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30 Aprile 2017
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Istruzioni sul voto in un sistema contorto

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di Michele Paris

Benché si definiscano modello per eccellenza di democrazia  e certificatori unici degli standard elettorali democratici, gli Stati Uniti dispongono di un sistema elettorale farraginoso e improntato sul peso territoriale e non sul numero assoluto degli elettori, cosa che determina una significativa alterazione nella relazione tra elettori ed eletti proprio in conseguenza di una applicazione restrittiva dell’espressione chiara della volontà popolare.

Le elezioni presidenziali americane sono regolate dal secondo articolo e dal dodicesimo Emendamento della Costituzione e si fondano sul concetto dalla dubbia legittimità democratica di “Collegio Elettorale”. Esso consiste in una delegazione di 538 rappresentanti eletti direttamente dai cittadini registrati in ognuno dei 50 stati degli USA e nel District of Columbia, i quali a loro volta, pur essendo teoricamente liberi di votare per un qualsiasi candidato alla presidenza del paese, si esprimono in accordo con la decisione presa dagli elettori. Il candidato che riceve la maggioranza assoluta delle preferenze di questi delegati, o “voti elettorali”, cioè almeno 270, viene eletto presidente degli Stati Uniti.

Com’è noto, l’elezione per il presidente avviene ogni quattro anni e dal 1845 si tiene il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Quella di quest’anno è la 58esima elezione presidenziale ed è fissata per l’8 novembre prossimo, anche se molti stati offrono la possibilità del voto anticipato, generalmente per posta a partire tra le due e le sei settimane prima dell’election day.

Il presidente americano può rimanere in carica per un massimo di due mandati. A fissare questo limite è il 22esimo Emendamento alla Costituzione, approvato nel 1951 per formalizzare una consuetudine che, con la sola eccezione di Franklin Roosevelt, era stata rispettata fin dal primo presidente, George Washington. Dopo il voto, il candidato vincente inizia i preparativi per la creazione del proprio gabinetto e l’inaugurazione ufficiale del suo mandato è fissata per il giorno 20 del gennaio successivo (il 21 se il 20 cade di domenica).

Ogni singolo stato assegna dunque un certo numero di voti elettorali in relazione al numero dei propri parlamentari presenti al Congresso, attribuzione a sua volta determinata in base al numero di abitanti. In seguito alla ratifica del 23esimo Emendamento nel 1961, anche al District of Columbia - il distretto federale che ospita la capitale Washington - sono stati garantiti 3 “voti elettorali”, pari al numero di quelli assegnati dagli stati meno popolosi. Complessivamente, i 538 elettori per i quali votano gli americani corrispondono ai 435 membri della Camera dei Rappresentanti e ai 100 senatori, a cui si aggiungo appunto i 3 elettori del District of Columbia.

Lo stato che assegna il maggior numero di “voti elettorali” è la California (55), seguito dal Texas (38), da New York e Florida (entrambi 29), da Illinois e Pennsylvania (20) e dall’Ohio (18). Oltre al District of Columbia, sette stati ne assegnano invece appena 3: Alaska, Delaware, Montana, North Dakota, South Dakota, Vermont e Wyoming.

Alla luce di questo sistema elettorale, la conquista del voto popolare su base nazionale da parte di un singolo candidato alla presidenza risulta meno importante, e non necessariamente decisiva, rispetto alla conquista di un numero di “voti elettorali” tale da permettergli di raggiungere la soglia di 270, necessaria a garantirsi il successo.

L’esempio più recente della conquista da parte di un candidato della maggioranza dei voti espressi, ma della minoranza dei “voti elettorali”, è stato nel 2000, dopo che in precedenza era accaduto solo nel 1824, nel 1876 e nel 1888. In quell’occasione, segnata dal clamoroso intervento della Corte Suprema che fermò il riconteggio delle schede in Florida, il Democratico Al Gore ottenne oltre 500.000 voti in più di George W. Bush su scala nazionale (il 48,4% contro 47,9%), ma quest’ultimo si garantì i 271 voti elettorali che gli consentirono di prevalere.

Teoricamente, è possibile che alla chiusura delle urne due candidati siano in perfetta parità (269 / 269) o che nessuno degli aspiranti alla Casa Bianca ottenga la maggioranza assoluta dei voti elettorali. In tal caso, la soluzione dell’impasse spetta alla Camera dei Rappresentanti. Ciò è successo finora una sola volta nella storia americana, nel 1824, quando la camera bassa del Congresso di Washington assegnò la presidenza a John Quincy Adams dopo che nessuno dei candidati aveva ottenuto la maggioranza dei voti elettorali.

Quarantotto stati e il District of Columbia adottano un sistema maggioritario integrale (“winner-take-all”) nell’assegnazione dei propri voti elettorali, secondo il quale il candidato che ottiene almeno la metà più uno dei voti popolari si aggiudica l’intera posta in palio. Gli stati del Maine e del Nebraska - il primo dotato di 4 voti elettorali, il secondo di 5 - assegnano invece una parte di essi in base all’esito delle elezioni in ogni singolo distretto elettorale, mentre il candidato che ottiene il maggior numero di preferenze nell’intero stato viene premiato con altri 2 voti elettorali.

