SUDAN: IL TPI INCRIMINA AL-BESHIR. QUALI CONSEGUENZE?
di Eugenio Roscini Vitali
Con l’accusa di genocidio e crimini contro l’umanità, il Tribunale penale internazionale (Tpi) dell’Aja ha incriminato il presidente della Repubblica del Sudan, Omar Hassan al-Beshir. L’impianto accusatorio sviluppato dal procuratore generale del tribunale delle Nazioni Unite, Luis Moreno-Ocampo, si riferisce ai fatti riguardanti la guerra civile che dal febbraio 2003 sconvolge la regione occidentale del Paese e alle atrocità commesse contro la popolazione autoctona del Darfur. Secondo il magistrato argentino il presidente del Sudan avrebbe orchestrato e guidato la sanguinosa campagna di violenze che in cinque anni ha causato più di trecentomila vittime e duemilioni di profughi. Moreno, che ha presentato nuove documentazioni, è certo che i vertici politico-militari di Khartoum avrebbero armato le milizie arabe janjaweed allo scopo di impedire e reprimere ogni possibile rivolta. Nei giorni scorsi il procuratore generale aveva già chiesto l’arresto del ministro degli Affari Umanitari sudanesi, Ahmed Harun, e del leader dei janjaweed, Ali Kosheib, accusati di esse coinvolti in 51 casi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Il problema ora è capire quale potrebbe essere la reazione del presidente sudanese. Nel caso al-Bashir decidesse di reagire con la forza, la missione di pace UNAMID sarebbe in grado di proteggere i campi profughi e il personale delle organizzazioni umanitarie presenti in Sudan? La speranza è che non ci siano ritorsioni, ma mentre in Europa si apre formalmente il secondo caso relativo a crimini contro l’umanità commessi in Darfur e la Lega Araba ha convocato un meeting straordinario per discutere la delicata situazione che vede di fronte i vertici sudanesi e il Tpi, all’interno del Palazzo di Vetro.
Lo scontro diplomatico è già in corso e l’ambasciatore sudanese all’Onu, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohammed, ha già detto che Ocampo sta giocando con il fuoco. A New York sono in molti a pensare che tentare di trascinare al-Bashir sul banco degli imputati potrebbe minare la stessa missione di pace che Onu e Unione Africana hanno così faticosamente messo in piedi; a Khartoum, dove la popolazione è scesa in piazza per manifestare in favore di al- Beshir, le ambasciate e le agenzie internazionali, governative e non, stanno approntando i piani per evacuare del personale non essenziale.
Quello che è accaduto in Sudan non appena la notizia sull’incriminazione è trapelata potrebbe essere un primo segnale d’allarme. Il 9 luglio scorso, a Um Hakibah, Darfur settentrionale, un commando composto da circa 40 automezzi ha condotto un’azione contro un convoglio di militari della missione UNAMID; l’agguato, condotto con l’uso di armi pesanti, ha causato la morte di sette Caschi Blu e una ventina i feriti. Opera di un gruppo non ancora identificato ma comunque riconducibile ai janjaweed, l’attacco ha dimostrato tutta la fragilità di una struttura operativa che non riesce a decollare. La mancanza di mezzi e la carenza di personale sta rendendo la situazione sul terreno particolarmente delicata e rispetto ai settemila uomini messi in campo nel 2004 dall’Unione Africana (missione Amis) le cose non sembrano essere cambiate: alla fine di maggio, il Generale Martin Luther Agwai, comandante operativo dell’UNAMID, aveva a disposizione solamente novemila (9.563 militari, di cui 7.605 soldati, 154 osservatori e 1.804 poliziotti, 148 volontari delle Nazioni Unite, 446 civili provenienti da altri paesi e 741 sudanesi) delle 26 mila unità previste dalla Risoluzione 1769 del 31 luglio 2007 (19.555 militari, 6.432 forze di polizia e una significativa componente civile).
Il tentativo di mettere la leadership sudanese di fronte alle sue gravissime responsabilità potrebbe inoltre incontrare forti resistenze in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove al-Bashir gode dell’appoggio di Russia e Cina, principale partner commerciale di Khartoum. Nonostante l’embargo sulle armi, Mosca e Pechino continuerebbero infatti a vendere materiale bellico al Sudan: munizioni, bombe, mezzi per l’esercito, elicotteri e aerei da combattimento. Secondo un report pubblicato da Amnesty International, nel 2005 Khartoum avrebbe importato dalla Cina 24 milioni di dollari di armi e munizione e circa 59 milioni di dollari in pezzi di ricambio destinati all’aviazione militare. Con la AviChina Industry & Technology ci sarebbe ancora aperto un ordine per 12 velivoli da addestramento/combattimento K-8S (sei dei quali già consegnati) e con Pechino ci sarebbe un accordo che prevede l’addestramento dei piloti sudanesi sugli A5 Fantan, gli aerei da combattimento di produzione cinese utilizzati dalle forze aeree del Sudan durante le missioni di attacco in Darfur.
Amnesty parla poi dei 45 milioni di dollari che la Russia avrebbe ricevuto per la fornitura di aerei militari da trasporto e pezzi di ricambio per i micidiali elicotteri da combattimento Mi-24. Infine la BBC ha recentemente pubblicato un articolo dove documenta l’esistenza di mezzi cinesi in dotazione all’esercito di Khartoum: veicoli da ricognizione Dong Feng (Humvee – High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle) che sarebbero caduti nelle mani delle fazioni anti-governative che combattono nel Darfur occidentale.
La decisione di incriminare il presidente è sicuramente un atto degno di lode che però potrebbe innescare una serie di conseguenze gravissime: ci sono i profughi che continuano a vivere alla mercé di predoni e ribelli e che alla fine rimangono il vero ostaggio di al-Bashir; c’è il processo di pace con i movimenti ribelli che a questo punto sembra destinato a morire; c’è l’incognita delle milizie arabe che con l’appoggio dei gruppi ribelli del Ciad e del Centrafrica potrebbero allargare il conflitto ad altri Stati.
C’è infine il personale delle organizzazioni umanitarie che in cinque anni di attività ha già subito diverse perdite e, vista la vastità del territorio nel quale si trova ad operare, rimane sicuramente il soggetto più vulnerabili. A questo punto sorge spontanea una domanda: le Nazioni Unite saranno in grado di sostenere la loro posizione senza trasformare il Sudan in un nuovo tragico insuccesso?

