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28 Aprile 2017
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Chiunque vinca, perde l’America

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di Fabrizio Casari

Le elezioni statunitensi si avvicinano e, se non ci fossero le operazioni dell’FBI, rischierebbero di divenire un evento deludente rispetto alle attese. Dovevano essere caratterizzate dalla prima volta di una donna candidata alla Casa Bianca ma questo aspetto sembra aver perso la su centralità. A pochi giorni dal voto, gli Stati Uniti si trovano piuttosto nell’infelice condizione di constatare come la coppia di sfidanti per la Presidenza sia forse la peggiore della loro storia elettorale.

Donald Trump e Hillary Clinton sono stati infatti gli artefici di una contesa priva di qualità politica, concentratasi soprattutto sugli aspetti personali e svoltasi per questo senza esclusione di colpi, soprattutto quelli bassi. Ma c’è anche un altro elemento, in parte inedito, che ha caratterizzato questo scontro per la Casa Bianca: la spaccatura tra una America dell’establishment e dei poteri consolidati contro un’altra America che vive in una crisi sociopolitica, che nella commistione tra religione e ideologia cerca una riaffermazione identitaria di tipo reazionario e nel profilo isolazionista il recupero del suo ruolo internazionale.

Non sono però scene da lotta di classe: la destra reazionaria abbonda di colletti bianchi tanto quanto l’area democratica. In buona sostanza è uno scontro artefatto, dato che l’anima Liberal che dovrebbe incarnare Hillary Clinton appare comunque soverchiata dalle logiche sistemiche consolidate, prima fra tutte quella imperiale. In cambio, l’anima razzista, che ha nella volgarità e nella semplificazione binaria della dialettica ideologica la sua cifra, è ben espressa da Donald Trump.

Il candidato Repubblicano porta infatti alla ribalta la parte più reazionaria dell’elettorato, dai tratti fascistoidi, rintracciabile soprattutto negli stati del Sud e nelle comunità più periferiche dell’immenso paese. In parte sentendosi rappresentata da una sommatoria di aggregati evangelici e dal movimento del Tea Party, si sente estranea alla dialettica politica e alla divisione tra la sfera religiosa che indica i precetti e la laicità dei principi che costruisce le politiche. Dà voce agli istinti più bassi del razzismo, a chi sente il peso delle istituzioni centrali come una pressione indebita ed intollerabile nell’architettura del sistema di potere, rivendicando una autonomia totale che sfiora la secessione.

Trump propone di deportare 11 milioni di messicani e di impedire agli islamici di entrare negli USA, di riportare in America il lavoro finito altrove e di decidere su tutto e in fretta, fuori dalle pastoie della dialettica politica. Chiede per se una investitura da sovrano e sollecita un affidamento che ha poco di politico e molto di psicologico. Con questa peculiarità si è imposto tra i Repubblicani, facendo fuori pezzi da 90 come Ted Cruz, idolo del Tea Party, Jeb Bush, rampollo della dinastia texana e Marco Rubio, adorato dalla lobby cubano americana in Florida e New Jersey.

Quella di Trump ricorda, per certi aspetti, l’ascesa di Reagan. Come l’ex attore di terza fila divenuto presidente, novizio della politica e gaffeur di razza, Trump disprezza gli ultimi, odia gli immigrati, è misogino ed ignorante e fa della sua totale incapacità di stare nel solco del politicamente accettabile il suo vero punto di forza.

Ed è questo il timore maggiore di coloro che lo osteggiano: nessuno può garantire che non ci sia stato un errore di valutazione profondo nel ritenere l’elettorato migliore di lui, non conquistabile da tanto cattivo gusto e squallore. E se invece Trump incarnasse proprio le paure, le ansie, le fobie di quel pezzo di America mal censito, di quei molti che si sentono fuori da tutto e, dunque, contro tutti?

Hillary Clinton comunque non entusiasma. Raccoglie in primo luogo i voti contro Trump più che quelli a suo favore. Il suo elettorato è decisamente menomato da quell’anima davvero liberal, che a seguito della crisi innescatasi nel 2008 ha scoperto il conflitto tra gli affari di pochi e i diritti di tutti. Quell’anima, che aveva guardato al movimento Occupy Wall Street come un ritorno ai temi sociali e alla politica al basso, aveva trovato in Bernie Sanders il suo possibile rappresentante.

Non a caso l’anziano senatore del Vermont aveva radunato intorno a sé i giovani, l’elettorato democratico delle aree un tempo industriale ed oggi depresse, dove la crisi ha colpito più duramente i livelli occupazionali e il potere d’acquisto dei cittadini, prefigurando, per la prima volta nella storia degli states, l’idea di un declino socioeconomico che si accompagna a quello di una forte riduzione della sua leadership politica sulla scena internazionale.

Di fronte a questo vuoto, che è insieme identitario e prospettico, Sanders aveva sdoganato la legittimità del definirsi socialista. Era apparso come uno scarto deciso rispetto al passato, come un interprete legittimo e convincente del recupero dei valori del Partito Democratico; comunque come un leader capace di riportare alla politica una base ormai disincantata e delusa dal continuo scivolamento del partito verso posizioni di politica interna ed estera che assai poco si differenziano da quelle Repubblicane.

Ma proprio la contaminazione reciproca tra il Partito Democratico e i poteri forti americani ha imposto il ritiro di Sanders dalla corsa alla nomination. La delusione dei suoi supporters per le modalità con le quali è maturato (hanno avuto il sapore forte di un obbligo) hanno ulteriormente deluso quei milioni di elettori Democratici che si erano avvicinati per la prima volta, o riavvicinati dopo tanto tempo, alla contesa politica attiva.

Il fatto che sia stato un ritiro senza condizioni, ovvero che nessun ruolo - né quello di Vice Presidente, né di Segretario di Stato - sia stato ipotizzato per Sanders, ha esplicitato con nettezza la non liceità delle sue posizioni nel prossima Amministrazione a guida Democratica e ciò rende oggi la partecipazione di quell’elettorato incerta e in molti casi difficile da prevedere nel voto.

Perché gli elettori di Sanders, che al netto dell’identità ideologica auspicavano la rivolta contro l’establishment, vedono in Hillary Clinton - sostenuta da tutti i media e da Wall Street - proprio la delegata dei poteri forti. Trump, al contrario, con tutte le pericolosità che paventa nella tenuta socioculturale del Paese, potrebbe rappresentare l’incognita politica per molti aspetti estranea - ma per questo pericolosamente affascinante - all’establishment dominante.

I sondaggi indicano una sostanziale parità tra i due candidati. Anche quando la Clinton risulta in vantaggio, questo non ha mai percentuali tali da superare la forchetta tecnica d'imponderabilità insita nei rilevamenti di opinione.

In un elettorato che, come tradizione, lascia un buon 50% all’astensione, la vittoria sarà appesa allo schieramento di alcuni degli stati chiave. E’ proprio grazie ad un sistema elettorale capzioso e contorto che saranno questi ad eleggere il presidente più importante del mondo, magari senza che sia nemmeno il più popolare nel suo stesso paese.

 

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