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30 Aprile 2017
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Hillary-Trump, per chi votano i soldi

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di Carlo Musilli

Alle elezioni dell’8 novembre la finanza americana si presenta schierata in modo netto. Tutto il business che conta, da Wall Street alla Silicon Valley, sostiene il Partito Democratico di Hillary Clinton. I repubblicani, invece, sono lontani dalle élite come mai prima d’ora.

E Donald Trump ne è la prova. Fra le banche quotate a New York, quella che ha i rapporti più saldi con l’attuale candidato conservatore non è statunitense, ma tedesca. Si tratta di Deutsche Bank, che, secondo il Wall Street Journal, dal 1998 ha concesso o partecipato a prestiti per almeno 2,5 miliardi di dollari in favore di società legate a Trump.

Al contrario, gli altri giganti di Wall Street hanno finanziato a lungo il magnate negli anni Ottanta e Novanta, ma poi ne hanno preso le distanze. È vero, il miliardario ha abbandonato progetti immobiliari per i quali servivano molti finanziamenti, ma gli istituti avevano comunque più di una perplessità sul suo modo di condurre gli affari.

Risultato? Oggi Morgan Stanley, Citigroup e JP Morgan non collaborano più con Trump. Goldman Sachs è invece un nemico giurato del repubblicano e ha perfino trovato il modo di proibire al proprio top management ogni contributo alla sua candidatura. In generale, tutta l’industria finanziaria ha destinato meno fondi alla campagna repubblicana che a quella democratica.

La situazione non migliora con i grandi finanziatori individuali, che - come l’establishment del partito - considerano il tycoon newyorkese un insulto alla propria tradizione. “Arriva un momento in cui devi guardarti allo specchio e ammettere che non puoi giustificare Trump davanti ai tuoi figli e soprattutto alle tue figlie”, ha detto David Humphreys, uomo d'affari che per la campagna del 2012 aveva donato 2,5 milioni di dollari al Partito Repubblicano. Stando al New York Times, si è fatto indietro anche il finanziere Bruce Kovner, che quattro anni fa aveva staccato ai conservatori un assegno da  2,7 milioni.

In casa Clinton, invece, la situazione non potrebbe essere più diversa, come dimostra l’ultimo scandalo legato alle email della candidata democratica. Dai messaggi hackerati di John Podesta, uno dei più stretti consiglieri di Hillary, sono emersi particolari imbarazzanti per l’ex segretario di Stato, che avrebbe detto di sentirsi “molto lontana dalla classe media”. Altrove si trovano i discorsi a porte chiuse (e pagati centinaia di migliaia di dollari) che la Clinton ha tenuto nel corso di eventi organizzati dalle grandi banche. In particolare, durante un incontro promosso da Goldman Sachs nell’ottobre 2013, Hillary avrebbe parlato della necessità di consultare Wall Street sulla riforma finanziaria.

Si tratta di rivelazioni a dir poco compromettenti per l’ex first lady, soprattutto perché diffuse a così breve distanza dal voto. Eppure non aggiungono molto a quanto già si sapeva. Che Hillary sia la candidata delle banche e dei fondi speculativi non è un mistero per nessuno e i numeri per dimostrarlo non mancano.

Ad esempio, Richard Behan scrive su Counterpunch che, dal 1992 al 2016, i coniugi Clinton hanno ottenuto da Wall Street 83,72 milioni di dollari per finanziare le loro sei campagne elettorali. Poi ci sono i discorsi: con le sue dissertazioni Bill ha incassato altri 6 milioni di dollari, mentre le orazioni Hillary, negli ultimi quattro anni, hanno fruttato 2,27 milioni. La somma totale arriva a circa 92 milioni.

Sembrano tanti soldi, eppure la capacità dei Clinton di attrarre fondi va ben oltre questi numeri. Secondo un’inchiesta pubblicata dal Washington Post nel 2015, in 41 anni i due avrebbero raccolto almeno tre miliardi di dollari fra contributi elettorali e donazioni alla Fondazione Clinton.

Insomma, è evidente che nel rapporto con Wall Street c’è un conflitto d’interessi macroscopico. Tanta generosità da parte delle banche è stata ovviamente ripagata dai Clinton nelle sedi istituzionali, dove gli interessi della lobby finanziaria sono stati tutelati e i desideri di Wall Street sempre esauditi.

Si tratta di una prassi costante nella storia degli Usa, come dimostra l’inefficacia del Dodd Frank Act, che avrebbe dovuto riformare in profondità la finanza dopo il disastro del 2008, ma non ha mai inciso come sperato. Ora Hillary dice di voler incrementare le regole, aumentando i controlli sulle banche e mettendo in galera i manager criminali, perché “Wall Street deve essere al servizio di Main Street”, ovvero della gente comune.

La credibilità di queste affermazioni è evidentemente prossima allo zero. Ma, vista l’alternativa, agli americani non resta che far finta di crederci.

 

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