Trump e il “dossier” Groenlandia

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia e le iniziative concrete che le hanno accompagnate hanno fatto riesplodere una polemica che covava sotto la cenere da mesi, riportando in primo piano le pulsioni imperiali di Washington e le fratture sempre più profonde tra le due sponde dell’Atlantico. Dopo avere ribadito che gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia per la propria sicurezza nazionale, il presidente americano ha nominato un inviato speciale per l’isola artica, territorio sotto sovranità danese, e provocato così inevitabilmente una reazione furiosa da parte di Copenaghen, assieme a una presa di posizione altrettanto dura da parte delle istituzioni europee. La vicenda, tutt’altro che folcloristica malgrado le apparenze, si inserisce in un contesto già segnato da tensioni acute tra Stati Uniti ed Europa, aggravate dalle divergenze sulla guerra in Ucraina e sulla sua possibile conclusione, e contribuisce a mettere a nudo la crisi strutturale dell’alleanza transatlantica.
La miccia è stata accesa dalla nomina, da parte di Trump, del governatore della Louisiana Jeff Landry a inviato speciale per la Groenlandia, una scelta tutt’altro che neutra e accompagnata da dichiarazioni che chiariscono il senso politico dell’operazione. Il presidente ha motivato l’incarico elogiando Landry come un abile negoziatore e sottolineando la sua piena adesione alla tesi secondo cui l’isola artica sarebbe “essenziale” per la sicurezza nazionale americana. Non a caso, lo stesso Landry ha inizialmente accolto l’incarico parlando apertamente della prospettiva di “portare la Groenlandia sotto la bandiera statunitense”. Parole che hanno alimentato ulteriormente l’indignazione di Danimarca e Unione Europea e confermato l’impressione che Washington stia trattando la sovranità di un territorio europeo come una variabile negoziabile.
Successivamente, lo stesso Landry ha tentato di smorzare i toni, assicurando che gli Stati Uniti non avrebbero alcuna intenzione di “conquistare” o annettere con la forza nessun territorio, per poi ricorrere alla consueta retorica americana della libertà, della protezione e della prosperità economica. Ma queste rassicurazioni appaiono poco credibili alla luce delle parole e dei gesti dello stesso Trump, che ha continuato a evocare senza imbarazzi la possibilità di usare la forza e a liquidare la presenza danese come inadeguata e priva di reali capacità militari. Il richiamo ossessivo alla “sicurezza nazionale”, l’insistenza sulla presenza russa e cinese nell’Artico e il paragone con le modalità con cui la Danimarca avrebbe assunto il controllo dell’isola secoli fa suggeriscono che la questione groenlandese non sia una boutade estemporanea, ma parte di una strategia più ampia in cui Washington rivendica il diritto di ridefinire confini e sovranità in base ai propri interessi geopolitici.
La risposta di Copenaghen è stata in ogni caso immediata e insolitamente dura, segno che le mosse americane vengono percepite come una violazione diretta di limiti finora considerati intangibili. Il governo danese ha definito la nomina dell’inviato statunitense per la Groenlandia “totalmente inaccettabile” e ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti per chiarimenti, denunciando apertamente il fatto che Washington sembri attribuire a una propria figura istituzionale il compito di mettere in discussione la sovranità danese sull’isola. La reazione è tanto più significativa se si considera la natura del rapporto tra Danimarca e Groenlandia, territorio dotato di ampia autonomia interna ma formalmente sotto il controllo di Copenaghen per difesa e politica estera. Allo stesso tempo, la presenza americana sull’isola non è una novità: dagli anni della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti mantengono installazioni militari strategiche in Groenlandia, giustificate in passato dalla cooperazione con un alleato e oggi sempre più rivendicate come diritto unilaterale. È proprio questo slittamento, dalla collaborazione alla pretesa, che trasforma la questione groenlandese da dossier sensibile in un potenziale detonatore diplomatico tra Washington e l’Europa.
La vicenda groenlandese va quindi letta alla luce di un quadro strategico ben più ampio, delineato nei documenti ufficiali dell’amministrazione Trump e spesso liquidato come mera propaganda elettorale. La recente nuova strategia di sicurezza nazionale codifica infatti una versione aggiornata della dottrina “America First”, che recupera in chiave esplicitamente coercitiva il vecchio principio della Dottrina Monroe, ridefinendo l’emisfero occidentale come uno spazio di esclusiva pertinenza statunitense. In questa visione, il continente americano – dal Circolo Polare Artico fino all’America Latina – diventa il perimetro da mettere in sicurezza a qualsiasi costo, utilizzando senza remore strumenti economici, politici e militari per estromettere ogni concorrente strategico, in primo luogo Russia e Cina.
