NATO e la capitolazione della UE il danno per Bruxelles sarebbe irreversibile. C’è chi sostiene che gli USA potrebbero approfittare dell’occasione per sciogliere la NATO e risparmiarsi i costi di gestione di un apparato militare imbelle, ma è pur vero che dai fondi pari al 5% del PIL di ciascun paese membro, gli States incassano commesse militari miliardarie che ingrassano in buona parte il suo sistema militare industriale, volano principale della loro economia. Inoltre, la fine della NATO priverebbe gli USA del suo primo anello difensivo, concepito proprio per divenire il primo obiettivo balistico di un attacco o contrattacco russo che possa dare il tempo agli USA di attrezzare una risposta. In ultimo, con la fine della NATO lo sbilanciamento militare in Europa sarebbe palese, con una Russia forte e armata che ridurrebbe il Vecchio Continente a podestà geografica e poco più.
Dunque appare difficile che Trump voglia sciogliere la NATO. Difficile ipotizzare cosa passi nella mente di un uomo che ha già mostrato come il disturbo della personalità di cui soffre prenda il sopravvento sulla politica. Ad ogni modo, che sia attraverso una trattativa (possibile) o che si dispieghi in forma militare (più difficile) il contenzioso tra USA ed Europa conferma quanto già scritto nel nuovo Documento di Sicurezza Nazionale statunitense, che presenta una valutazione tra l’inutile e il superfluo per una aggregato come la UE verso il quale, del resto, tutta la classe dirigente statunitense dalla sua nascita (1 Novembre 19993) ad oggi ha alternato indifferenza a insofferenza.
E’ indubbio che tra USA e UE negli ultimi dieci anni in particolare ci sia stato un rapporto di totale subordinazione, ma poteva comunque scovarsi una relazione basata sul comune sentire e sui comuni interessi. Una sorta di partenariato politico, economico e militare con la UE che s’illudeva di essere un partner strategico di Washington, puntando tutte le sue fiches sulla vittoria USA, sulla capacità di governare con le buone o con le cattive i profondi mutamenti sociopolitici ed economici di natura strategica.
Ma l’era Trump riporta tutti al loro ruolo ab origine. Gli Usa nella parte dell’impero coloniale e la Ue nel ruolo di un territorio d’oltremare di quell’impero. Nessun partenariato, solo vassallaggio. La rottura totale con il Diritto Internazionale e la decisione di affidare alla forza ed al terrore il sistema di relazioni internazionali e l’uscita da ogni organizzazione su cui la comunità internazionale si è unita dal ’45 ad oggi, testimonia come il momento della massima crisi dell’impero decadente veda nella guerra e nel saccheggio continuato l’unico rimedio per sopravvivere, contando su una superiorità militare che annulli le distanze che già intercorrono tra la passata leadership globale e l’attuale impasse.
L’Europa, sconfessata persino in Ucraina dopo averle chiesto di immolarsi per gli allori ad Est della NATO, non ha più capacità di interlocuzione e meno di condizionamento verso le politiche USA. Non perché non ne avrebbe i mezzi ma per la totale dipendenza dei governanti europei dalla Casa Bianca. Se gli USA recederanno dalle minacce alla Groenlandia sarà solo una loro valutazione.
Agli Stati Uniti di Trump non servono più alleati ma allineati. E al tavolo dove si discute di Groenlandia, come su quello dove si discute di Ucraina, l’Europa è presente, certo. Solo che non si trova tra i commensali ma è parte del menù.

