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Lun
25 Settembre 2017
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Italia, i conti che non tornano

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di Tania Careddu

Istat, Confindustria e Banca d’Italia gridano alla ripresa. Dell’occupazione, dei consumi, delle immatricolazioni delle auto, degli investimenti e delle esportazioni. Ma, a quanto pare, dagli italiani, i segnali di ripresa non sono stati recepiti visto che le ricadute sulla quotidianità di questo progresso dell’economia nazionale sono (pressoché) inesistenti. Quasi a dire che la crisi sarà pure superata ma non per chi fa i conti quotidianamente con le difficoltà del bilancio famigliare.

E l’interiorizzazione della crisi? Forse, se si pensa che alla domanda ricorrente, posta dall’istituto di analisi e ricerche di mercato Ipsos e riportata nella ricerca La realtà complessa, se nei prossimi mesi si potrà vedere un miglioramento della condizione economica personale, prevale la percezione di peggioramento. E’ vasta l’area grigia di coloro che pensano che le cose non cambieranno. L’aria è di stallo.

E’ tumultuosa, invece, quando guardano all’immigrazione, ingannati come sono, gli abitanti del Belpaese, dall’impressione (distorta) che la presenza degli immigrati sia molto più ampia di quanto non sia nella realtà. Una presenza sovrastimata, smentita, però, dai numeri: gli immigrati, infatti, sono circa il 10 per ceno della popolazione residente in Italia a fronte del 26 per cento pensato dagli italiani. Una percezione che genera preoccupazione e malumore (infondati) tanto da invocare la chiusura delle frontiere, complice il nullo impegno dell’Europa a far fronte alla redistribuzione dei migranti. A confermare questo sentore, i sindaci, anche quelli più aperti all’accoglienza, che mostrano segni di cedimento nella gestione del fenomeno migratorio.

Oltre che per la (surreale) paura che tra i migranti sia nascosta dietro mentite spoglie una manica di terroristi, il rifiuto è, pure, per il conflitto sull’accesso ai servizi: non solo si spende per accoglierli ma esercitano, anche, un’indebita pressione sui servizi pubblici, drenando risorse che altrimenti sarebbero destinate ai connazionali. Per tacere dell’occupazione: il 49 per cento degli italiani è convinto che gli immigrati hanno reso più difficile trovare occasioni di lavoro. Non solo, rappresenterebbero una minaccia per la nostra cultura e le nostre tradizioni.

Atteggiamenti protezionistici (dicono gli esperti) che rifuggono dall’idea di globalizzazione, da quella dell’apertura dei commerci e della libera circolazione delle persone, tanto cara agli italiani nella narrazione europeistica. Populismo o razzismo (visto che la chiusura si estende anche allo ius soli) che sia, gli italiani respingono il concetto che senza i migranti i conti del Paese sarebbero ancora più in rosso.

Pensassero, gli italiani, che il consolidamento della ripresa sia inversamente proporzionale all’arrivo dei migranti? Imparassero, piuttosto, a tradurre i numeri in fenomeni leggibili e a colmare l’abissale distanza tra il dibattito razionale e il sentire concreto. Solo allora la crisi potrà dirsi superata.

 

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