9/11: CINQUE ANNI DOPO
di mazzetta

Cinque anni fa un gruppo composto in gran parte da sauditi e pakistani ha colpito
gli Stati Uniti d’America, portando termine con successo il primo attacco al territorio
metropolitano americano della storia. Qualcosa di più di un semplice attentato.
Sia per la carneficina che ha provocato che, soprattutto, per l’enorme esposizione
televisiva che ha conseguito, finendo in diretta televisiva planetaria mentre
ancora era in corso. Questa circostanza ne ha aumentato in misura spaventosa l’impatto
sull’opinione pubblica americana e mondiale, impatto che è andato ben al
di là di quello provocato dai danni materiali ed umani, pur ingentissimi.
Quell’attacco ha colpito in pieno un paese guidato da una dirigenza priva di qualità;
una dirigenza che, negli anni a seguire, ha saputo dissipare il patrimonio di
solidarietà internazionale seguito al 9/11 finendo per rivelarsi, se possibile,
anche più perniciosa e criminale degli stessi "terroristi" che
la attaccarono.
Il motivo scatenante per il quale dopo il 9/11 il mondo è piombato in
uno stato di guerra permanente, risiede nella natura elitista e presuntuosa
dei neoconservatori americani, nella cieca ideologia che li anima e nell’ormai
evidente disposizione alla truffa e all’inganno, essendo evidente che quanto
è stato fatto da allora non è stato nella direzione di catturare
o colpire i "colpevoli" dell’attacco.
Gorge W. Bush era al tempo un leader preso in giro quasi quotidianamente, entrato
in carica dopo che in una gigantesca pantomima la commissione elettorale dello
stato della Florida, governata da suo fratello, gli aveva porto la vittoria.
La signora a capo di quella commissione, chiamata a certificare i voti dopo
pesanti accuse di brogli, fervente repubblicana, da allora ha fatto carriera.
Il grottesco George, circondato dai non meno grotteschi amici del padre che
lo avevano condotto fino alla presidenza, ebbe allora la possibilità
di giocare al grande statista; purtroppo per tutti scelse invece un altro gioco,
più adatto agli interessi dei FOB (Friends of Bush, un acronimo
non troppo famoso con il quale i texani indicano da sempre la congerie di petrolieri,
predicatori, ex nazisti, conclamati razzisti e furfanti che da sempre accompagnano
le gesta di questa inquieta famiglia americana).
La strada era già tracciata da tempo e l’undici settembre offrì
all’amministrazione americana la possibilità di dare un seguito reale
alle deliranti teorie della scuola di Leo Strass, indimenticato padre del neoconservatorismo
americano. Teorie che vogliono gli USA, nella veste di suprema istanza morale
planetaria, destinati ad imporre la loro visione di "civiltà"
a una sterminata lista di cattivi.
Fu fondandosi su questi presupposti ideologici che, all’epoca, Bush ed i suoi
presero a pretesto gli attacchi del 9/11 e ne fecero il fulcro sul quale fare
leva per imporre ad alleati e non, i loro piani sul futuro assetto mondiale.
A testimoniarlo, la totale assenza di dibattito dopo il 9/11; a nessuno fu concesso
di discutere quale fosse la risposta più adatta agli attacchi. La visione
dei teorici repubblicani divenne immediatamente l’unica possibile, pena essere
accusati di "complicità con i terroristi".
A ben vedere, gli unici americani che invece potevano ricevere quell’accusa
stavano proprio all’interno dell’amministrazione USA. L’attacco fu una umiliazione
senza precedenti per quella che era l’unica superpotenza planetaria, ma prima
che ci fosse il tempo di scoprire perchè le spese stellari in armamenti
e in strutture deputate alla "sicurezza nazionale" fossero in realtà
evaporate nel nulla (e soprattutto in colossali truffe) lasciando gli USA esposti
d un attacco del genere, Bush lanciò il primo atto della GWOT
(acronimo per Global War On Terror) attaccando l’Afghanistan.
La composizione nazionale del commando e i legami che in seguito emersero con
i servizi segreti pakistani e sauditi (paesi più che alleati tra loro
e ambedue alleati degli USA) non indicavano certamente l’attacco all’Afghanistan
come una priorità o come la maniera migliore di colpire i colpevoli.
