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Lun
25 Settembre 2017
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Droghe, sognando California

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di Tania Careddu

Nonostante l’illegittimità della legge Fini-Giovanardi, l’ampia adesione parlamentare a una proposta di legge per la legalizzazione della cannabis, gli impegni presi dal ministro Orlando alla plenaria speciale dell’Assemblea generale sulle droghe delle Nazioni Unite, in questi quattro anni di legislatura, la politica sulle droghe non è affatto cambiata.

Sempre punitivo rimane l’impianto della normativa vigente e la criminalizzazione dei consumatori, dettata dalla legge Iervolino-Vassalli: incrementa la popolazione carceraria che, nel 2016, è costituita per il 40 per cento da detenuti per fatti di droga, soprattutto dai piccoli consumatori e non certamente dai consorzi criminali.

I quali invece, grazie a una migliore organizzazione e a maggiori risorse, non solo restano fuori dallo spettro della repressione penale ma ne traggono anche vantaggio, in un mercato ripulito dai competitor meno esperti. E ciò soprattutto nel mercato dei cannabinoidi, principale oggetto della gran parte delle operazioni delle forze di polizia.

Per vedere ridotto il numero dei consumi e dei reati, considerate le esperienze non proibizioniste di svariati paesi, in testa la California, bisognerebbe optare per scelte di depenalizzazione e legalizzazione delle droghe leggere. Anche a seguito del prevalere della valenza penale del nostro ordinamento, il mancato intervento organico su basi scientifiche (e non solo ideologiche) sul tema e la previsione di pene minime spropositate per lo spaccio di droghe pesanti.

Il tutto rimanda a un’immagine distorta dove solo chi può permettersi, economicamente, una difesa adeguata, ha forse qualche possibilità di non subire pesanti condanne per comportamenti che non ledono in alcun modo il diritto altrui.

Secondo quanto scritto nell’Ottavo Libro Bianco sulle droghe “Dalla semina americana al deserto italiano”, per rilevare il grado di problematicità correlato al consumo recente di cannabis, oltre a sradicare gli stereotipi sulla dannosità tout court di tutte le droghe e a ridimensionare immaginari collettivi ideologici sull’allarme droga e abusi, bisogna considerare che solo il 23 per cento degli studenti che hanno assunto la sostanza durante l’anno rientrano nel profilo problematico.

Che invece non appartiene a coloro che partecipano ad attività sportive, che affermano di essere molto soddisfatti del loro stato di salute, di sentirsi accettati dai propri genitori e che hanno un profitto scolastico medio.

Partendo dal presupposto che non occorre patologizzare o criminalizzare tutto, la conoscenza delle condizioni che l’uso di sostanze diventi dannoso o possa produrre patologia è il primo passo per scardinare, anche nel trattamento terapeutico, pubblico e privato, una visione prioritariamente di controllo e puntare a un’idea di prevenzione, contenimento del danno, e infine cura.

 

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