Cina e Giappone, guerra per Taiwan
Sono bastate poco più di due settimane alla neo-premier giapponese, Sanae Takaichi, per precipitare le relazioni del suo paese con la Cina al punto più basso almeno degli ultimi dieci anni. Dopo avere preso le redini del suo Partito Liberal Democratico (LDP) e del governo in seguito all’ennesima crisi politica andata in scena a Tokyo, la 64enne deputata ultra-nazionalista ha scatenato un polverone diplomatico con Pechino a causa di un intervento pubblico nel quale ha prospettato il ribaltamento radicale dei principi su cui si basa la politica della sicurezza nipponica. L’oggetto della polemica è Taiwan e le iniziative che il Giappone implementerebbe nel caso di un’azione militare cinese sull’isola. La questione si intreccia indissolubilmente alle manovre in funzione anticinese degli Stati Uniti in Estremo Oriente. Manovre che il Giappone dimostra di volere sempre più assecondare nonostante le robustissime relazioni economiche e commerciali che intrattiene con la Cina.
Takaichi ha affermato il 7 novembre scorso durante una seduta del parlamento che il Giappone riterrebbe un eventuale attacco cinese contro Taiwan una situazione che “minaccia la sopravvivenza” del suo paese e, di conseguenza, implicherebbe una risposta con l’intervento delle forze armate, ufficialmente chiamate “Forze di Auto Difesa” nel rispetto formale della Costituzione pacifista introdotta al termine della Seconda Guerra Mondiale. Le parole scelte dalla premier fanno deliberatamente riferimento alla condizione legalmente necessaria a giustificare il dispiegamento di militari in assenza di un attacco diretto sul territorio giapponese. Ciò sarebbe possibile nel quadro del principio della cosiddetta “auto-difesa collettiva”, sia pure entro limiti molto ristretti.
Per regolare questa eventualità, oltre che per gettare le basi di un maggiore coinvolgimento militare giapponese a livello internazionale, era stata approvata nel 2015 una specifica legge in parlamento (Dieta) che limita i termini dell’utilizzo di soldati all’estero. Una misura, quest’ultima, possibile nel caso di un attacco contro un paese straniero, con cui Tokyo intrattiene relazioni molto strette, e che rappresenta un’evidente minaccia alla sopravvivenza e alla libertà del popolo giapponese. Inoltre, l’opzione militare può essere perseguita solo se non ci sono altri strumenti adeguati a respingere l’attacco e garantire la sopravvivenza del Giappone e dei suoi abitanti. L’uso della forza, infine, deve essere limitato al minimo indispensabile.
Nessun capo del governo giapponese dopo il secondo conflitto mondiale aveva mai dichiarato pubblicamente la volontà di entrare in guerra contro la Cina in presenza di un’invasione o di un attacco contro Taiwan. In primo luogo per la natura esplosiva per Pechino di qualsiasi interferenza esterna sulla questione dell’isola e il suo status. Definire poi uno scenario da minaccia esistenziale per Tokyo un’operazione militare cinese a Taiwan comporta un importante sforzo della fantasia, a meno di non ricondurre la vicenda agli interessi di un’altra potenza, ovvero gli Stati Uniti.
Molti commenti apparsi nei giorni scorsi sulla stampa internazionale hanno coinvolto nella discussione il defunto ex premier Shinzo Abe, sia perché è considerato il mentore dell’attuale capo del governo sia perché è stato egli stesso il promotore di una spinta militarista nel suo paese, con ripetuti tentativi di alterare il carattere pacifista della Costituzione. Abe aveva però sempre evitato, mentre ricopriva il suo incarico, di menzionare Taiwan tra i casi che avrebbero potuto giustificare il dispiegamento di truppe giapponesi all’estero. E la ragione di questa cautela non era solo la volontà di non mettere a repentaglio i rapporti con Pechino, ma si collegava al fatto che il Giappone, come la stragrande maggioranza dei paesi, inclusi gli Stati Uniti, non riconosce Taiwan come uno stato sovrano. Ufficialmente anche Tokyo accetta il principio di “una sola Cina”, che riconosce la legittima sovranità di Pechino su tutta la Cina, inclusa l’isola di Taiwan.
In questa prospettiva, a livello legale, un’invasione cinese di Taiwan con l’obiettivo di riportare l’isola sotto il controllo della madrepatria, al di là delle implicazioni politiche e strategiche frutto degli eventi degli ultimi ottant’anni, non farebbe che ratificare di fatto uno scenario già riconosciuto praticamente da tutta la comunità internazionale. Quindi, considerare come una situazione che “minaccia la sopravvivenza” del Giappone un’azione di questo genere non ha alcun senso. Secondo molti analisti militari giapponesi, quanto sostenuto dalla premier Takaichi in parlamento potrebbe invece avere senso se, nel contesto di una guerra a Taiwan, la Cina dovesse attaccare gli Stati Uniti. Tuttavia, questa possibilità potrebbe con ogni probabilità avvenire solo dopo un attacco americano contro la Cina in conseguenza dell’intervento militare di Washington a sostegno di Taipei.