Ma fin dai primi giorni fu evidente come a guidare la reazione USA non fosse
il desiderio di vendetta contro chi aveva portato a termine l’attacco, piuttosto
come a muovere la reazione fosse l’ideologia e i piani dei neoconservatori.
Sauditi e pachistani vennero completamente ignorati, importanti personaggi
sauditi vennero addirittura evacuati dall’Amministrazione in gran fretta, mentre
il dittatore pakistano Musharraf divenne di corsa un importante alleato del
governo Bush. Eppure la storia di Musharraf era quella di un dittatore golpista
che in passato era stato il direttore delle operazioni pakistane in Afghanistan,
il vero e proprio direttore sul campo della presa del potere talebano. Non stupisce
che in seguito gli USA abbiano sorvolato sulla fornitura chiavi in mano di impianti
nucleari e missile ad Iran e Libia, come non stupisce che in questi giorni lo
stesso Musharraf abbia firmato un accordo con i talebani per concedere loro
l’inviolabilità ed il controllo della regione del Waziristan senza che
nessuno dalle parti di Washington obiettasse minimamente e senza provocare alcun
dibattito sui "liberi" media dell’Occidente.
Venne così l’attacco all’Afghanistan per cacciare Bin Laden e gli "incivili
islamici"; in pochi giorni i talebani fuggirono e gli USA assunsero il
controllo del paese. Oggi, dopo quasi cinque anni dall’invasione, il paese è
nel caos più completo, niente di quanto promesso agli afghani è
stato ricostruito, la produzione di oppio è ai massimi storici e i talebani
sono più forti ed aggressivi che mai. L’invasione dell’Afghanistan fu
la prova generale di quanto è accaduto poi in Iraq, che non aveva nessun
un legame con i fautori dell’"America under attack"
Perché è successo questo?
La spiegazione è semplice quando si riconosca che la reazione di Bush
non ha nulla a che fare con il 9/11, del quale si è invece sicuramente
servita come pretesto, e molto ha invece a che fare con i disegni della scuola
straussiana e, soprattutto, con gli interessi dei generosi compagni di merende
e finanziatori bushisti, premiati con commesse multimiliardarie nel nuovo protettorato.
La funzione keynesiana della guerra non è una scoperta di Bush e ancor
meno lo è l’uso dell’emergenza per affari illeciti e per distogliere
cifre enormi dai bilanci pubblici. Ma Bush ed accoliti sono andati parecchio
oltre, facendo stracci dei diritti civili degli americani e di altri cittadini
di altri paesi, così come non hanno esitato ad infrangere qualsiasi normativa
domestica ed internazionale, per non parlare delle leggi di guerra e dei diritti
umani.
Altrettanto evidente è che con il pretesto della GWOT Bush ed
i suoi amici, dalle elites del Golfo fino alle grandi corporation globali si
sono arricchiti come mai era successo ad alcun gruppo dirigente in precedenza.
Per conseguire questo risultato hanno sfruttato l’attacco del 9/11, ma ben
poco avrebbero potuto senza detenere il controllo di gran parte dei media, assicurato
dal fatto che appartengano anch’essi all’elite del capitalismo globalizzato
quanto apolide. Un controllo che si sostanzia nel pagare giornalisti ed opinionisti
compiacenti, come hanno dimostrato i casi del Lincoln Group in Iraq,
quello recente dei giornalisti anticastristi e quello tutto italiano che ci
ha mostrato Daniele Farina al soldo dell’ineffabile Pio Pompa, ma anche nella
spontanea adesione alla narrazione "ufficiale" di tutte le grandi
corporazioni che controllano i media e che sopravvivono perché perfettamente
integrati nel sistema.
Per conseguire questi risultati non si è rinunciato a scomodare le divinità,
e questo è un altro dato importante da tenere a mente: all’alba del ventunesimo
secolo sia gli usurpatori antidemocratici che i loro nemici brandiscono Dio
come unica legittimazione ideologica; all’alba del ventunesimo secolo ai popoli
oppressi si offre solamente un’altra oppressione ugualmente fondata sul consenso
clericale, con tanti saluti alla Rivoluzione Francese.
