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Lun
24 Luglio 2017
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C’era un cinese in Italia

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di Tania Careddu

Ci sono le anzianità migratorie, risalenti agli anni ottanta e novanta fino al duemila, e poi ci sono i cinesi. Duecentottanta mila su cinque milioni di stranieri residenti in Italia, nel 2017 si confermano il quarto gruppo – dopo i tre collettivi di storica immigrazione quali, appunto, marocchini, albanesi e rumeni, presente nel territorio nazionale. Aumentano, del 4 per cento nell’ultimo anno, con un equilibrio di genere più proporzionato rispetto ad altri gruppi, sono lavoratori autonomi, soprattutto nel commercio e nella ristorazione, e meno degli altri hanno lavori irregolari.

Rivendicano meno l’acquisizione della cittadinanza per uno spiccato senso identitario, frequentando più i connazionali e meno gli italiani. Grandi lavoratori, con sessant’otto ore medie settimanali e uno stipendio pari a mille e seicento euro mensili circa, annoverano pochi disoccupati, sebbene la crescita quantitativa del fenomeno dell’autoimpiego, una maggiore concorrenza interna, un’asta costante al continuo ribasso dei prezzi, il carattere sempre meno esotico dei ristoranti etnici colpiti dalle recenti campagne sulla sicurezza alimentare (che hanno spinto i gestori cinesi a trasformarli, quanto meno nel nome, in giapponesi) e dalla propaganda serrata sul made in Italy che ha colpito il loro comparto manifatturiero.

Anzi, nonostante la crisi finanziaria, il loro raggio d’azione si amplia sempre di più: prova ne siano l’interessamento per la prima società di grande distribuzione organizzata italiana (Esselunga) e le acquisizioni di entrambe le squadre calcistiche milanesi. Senza contare l’investimento immobiliare, con un cinese su tre proprietario di case.

Quanto meno bizzarro risulta l’approccio scolastico degli alunni cinesi: nonostante la maggiore incidenza di nati in Italia rispetto ad altri gruppi stranieri, soprattutto nelle scuole superiori, si calcola una quota minore, del 21 per cento, di inserimenti scolastici regolari relativamente all’età e alle altre nazionalità, con un tasso del 49 per cento. Tradotto: quattro cinesi su cinque sono in ritardo e uno su tre nell’ordine di un rallentamento pluriennale contro, in media, uno studente straniero su otto.

Ma, nonostante il percorso di studi accidentato, secondo quanto riporta la scheda informativa redatta dall’Ismu  dal titolo “L’immigrazione cinese in Italia, in Lombardia e a Milano: presenze, alunni, caratteristiche di integrazione, imprenditoria, aspetti interessanti”, la distribuzione dei voti “evidenzia la spiccata propensione per la matematica degli alunni cinesi, con risultati migliori anche rispetto agli alunni italiani nelle secondarie di secondo grado, mentre presentano maggiori difficoltà in italiano”. Più realisti dei loro coetanei, sono il gruppo nazionale con il minor divario tra i voti effettivamente conseguiti e l’autovalutazione del proprio rendimento.

 

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