Taiwan, la guerra come strategia
L’amministrazione Trump ha dato il via libera qualche giorno fa al più grande pacchetto di forniture militari mai destinato a Taiwan, per un valore superiore agli 11 miliardi di dollari, che include missili a medio raggio, artiglieria e sistemi d’attacco avanzati. Presentata come una misura di “sicurezza” e “difesa”, l’operazione rappresenta in realtà un salto di qualità nello scontro strategico tra Stati Uniti e Cina, mascherato da routine diplomatica e procedure congressuali. Dietro l’annuncio quasi distratto di Washington si profila invece una scelta deliberata di escalation, destinata ad avere conseguenze profonde sugli equilibri dell’area Asia-Pacifico e sulla stabilità globale.
La reazione di Pechino non si è fatta attendere ed è stata, nei toni come nella sostanza, perfettamente coerente con le linee rosse tracciate da tempo sulla questione taiwanese. Il ministero della Difesa cinese ha denunciato l’ennesima provocazione americana, annunciando un’intensificazione delle attività militari e l’adozione di “misure risolute” per difendere sovranità e integrità territoriale, mentre a Washington sono state recapitate formali proteste diplomatiche. Nella lettura cinese, la maxi-fornitura di armi non solo viola gli impegni assunti dagli Stati Uniti, ma alimenta deliberatamente le pulsioni secessioniste di Taipei, trasformando l’isola in un mercato per l’industria bellica americana e mettendo a rischio la sicurezza della popolazione taiwanese pur di sostenere una strategia di confronto che ha poco a che fare con la difesa e molto con la preparazione di un conflitto aperto.
Il pacchetto approvato da Washington comprende una gamma di sistemi d’arma che difficilmente possono essere ricondotti alla categoria della “difesa” evocata nei comunicati ufficiali. Al centro della fornitura figurano piattaforme missilistiche mobili già ampiamente sperimentate in altri teatri di guerra, lanciarazzi multipli ad alta precisione, munizionamento guidato a lungo raggio e una serie di sistemi progettati per colpire obiettivi strategici con rapidità e in profondità. Si tratta di armamenti concepiti per operazioni di interdizione e attacco, non per la mera protezione di un territorio, e il loro dispiegamento sull’isola segna un netto salto di qualità rispetto alle precedenti forniture, sia per volume sia per capacità offensive.
Ancora più rilevanti sono le implicazioni politiche e strategiche di questa scelta. L’introduzione a Taiwan di missili con un raggio d’azione tale da coprire ampie porzioni della Cina continentale costituisce una provocazione calcolata che svuota di contenuto l’adesione formale di Washington al principio di “Una sola Cina”, pilastro degli equilibri diplomatici costruiti a partire dalla fine degli anni Settanta. Gli Stati Uniti continuano a richiamarsi a una cornice legale che giustificherebbe la vendita di armamenti difensivi, mentre nei fatti forniscono strumenti pensati per colpire in profondità, alimentando le ambizioni secessioniste di Taipei e alzando sistematicamente il livello dello scontro. In parallelo, l’intensificarsi delle manovre militari, dei transiti navali nello stretto e delle visite politiche di alto profilo completa un quadro che punta a trasformare Taiwan in un avamposto avanzato della strategia americana di contenimento della Cina, nella consapevolezza che Pechino ha più volte avvertito che una simile traiettoria rende lo scontro armato non un’eventualità remota, ma un esito sempre più probabile.
Sul piano interno, la strategia americana trova il suo naturale complemento in una crescente pressione su Taipei affinché si faccia carico in prima persona dei costi della militarizzazione imposta dall’esterno. Il governo taiwanese ha già annunciato un aumento significativo della spesa per la difesa, fino a superare il 3 per cento del PIL nel breve periodo e con l’obiettivo di raggiungere livelli ancora più elevati negli anni successivi, in linea con richieste statunitensi che sfiorano percentuali difficilmente sostenibili persino per le principali potenze occidentali. Questa corsa al riarmo, giustificata come inevitabile risposta alla “minaccia cinese”, rischia però di produrre un pericoloso effetto di ritorno: una parte rilevante della società e dell’opposizione politica, a cominciare dal Kuomintang, guarda con crescente scetticismo a politiche apertamente ostili a Pechino che espongono l’isola a ritorsioni economiche, isolamento regionale e, nel peggiore dei casi, a diventare il primo teatro di uno scontro tra grandi potenze. La retorica della sicurezza totale e i maxi-budget militari, presentati come garanzia di stabilità, finiscono così per acuire le fratture interne e mettere in discussione proprio quell’equilibrio politico e sociale che Washington sostiene di voler difendere.