In un’atmosfera del genere è perfettamente conseguente che abbia avuto
luogo una vera e propria controrivoluzione fondata sulla sovversione semantica
del senso comune e sull’ostilità alle scienze. Dal 9/11 tutti i movimenti
di liberazione nazionale sono diventati "terroristi" per bocca di
sanguinari oppressori; tutti i musulmani sono divenuti un "minaccia",
tutte i chierici delle grandi religioni sono stati arruolati, su un fronte o
sull’altro, a legittimare gli spargimenti di sangue e la rapina ai danni degli
amministrati o le aspirazioni di questo o quel combattente "in nome di
Dio", si chiami Osama o Joseph Koni, sieda alla Casa Bianca o alla Knesset.
Grazie ad un tale avanzamento dell’oscurantismo è stato possibile produrre
un’eversione dell’economia mondiale a tutto vantaggio di pochi e senza alcun
riguardo per i molti. L’economia globalizzata è un’economia di rischio,
nella quale chi ha il potere di decidere la distribuzione del rischio ha avuto
mano libera dopo il 9/11. Da allora ogni aspirazione "etica" è
stata massacrata a suon di bugie e di ipocrite dichiarazioni. Gli organismi
internazionali sono stati a lungo occupati da emissari delle grandi corporazioni
ed i loro interessi sono divenuti sempre più prioritari rispetto alle
esigenze dei popoli e di quanto reclamato dalla razionalità.
La menzogna è diventata la vera protagonista di questo inizio secolo,
posto che la definizione dell’immaginario globale è saldamente nelle
mani di coloro che sono destinati ad approfittarne. Le bugie costruite per invadere
l’Iraq non sono che la punta dell’iceberg di un fenomeno pericolosissimo, che
rischia di condurre la razza umana nei pressi dell’autoestinzione. Bugie molto
più pericolose sono disseminate ogni giorno per contribuire alla costruzione
e al mantenimento di un sistema di controllo globale utile alla predazione delle
risorse comuni a vantaggio di pochi.
Sono stati falsificati i rapporti scientifici, sono state sovvertite le stesse
verità scientifiche e le leggi di ogni ordine e grado in nome di minacce
inventate: calunniate e represse intere nazioni, religioni, nonché naturalmente
gli oppositori di questo sistema. Le opinioni pubbliche sono state inondate
di terrore costruito a tavolino da pugnaci "spade di Dio" ed utili
idioti, di falsa pietas verso quei poveri che allo stesso tempo si mandavano
alla morte.
Quel che resta del mondo cinque anni dopo il 9/11 è una comunità
internazionale in balia delle corporation e della minacciosa arroganza a mano
armata della superpotenza americana; sono legioni di poveri che aumentano ogni
giorno ed un pianeta sempre più malato, la salute del quale è
sempre più prossima al punto di non ritorno, mentre le parole degli uomini
ragionevoli ed onesti che nella storia si sono spesi per le collettività
e la convivenza civile, si sono ormai perse nel vento. Le poche speranze di
invertire questa tendenza sono ormai affidate ad un improbabile collasso statunitense,
che comunque non priverà l’autoreferenziale e blindatissima schiera dei
politici statunitensi dell’enorme potenziale militare.
Ancor una volta nella storia abbiamo visto un leader che ci diceva che per
il nostro bene "Molte persone moriranno e soffriranno, ma è un sacrificio
che sono disposto ad accettare", mentre faceva la faccia di circostanza
e la sua propaganda copriva il coro di voci dissenzienti, mentre cominciavano
a tuonare le armi. Niente di nuovo, niente di inevitabile se l’umanità
avesse imparato nel frattempo a trarre lezioni da quella storia che Fukuyama,
altro astuto neoconservatore, ci aveva dato per finita.
La storia non è finita, si ripete al contrario sempre simile a se stessa
perché i suoi protagonisti non sono tanto diversi da quanti li hanno
preceduti. Nonostante le grandi tragedie del novecento siamo ancora qui a fare
i conti con i padroni delle ferriere e con il risultato della tragica alleanza
tra il potere politico, quello economico e quello religioso. L’unica novità
è che dal 9/11 la più potente nazione del mondo si è scoperta
vulnerabile e di questo ha approfittato chi voleva depredarla per arricchirsi,
fornendo un pessimo esempio a tutti quanti nel mondo antepongono il proprio
arricchimento a qualsiasi considerazione etica. Un esempio che produrrà
danni incalcolabili ancora per lungo tempo.
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