Le ambizioni su Groenlandia e Canada, così come l’atteggiamento aggressivo verso paesi dell’America Latina, non appaiono quindi come eccentricità isolate, ma come tasselli di un disegno che mira a consolidare un dominio incontestato sul “cortile di casa” americano. Questo spazio, nelle intenzioni di Washington, dovrebbe fungere da retroterra stabile e militarmente controllato per affrontare una competizione globale sempre più aperta, confermando che dietro la retorica della sicurezza e della libertà si profila una strategia di potenza pronta a rimettere in discussione confini, sovranità e alleanze storiche.
Quella odierna non è dunque una fiammata improvvisa, ma l’ennesimo capitolo di una pressione americana che va avanti da mesi. Già in primavera la visita del vicepresidente JD Vance aveva suscitato forti polemiche, con dichiarazioni allarmistiche sulla presunta “vulnerabilità” della Groenlandia e sull’assenza di alternative a un rafforzamento della presenza statunitense sull’isola. Durante l’estate, poi, la tensione era ulteriormente salita quando Copenaghen aveva convocato l’ambasciatore USA dopo notizie su tentativi di operazioni di influenza condotte da cittadini americani in territorio groenlandese. Episodi che, letti retrospettivamente, appaiono come segnali preparatori di una strategia più strutturata, volta a normalizzare l’ingerenza statunitense e a testare la tenuta politica di Danimarca ed Europa di fronte a una progressiva erosione della loro sovranità nell’Artico.
Al di là della polemica politica, la Groenlandia occupa una posizione di rilevanza strategica oggettiva nel nuovo contesto globale. L’isola si trova lungo l’asse che collega il Nord America alla Russia ed è destinata a diventare un nodo centrale con l’apertura progressiva delle rotte artiche, rese sempre più praticabili dallo scioglimento dei ghiacci. Parallelamente, il suo sottosuolo ospita risorse minerarie significative, comprese terre rare, uranio e altri materiali critici per le tecnologie avanzate e la transizione energetica, la cui estrazione finora era stata limitata da condizioni ambientali estreme. Non sorprende quindi che la Groenlandia sia al centro di una competizione crescente non solo tra Stati Uniti, Russia e Cina, ma anche tra le stesse potenze europee, che negli ultimi anni hanno intensificato investimenti, cooperazione economica e presenza militare nell’Artico. In questo quadro, l’isola rappresenta al tempo stesso una piattaforma strategica, un potenziale hub logistico e una riserva di risorse, rendendo inevitabile che il suo status diventi sempre più conteso in una regione destinata a giocare un ruolo chiave nei futuri equilibri geopolitici.
Le reazioni europee alla nomina dell’inviato americano per la Groenlandia confermano quanto i rapporti transatlantici, già logorati dalla guerra in Ucraina, siano entrati in una fase di aperta disarticolazione. Le invocazioni di Bruxelles al rispetto del diritto internazionale e dell’inviolabilità delle frontiere suonano tanto solenni quanto strumentali, soprattutto se lette alla luce della storia recente dell’Europa, che non ha esitato a partecipare a guerre di aggressione, smembramenti statali e interventi militari privi di qualsiasi copertura giuridica quando ciò coincideva con i propri interessi. Oggi il richiamo ai principi serve soprattutto a mascherare un conflitto tra potenze alleate solo nominalmente, i cui interessi strategici divergono sempre più apertamente, dall’Ucraina all’Artico. La Groenlandia diventa così un nuovo terreno di scontro tra Stati Uniti ed Europa, entrambi decisi a rafforzare la propria proiezione militare e il controllo sulle risorse, mentre la cooperazione atlantica appare ridotta a un guscio vuoto.
Per la Danimarca, questo scenario si traduce in un dilemma strategico sempre più difficile da gestire. Tradizionalmente uno dei più fedeli alleati di Washington, Copenaghen ha garantito per decenni agli Stati Uniti un accesso privilegiato alla Groenlandia, integrando profondamente le proprie forze armate con quelle americane e accettando una presenza militare massiccia sull’isola. Allo stesso tempo, la Danimarca ha cercato di ritagliarsi un ruolo autonomo all’interno della crescente militarizzazione europea, investendo in nuovi armamenti e rafforzando la propria posizione nell’Artico per non essere marginalizzata nella competizione per le risorse e le rotte emergenti.
Le recenti mosse di Trump dimostrano però che questo equilibrio non è più sostenibile: Washington non sembra disposta ad accettare una Danimarca come partner minore, mentre Copenaghen teme di essere semplicemente scavalcata nella gestione di un territorio che costituisce la principale leva del suo peso internazionale. In questo contesto, le dichiarazioni di principio sulla sovranità e l’autodeterminazione dei groenlandesi appaiono come l’ultima linea difensiva di fronte a una realtà più brutale, fatta di rapporti di forza e competizione imperiale. La vicenda della Groenlandia rivela così, senza più ambiguità, che dietro la retorica della sicurezza e del diritto internazionale si consuma uno scontro tra potenze in declino relativo, pronte a ridefinire confini, alleanze e territori pur di preservare il proprio spazio strategico in un mondo sempre più instabile.

