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Lun
24 Luglio 2017
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Colf e badanti, risorsa per il cambiamento

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di Tania Careddu

L’ingresso di molte donne nel mercato del lavoro, l’innalzamento dell’aspettativa di vita e la complessiva riduzione delle risorse a disposizione del welfare pubblico, hanno reso colf e badanti indispensabili per la vita quotidiana delle famiglie italiane. In forte espansione nell’ultimo decennio, sebbene con un andamento altalenante, influenzato dalle misure amministrative e normative che si sono succedute nel corso delle varie legislature, il lavoro domestico riguarda poco meno di un milione di lavoratori (al netto degli irregolari), portando l’Italia a essere il primo paese dell’Unione Europea per numero di occupati nel settore.

La cui provenienza è, principalmente, dall’Est Europa, dalle Filippine, dall’America Latina ma anche dal Belpaese stesso che, nel 2015, ha assistito a un aumento di più di due punti percentuali dei lavoratori domestici, attribuendone l’incremento all’effetto indiretto della crisi economica.

Pur essendo un fenomeno diffuso trasversalmente dalle Alpi al tacco dello Stivale, le dinamiche che sottendono sono piuttosto differenti a seconda del territorio: a Sud, il lavoro domestico è dovuto principalmente alle fragilità del sistema locale di protezione sociale, legate a carenze strutturali dei servizi assistenziali e del sistema sanitario; a Nord, è correlato all’invecchiamento della popolazione e alla maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Roma, Milano e Torino raccolgono oltre un quarto dei lavoratori domestici in Italia, anche se il primato calcolato in base al rapporto numero di lavoratori e abitanti, spetta a Cagliari con trentotto di loro ogni mille abitanti. I dati, secondo quanto si legge nella ricerca Il valore del lavoro domestico, elaborata da DOMINA, indicano che le famiglie non considerano primaria la necessità di avere un contratto di lavoro e delle buste paga elaborate in maniera adeguata.

Senza considerare, però, che un rapporto di lavoro gestito correttamente pone solide basi per una relazione a lungo termine, anche in considerazione del fatto che, spesso, il lavoro coincide con la convivenza nel nucleo famigliare. Il quale, gestendo il lavoro domestico, esercita un impatto significativo a livello economico e fiscale, traducendosi in un giro d’affari per lo Stato, se si pensa che, in un anno, i datori di lavoro domestico spendono circa sette miliardi di euro, di cui novecentoquarantasette milioni in contributi versati e quattrocentosedici in trattamenti di fine rapporto.

Va da sé che questo comparto, oltre a essere una ingente entrata, consente allo Stato di risparmiare i costi di gestione di strutture per l’assistenza e permetta alle donne italiane di entrare e restare nel mondo del lavoro, sostituendosi al sistema pubblico di welfare nella risoluzione dell’annoso problema - mai totalmente risolto - della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Ma al di là di numeri, cifre e conti, il lavoro domestico rappresenta un valore anche in quanto fondamentale strumento di inclusione socio-culturale per il confronto che genera fra persone di nazionalità diverse, comportando inevitabilmente uno scambio culturale e la condivisione di usi e costumi, trasformando le famiglie in un vero agente di integrazione e cambiamento.

 

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