Le basi pseudo-legali che Takaichi ha offerto per giustificare la tesi della legittimità di un intervento militare giapponese in caso di attacco cinese a Taiwan si rifanno a dichiarazioni che il già citato ex premier Abe aveva rilasciato dopo avere abbandonato la carica di capo del governo. Coerentemente con un’evoluzione ancora più da “falco” in relazione ai rapporti con Pechino, Abe aveva ad esempio spiegato che la situazione di pericolo per la sopravvivenza del Giappone si sarebbe potuta verificare con un eventuale blocco navale e aereo cinese attorno a Taiwan.
Messa sotto pressione su questo punto da alcuni deputati dell’opposizione, che ritenevano un blocco cinese dell’isola non necessariamente minaccioso per il loro paese, la premier Takaichi ha rilanciato le tesi di Abe e, soprattutto, ha giustificato un ipotetico intervento dei militari giapponesi a Taiwan anche in assenza di un attacco di Pechino contro le forze americane nella regione. Per il nuovo capo del governo di Tokyo, dunque, il tentativo cinese di portare Taiwan sotto il controllo di Pechino rappresenterebbe di per sé un evento che consente l’uso della forza militare, senza la condizione di un attacco diretto contro il Giappone. Questa tesi costituisce, come si accennava all’inizio, un drastico cambiamento del principio che regola le politiche della difesa e della sicurezza nipponiche.
Non sorprende quindi che il governo cinese abbia reagito furiosamente alle parole di Takaichi, facendo precipitare in fretta le relazioni bilaterali. Il ministero degli Esteri di Pechino ha emesso comunicati di ferma condanna, ricordando che quella di Taiwan è una questione interna alla Cina, oltre che collegata ai propri interessi strategici più fondamentali. Non solo, almeno un vertice programmato a livello ministeriale con esponenti del gabinetto Takaichi è stato cancellato e i cittadini cinesi sono stati invitati a evitare viaggi in Giappone, così che una raffica di annullamenti di prenotazioni turistiche è subito seguita. In maniera più minacciosa, Pechino ha ipotizzato lo stop alle importazioni di pesce giapponese e in molti hanno parlato anche di un possibile congelamento delle esportazioni di terre rare cinesi verso Tokyo, come accadde per un breve periodo nel 2010 in seguito a uno scontro avvenuto attorno alle isole contese Senkaku (Diaoyu per la Cina).
Negli ultimi giorni, Takaichi ha cercato di limitare i danni delle sue dichiarazioni, bilanciando quella che ha definito essere la difesa degli interessi del suo paese con il ristabilimento di relazioni le più cordiali possibili con la Cina, che resta di gran lunga il primo partner commerciale di Tokyo. L’uscita su Taiwan non è stata però casuale né una gaffe, ma un’affermazione calibrata con la perfetta consapevolezza di implicazioni e conseguenze. La sua nomina alla guida del governo è d’altra parte l’espressione del deciso spostamento a destra del baricentro della politica giapponese e del tradizionale partito di potere in questo paese (LDP), concretizzatosi in una ulteriore spinta alle tendenze nazionaliste e militariste.
Una dinamica che ha visto appunto uscire di scena i rappresentati dell’ala più “moderata” del partito nella corsa alla leadership dopo le dimissioni dell’ex premier, Shigeru Ishiba, e la promozione di una candidata da sempre nota per le sue inclinazioni ultra-nazionaliste. Takaichi appartiene alla destra del partito e ha più volte negato o minimizzato i crimini del passato coloniale giapponese in Cina e Corea del Sud. La premier ha anche visitato regolarmente il famigerato Santuario Yasukuni a Tokyo, in quelle che sono considerate provocazioni volte ad affermare una visione revisionista della storia nipponica. In questo luogo, che dovrebbe onorare i caduti giapponesi, sono infatti sepolti 14 criminali di guerra di Classe A del secondo conflitto mondiale.
Questa involuzione della classe politica giapponese si intreccia inestricabilmente alle mire strategiche americane in Asia orientale, nel quadro dei preparativi per una futura guerra contro la Cina. La questione è però complicata dal fatto che l’amministrazione Trump ha messo in (relativa) pausa l’escalation nei confronti di Pechino, principalmente per via dei contraccolpi negativi sull’economica USA delle politiche commerciali ultra-aggressive adottate a singhiozzo durante il 2025. Il presidente americano ha parlato con Takaichi e il suo omologo cinese, Xi Jinping, nei giorni scorsi, proiettando ottimismo circa il possibile abbassamento delle tensioni in Estremo Oriente. Senza un passo indietro significativo del governo giapponese, che torni a ristabilire lo status quo precedente le dichiarazioni della premier in parlamento, la de-escalation rischia tuttavia di essere soltanto temporanea.