Tale sistema - definito “Congressional District Method” - fa in modo che, ad esempio, in uno stato solidamente Repubblicano come il Nebraska, per i Democratici vi siano buone probabilità di conquistare comunque un voto elettorale, quello assegnato cioè dal distretto che comprende la città di Omaha, in genere di tendenze meno conservatrici.

Negli ultimi decenni, la competizione elettorale per le presidenziali americane è stata decisa da una manciata di stati tradizionalmente in bilico tra i due partiti (“swing states”). Questi ultimi sono ad esempio Ohio, Florida o New Hampshire, ma nelle ultime elezioni anche stati come Colorado, Nevada, North Carolina e Virginia.

A partire dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, la maggior parte degli stati nord-orientali e della costa occidentale è di solito favorevole al Partito Democratico (“blue states”), mentre i Repubblicani si sono quasi sempre assicurati quelli del sud, della regione dei Monti Appalachi, delle grandi pianure centrali e del sud-ovest (“red states”). Negli stati che appaiono già assegnati, i candidati non fanno praticamente campagna elettorale, mentre riservano le loro risorse soprattutto per gli “swing states”.

Nell’ultimo decennio, una serie di cambiamenti avvenuti nella composizione sociale ed etnica di vari stati ha tuttavia rimescolato le carte in alcuni di essi. A beneficiarne è stato spesso il Partito Democratico, in grado di puntare seriamente ai voti elettorali di alcuni stati interessati da un movimento migratorio fatto di giovani professionisti, oppure neri, ispanici e asiatici, che tendono ad avere posizioni politiche moderatamente progressiste. Esempio classico di questa evoluzione è lo stato della Virginia, vinto da Barack Obama nel 2008 e nel 2012 dopo che per dieci elezioni presidenziali consecutive era finito nella colonna Repubblicana.

Quest’anno, poi, i sondaggi diffusi dalla stampa americana hanno insistito sulle possibilità di Hillary Clinton di allargare ulteriormente la mappa degli stati favorevoli al suo partito. Ciò sarebbe dovuto alle difficoltà di Donald Trump, alimentate da egli stesso e da una galassia mediatica schierata a larghissima maggioranza a favore dell’ex segretario di Stato. Per questa ragione, i Democratici sembrano avere messo gli occhi su stati tradizionalmente Repubblicani, quanto meno in occasione delle presidenziali, come l’Arizona, la Georgia, l’Indiana e, addirittura, lo Utah e il Texas.

Le elezioni dell’8 novembre 2016 stabiliranno così il nome del 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Oltre ai due candidati principali saranno presenti sulle schede elettorali numerosi altri aspiranti, molti di essi solo negli stati dove sono riusciti a superare i difficili ostacoli previsti dalla legislazione elettorale americana.

Se nessuno, oltre a Hillary e Trump, ha ovviamente la possibilità di avvicinarsi a vincere anche un solo stato, l’impopolarità dei candidati dei due principali partiti ha fatto in modo quest’anno che almeno un paio di sfidanti “alternativi” sia accreditato di percentuali di gradimento insolitamente consistenti: l’ex governatore del New Mexico, Gary Johnson, del Partito Libertario e Jill Stein dei Verdi.

Dal punto di vista puramente teorico, per candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti è sufficiente essere nato in questo paese, risiedervi per almeno 14 anni e avere compiuto 35 anni di età al momento dell’inizio del mandato. In realtà, in un sistema bipartitico bloccato e con un’influenza spropositata dei grandi interessi economico-finanziari, dell’industria militare e dell’intelligence e degli stessi media nazionali, l’ascesa alla presidenza è di fatto consentita solo a personalità legate in qualche modo all’establishment - milionari o sostenuti da milionari/miliardari - e con una certa visibilità pubblica.

Questa realtà contribuisce in maniera decisiva a tenere di fatto fuori dalla corsa alla più alta carica elettiva degli Stati Uniti qualsiasi esponente di un movimento nato “dal basso” o, comunque, alternativo al sistema di interessi consolidato. A ciò va aggiunta inoltre la peculiarità del processo elettorale, basato, come descritto in precedenza, non sul voto popolare ma sul numero di voti elettorali conquistati dai singoli candidati in ogni stato.

Infine, l’affare delle presidenziali americane riguarda quasi sempre un numero molto basso di elettori e potenziali elettori, evidentemente scoraggiati dall’assenza di candidati che rappresentino interessi diversi da quelli di una ristretta cerchia di super-ricchi. Salvo rare occasioni, l’affluenza supera spesso a malapena il 50%, mentre milioni di americani, generalmente quelli appartenenti alle classi più povere, non sono nemmeno registrati per potere esprimere il loro voto.

Sempre più, d’altra parte, le amministrazioni statali, soprattutto Repubblicane, hanno messo in atto negli ultimi anni una serie di regole stringenti al preciso scopo di rendere complicata, se non impossibile, la registrazione nelle liste elettorali. Il “modello” governa su tutto ma non prevede la partecipazione di tutti.

 

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