Sydney, sangue e propaganda
Molte circostanze dell’orrenda strage avvenuta domenica pomeriggio durante una celebrazione della comunità ebraica locale sulla spiaggia australiana di Bondi, a Sydney, sono ancora oscure, soprattutto riguardo alle motivazioni e i precedenti dei due responsabili, ma la strategia per strumentalizzare politicamente i fatti da parte del governo di Canberra, dei suoi alleati occidentali e, soprattutto, del primo ministro israeliano/criminale di guerra Netanyahu è apparsa già chiarissima. Anzi, gli interventi pubblici dei vari leader per esprimere condanna e cordoglio hanno lasciato intendere, ancora prima di conoscere l’identità degli attentatori, che gli attacchi sono in qualche modo da collegare alle proteste dilagate nei mesi scorsi contro il genocidio palestinese, a loro volta da ricondurre al presunto diffondersi dei sentimenti antisemiti in tutto il mondo. Accuse, queste ultime, evidentemente strumentali e senza nessun riscontro nella realtà, ma che servono, come le reazioni seguite agli eventi di Bondi Beach, a cercare di riabilitare il regime terrorista di Netanyahu e a soffocare ancora di più il dissenso e l’opposizione al genocidio ancora in corso.
L’informazione più importante diffusa finora dalle autorità sul profilo dei due attentatori, padre e figlio di 50 e 24 anni, è che quest’ultimo era noto ai servizi segreti australiani (ASIO) perché sospettato in passato di avere avuto legami con un gruppo affiliato allo Stato Islamico (ISIS). Il figlio, Naveed Akram, è nato in Australia, mentre il padre, il cui nome non è stato ancora reso noto, era emigrato in Australia da un paese non confermato dalle autorità, ma indicato da alcuni media nel Pakistan. Il dato relativo all’ISIS, se confermato, stabilisce potenzialmente un collegamento tra la galassia terrorista dell’integralismo sunnita e gli stessi governi che in queste ore puntano il dito contro quelli che definiscono come sostenitori di Hamas e del “terrorismo” accostabile alla resistenza palestinese. I legami tra Israele e i miliziani dell’ISIS durante la guerra civile siriana e anche dopo sono d’altra parte ben documentati, così come l’utilizzo da parte degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali di gruppi armati simili per i propri obiettivi strategici o per condurre operazioni destabilizzanti, come “false flag” o attentati di vario genere.
La questione è di estremo rilievo anche perché in Australia nei mesi scorsi ha tenuto banco una campagna di disinformazione che puntava a criminalizzare l’Iran, attribuendo ai Guardiani della Rivoluzione una serie di attacchi antisemiti, che però le stesse forze di polizia locali hanno in seguito ricondotto a semplici atti di vandalismo. L’operazione aveva tuttavia portato alla rottura dei rapporti diplomatici tra Teheran e Canberra, con la clamorosa chiusura della rappresentanza diplomatica iraniana in Australia a fine agosto. La mano del Mossad e della CIA era più che evidente e, anche in quel caso, l’intento era di screditare le manifestazioni di protesta contro il regime sionista, creando un collegamento tra le forze filo-palestinesi e le violenze antisemite.
È stato lo stesso Netanyahu a chiarire i contorni politici della vicenda che fa da contesto ai fatti orribili accaduti domenica a Sydney. Il premier/criminale di guerra ha attaccato pubblicamente il capo del governo laburista australiano, Anthony Albanese, per avere recentemente riconosciuto ufficialmente lo stato palestinese. Questa decisione, senza nessun effetto pratico e conseguenza della crescente mobilitazione dell’opinione pubblica contro il genocidio, sarebbe per Netanyahu alla base del diffondersi della piaga dell’antisemitismo in tutto il mondo e, di conseguenza, del verificarsi di episodi di sangue come quello di domenica, diretto contro i partecipanti alla celebrazione della festività ebraica di Hannukkah.
Netanyahu ha ricordato che in una comunicazione ufficiale inviata al primo ministro australiano la scorsa estate aveva esplicitamente avvertito che la decisione di “premiare” Hamas con il riconoscimento dello stato palestinese avrebbe “incoraggiato” attacchi contro gli ebrei. Alla luce anche di queste parole, non è una sorpresa il fatto che molti sui social e sui siti di informazione alternativa stiano già discutendo del possibile coinvolgimento del Mossad negli eventi di Bondi Beach.
Resta comunque il fatto che l’attentato di domenica viene usato in queste ore come un’arma politica sia per spingere il governo australiano a essere meno tollerante verso le espressioni di solidarietà nei confronti dei palestinesi sia per togliere pressioni a un regime sionista che continua a massacrare la popolazione di Gaza e a occupare il territorio della striscia nonostante la tregua nominale in vigore. L’isolamento internazionali di Israele è sempre più evidente e, al di là delle circostanze di quanto appena accaduto a Sydney, episodi di sangue come questo vengono sfruttati dagli alleati del regime di Tel Aviv per provare a stimolare un’ondata di empatia nei confronti della comunità ebraica, che in quanto tale non ha nessuna responsabilità nel genocidio palestinese, e ancora di più a riabilitare Netanyahu.
Lo sfruttamento per fini politici dell’attacco con armi da fuoco più grave avvenuto in Australia negli ultimi trent’anni da parte di un governo genocida e dei suoi complici in Occidente è ad ogni modo più che vergognoso. Netanyahu versa finte lacrime per la tragica morte di 16 ebrei e il ferimento di un’altra quarantina nonostante sia il primo responsabile del massacro di decine di migliaia di donne e bambini a Gaza, nel quadro di un piano di sterminio deliberato per cancellare dalla striscia i suoi abitanti.
Subito dopo l’attacco di domenica, il premier/criminale di guerra aveva cercato di strumentalizzare ulteriormente l’accaduto attribuendo a uno sconosciuto ebreo il merito di avere fermato uno dei due assalitori musulmani, facendo intendere che gli ebrei in Australia erano stati abbandonati a loro stessi e quindi costretti a difendersi da soli dalla violenza antisemita. Per Netanyahu, che ha dovuto correggersi poco dopo, deve essere stata sgradita la notizia dell’atto eroico compiuto invece da un fruttivendolo musulmano, Ahmed al Ahmed, ritratto in un video mentre rischiava la vita per disarmare uno dei due responsabili della strage di Bondi Beach.
Il governo australiano, assieme a quello dello stato del Nuovo Galles del Sud, non ha perso tempo a sua a volta a rilanciare la tesi dell’antisemitismo dilagante, per poi minacciare provvedimenti volti a “sradicare” questo genere di “odio, violenza e terrorismo”. Albanese ha fatto esplicito riferimento a prossime iniziative di legge per liberare l’Australia dall’antisemitismo, oltre che per implementare misure più restrittive sulla vendita di armi. Minacce che prospettano sinistramente un altro giro di vite sulla libertà di espressione e, nel caso specifico, contro le manifestazioni di sostegno alla causa palestinese e contro i crimini sionisti. Sforzi peraltro in linea con i tentativi dei mesi scorsi di limitare le proteste spesso massicce organizzate in questo paese, tra cui la marcia del 3 agosto attraverso il Sydney Harbour Bridge, a cui presero parte più di 300 mila persone.

