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Lun
25 Settembre 2017
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Cedaw, donne italiane discriminate

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di Tania Careddu

Ratificata dall’Italia nel lontano 1985, la Convenzione sull’Eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna è ancora applicata a macchia di leopardo. Tant’è che esiste tuttora un serio deficit culturale e una non piena realizzazione del principio di uguaglianza fra uomini e donne: dall’ambito giudiziario a quello professionale, dalla vita pubblica a quella privata, dalla scuola alla sanità.

Né esistono meccanismi legislativi e governativi di monitoraggio per verificare l’approccio di genere e il conseguente impatto: manca, ormai da qualche anno, il ministero per le Pari opportunità e, nonostante indubbi miglioramenti, riferibili alla presenza di donne nella compagine governativa, la loro visibilità nella vita pubblica non è ancora garantita.

Svuotando di potere (di vigilare sulle discriminazioni nei luoghi di lavoro), nel 2015, la figura delle Consigliere di parità e modificando le funzioni del Comitato Nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento e uguaglianza di opportunità tra lavoratrici e lavoratori, il mercato del lavoro italiano, che già di suo non gode di buona salute, dal punto di vista del controllo è allo sbaraglio.

Il sistema dell’istruzione, costituito per l’82 per cento da docenti femminili, ne è un esempio: il piano straordinario di mobilità, previsto dalla legge nota come Buona Scuola, non solo ha peggiorato le condizioni di vita delle donne ma anche l’offerta formativa in termini di genere. Cosi, secondo quanto si legge nel Rapporto Lavori in corsa 2016-2017, stilato dalla Cedaw, oltre a permanere il radicamento del sessismo e degli stereotipi nei programmi scolastici, sono morti sul nascere i tentativi di inserire interventi e progetti pedagogici relativi all’omofobia e al bullismo di genere. Così, la rappresentazione monosessuata maschile occidentale del sapere quale unico motore della società e della cultura, si mantiene nella programmazione curriculare di tutte le discipline.

Carente e osteggiata dalla famiglie cattoliche, l’educazione sessuale e la conseguente promozione della tutela della salute della donna. Non solo nelle scuole, non c’è traccia di campagne informative sugli anticoncezionali e il loro costo, non coperto dal Sistema Sanitario Nazionale, è aumentato e, piuttosto, sono state adottate politiche conservatrici che mirano a promuovere la fertilità in quanto valore in sé e non parte della salute riproduttiva delle donne e che veicolano valori tradizionali della protezione della vita tramite l’embrione a discapito dell’autodeterminazione della donna nella sfera sessuale. Impera l’obiezione di coscienza in barba alla legge e l’applicazione del protocollo della RU486 è ancora gravemente insufficiente.

Una violazione della libertà che fa il paio con la violenza maschile la quale, però, continua a essere minimizzata e giustificata: nelle aule giudiziarie, infatti, ancora troppo spesso, vengono invocati la gelosia, il raptus, la capacità di intendere e di volere dell’autore e si procede con rito abbreviato senza tenere conto della logica e dell’estrema lucidità delinquenziale con cui agisce il potenziale recidivo che ne rimane.

Giustizia, forze di polizia e servizi sociali, troppo spesso scambiano situazioni di violenza con quelle di conflittualità di coppia, con gravi danni per le donne costrette a procedimenti di mediazione familiare e, in caso di minori, ad affidi condivisi, anche quando non desiderati. Sono costrette a ricorrere ad un abuso della sindrome di alienazione genitoriale, troppo frequentemente addotta dagli assistenti sociali e nelle aule dei tribunali dai periti a discapito dei diritti del minore vittima della violenza assistita e della donna.

In sede civile, poi, causa decisioni giudiziarie affette da pregiudizi sessisti, le donne dono destinatarie di provvedimenti di ammonimento o sanzionatori, con risarcimento del danno a favore del padre in quanto ritenute responsabili dell’assenza o della cattiva qualità del rapporto padre-figli. Madri ostative o alienanti versus padri impuniti anche se inadempienti in termini di mantenimento e cura dei figli. Non è un paese per donne.

 

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