Questo orientamento non è frutto di dinamiche spontanee o di una valutazione autonoma degli interessi dell’isola, ma della piena adesione dell’attuale leadership taiwanese alle priorità strategiche di Washington. Il Partito Progressista Democratico al potere ha fatto propria senza riserve l’agenda americana, accettando aumenti massicci della spesa militare e presentandoli come una necessità non negoziabile, mentre vengono varati bilanci straordinari pluriennali destinati quasi esclusivamente all’acquisto di armamenti. Parallelamente, l’apparato militare viene ristrutturato secondo scenari di guerra totale: esercitazioni senza precedenti per durata e intensità, simulazioni di invasioni su larga scala, addestramento alla guerriglia urbana e mobilitazione dell’intera società civile. Anche la leva obbligatoria è stata estesa e irrigidita, con programmi di formazione sempre più orientati all’impiego di armi avanzate e tattiche asimmetriche. Il risultato è una progressiva militarizzazione della vita politica e sociale di Taiwan che rispecchia fedelmente i piani statunitensi per un conflitto prolungato per procura, in cui l’isola viene preparata non tanto a difendersi, quanto a sostenere i costi umani e materiali di una guerra pensata altrove.
Non a caso, la composizione delle forniture militari risponde in larga misura alle priorità del Pentagono più che alle reali esigenze di Taipei: artiglieria semovente, missili anticarro e droni d’attacco a lungo raggio delineano uno scenario di guerra di attrito in cui la sopravvivenza politica, economica e sociale di Taiwan passa in secondo piano rispetto all’obiettivo americano di indebolire il rivale strategico. In questa logica, l’isola non appare come un alleato da proteggere, ma come una piattaforma avanzata da consumare, con il rischio che il prezzo finale venga pagato quasi esclusivamente dalla popolazione taiwanese.
A completare il quadro c’è la presenza militare statunitense sull’isola, formalmente ridotta a un ruolo di “consulenza” ma nei fatti sempre più estesa e strutturata. Nel corso degli ultimi anni, il numero di militari americani dispiegati a Taiwan e sulle isole più avanzate è cresciuto in modo costante, passando da poche decine a diverse centinaia di unità, inclusi reparti delle forze speciali integrati in basi anfibie a ridosso della costa cinese. Questa presenza, lungi dall’essere simbolica, rappresenta un ulteriore strappo agli equilibri costruiti in decenni di ambiguità strategica e contribuisce a normalizzare una cooperazione militare diretta che Pechino considera una minaccia esistenziale.
Il contingente USA non si limita ad addestrare o a fornire supporto tecnico, ma partecipa alla pianificazione operativa e all’integrazione dei nuovi sistemi d’arma in scenari di guerra esplicitamente orientati contro la Cina. Taiwan viene così inserita in modo sempre più profondo nell’architettura militare statunitense nell’Indo-Pacifico, perdendo margini di autonomia politica e strategica mentre cresce il rischio di incidenti, escalation incontrollate e calcoli errati. L’approvazione del maxi-pacchetto di armi, l’aumento vertiginoso della spesa militare, la militarizzazione della società e la presenza diretta di truppe americane convergono in un’unica direzione: trasformare la questione taiwanese da delicato nodo diplomatico a detonatore di un confronto diretto tra grandi potenze. In questo schema, la sicurezza di Taiwan appare sempre più come un pretesto, mentre al centro resta la volontà di Washington di contenere e indebolire la Cina, anche a costo di trascinare l’intera regione in una crisi dagli esiti potenzialmente catastrofici.

