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Sab
21 Ottobre 2017
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Moda e ambiente, la vita corta dei vestiti

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di Tania Careddu

Chi l’avrebbe mai detto che il problema ambientale più grande da affrontare fosse il consumo eccessivo di prodotti tessili? In pochi, soprattutto di fronte alle soluzioni più recenti per risolvere i danni ambientali generati dal modello di consumo usa e getta e per liberare dai sensi di colpa l’industria della moda e i patiti di shopping. E cioè quelle che si basano sui principi dell’economia circolare.

Senza valutare, però, che l’applicazione dei suddetti principi interessa soltanto la gestione dei rifiuti nel breve termine e senza considerare che, così, l’industria dell’abbigliamento continuerà il suo attuale percorso di crescita con un incremento delle quote di mercato proprie dei grandi marchi.

Di questo passo, la produzione di fibre ritenute riciclabili e sostenibili come il poliestere raddoppierà entro il 2030. E non solo il suo smaltimento nulla ha a che vedere con i rifiuti tessili, riguardando, invece, le bottiglie di plastica in PET ma, anche quello della stragrande maggioranza degli abiti, l’80 per cento di quelli buttati via nell’Unione europea, finisce nelle discariche o negli inceneritori insieme ai rifiuti domestici.

Ad aggravare il quadro, lo scarso sviluppo delle tecnologie che consentono di riciclare il 100 per cento delle fibre sia naturali sia sintetiche. Ma i grandi marchi spostano la responsabilità, da una parte, in capo ai consumatori, grandi utilizzatori di vestiti usa e getta nella logica del risparmio che impedisce di acquistare indumenti sostenibili (ma forse più costosi) e, dall’altra, sulle autorità politiche, incapaci di destinare sussidi da investire nello sviluppo di alternative adatte a diminuire l’impatto ambientale del settore.

Che evita di farsi carico dei già tanti problemi esistenti, tipo l’inquinamento delle acque, contribuendovi con lo smaltimento di microplastiche, la carenza di acque e terreni coltivabili, le montagne di rifiuti tessili prodotti ogni anno. Eppure, stando a quanto si legge nel report “La moda a un bivio”, redatto da Greenpeace, basterebbe un approccio olistico all’intero ciclo di vita dei prodotti tessili: migliorare il design per renderli riutilizzabili e per allungarne la resistenza; produrre modelli di business alternativi e predisporre programmi di ritiro – che necessitano di misure normative per non ridursi a iniziative una tantum - degli abiti usati presso i negozi.

La chiusura del ciclo di vita dei prodotti diventerà realizzabile solo quando le attuali quantità (insostenibili) di indumenti che vengono consumati e gettati via verranno ridotte grazie ai cambiamenti non solo nella produzione ma anche nel consumo, impegnandosi, le aziende - e quelle medio-piccole sono le più virtuose -, a produrre abiti che abbiano una durata emotiva più duratura.

Facendo ricorso alla creatività tipica della moda che sia in equilibrio con i bisogni reali. A favore di “un passaggio da un’idea di società del consumo in cui i materiali contano poco a una vera società materialistica, in cui i materiali – e l’ambiente di provenienza – sono preziosi”, si legge nel dossier. Lunga vita all’ambiente della moda.

 

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