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Mer
16 Agosto 2017
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Calcio

Le porte girevoli dell’Inter

Le porte girevoli dell’Inter

di Fabrizio Casari

Non è stato proprio un fulmine a ciel sereno quello che si è abbattuto sull’Inter. Il divorzio consensuale tra Mancini e la società nerazzurra, secondo in carriera, era nell’aria da diverse settimane. Da quando cioè la nuova proprietà cinese aveva fatto capire che i parametri per definire ruoli, competenze e ingaggi, non potevano essere altro se non l’abilità dimostrata con i successi ottenuti sul campo.

E, comunque, gli allenatori lavorano con la squadra e per la società, non viceversa. Sono allenatori e non procuratori, sono CT e non DS. Fanno del loro meglio con ciò che la società gli mette a disposizione. Dunque chi allena la squadra deve essere allineato con gli obiettivi societari, non il contrario.

L’allenatore jesino non aveva lo stesso punto di vista. Riteneva cioè di essere Alfa e Omega del club, cui spettava solo l’onere delle spese e l’onore di fidarsi del suo allenatore. Per questo le scelte sulla campagna di rafforzamento e sulla gestione delle vicende di spogliatoio dovevano essere affrontate dandogli carta bianca e così sia. Inoltre, a Mancini sembrava offensivo disporre di un solo anno di contratto e chiedeva sia il prolungamento che una forte penale per il club in caso di rescissione anticipata! Cose che nemmeno Mourinho chiese a Moratti. Chissà come si scrive arroganza con gli ideogrammi..

Mancini è uomo di indubbio talento e indiscutibile ego, davvero non lo si può negare. Il problema è che i risultati che ha raggiunto all’Inter in questi due anni non hanno nulla né dell’uno né dell’altro. Nessun gioco, non una formazione-tipo, assenza di schemi e incapacità di tenuta psicologica hanno caratterizzato l'Inter allenata dal Mancio e imbottita di giocatori scelti da lui. Chiedere a Mancini di fare la lista della spesa è come mettere un bambino davanti a un negozio di giocattoli: vuole tutto per poi stancarsi presto di quanto voluto.

Fin troppo facile ricordare ciò che avvenne quando la società nerazzurra decise di soddisfarne l’ansia da shopping compulsivo: insieme a Eder, a Perisic, a Murillo e Miranda, a Medel e Kondogbia, sono arrivati anche Shaquiri e Podolsky, Melo e Telles, Santon e Montoya, Osvaldo e M’Vila, Campagnaro e Kuzmanovic. Questo nella sua ultima avventura, mentre Cesar, Mancini e Suazo sono le “perle” della sua prima tranche nerazzurra.

Diciamo quindi che Suning, alle prese con le bizze di Icardi e della sua ambiziosa compagna, che evidentemente ritiene il centravanti la sua unica possibilità di entrare nel mondo del cinema, fosse pure dallo sgabuzzino dei cinepanettoni, aveva bisogno di un allenatore che sapesse alzare la voce e richiamare all’ordine un giocatore che fresco di rinnovo e con la fascia di capitano, senza far vincere nulla pretende tutto.

Nell’inutile attesa che ciò avvenisse, ha trovato ulteriori, robusti motivi per non delegare a Mancini ulteriori esperimenti, mentre dal canto suo l’allenatore ha mostrato una squadra che nelle amichevoli estive ha preso sei gol dal Tottenham, 4 dal Bayern, 3 dal Psg, solo per fare alcuni esempi.

Si dirà che il calcio estivo conta poco, ma non si capisce come mai le altre italiane vincono e l’Inter perde con valanghe di gol, come mai nella sua storia. D’altra parte la fase difensiva non è il massimo per il Mancio, al punto che la sua Inter del 2008-2009 vide Mihajlovic occuparsi di come affrontare tatticamente la partita in fase difensiva e di non possesso. La maggior parte dei tifosi interisti, da tempo, si era convinta che il problema fosse proprio l'allenatore; di casi come questo ce ne sono ogni anno, l'ultimo è stato quello di Garcia con la Roma. Una volta subentrato Spalletti, la squadra ha cominciato a correre e vincere con gli stessi uomini con cui Garcia perdeva.

Insomma un ottavo posto il primo anno e un quarto striminzito il secondo anno, pur con un organico inferiore solo a Juventus e almeno alla pari con Napoli e Roma, non bastano per avanzare pretese. Così, a due settimane dall’inizio del campionato, l’Inter ha deciso che Mancini non vale 5 milioni di Euro all’anno di stipendio, gli ha dato sei mesi di buonuscita ed ha scelto di portare Frank de Boer sulla sua panchina.

Olandese tutto di un pezzo, difensore dell’Olanda di Cruijff e Van Basten, vincitore di 4 scudetti in sei anni (gli altri due è arrivato secondo), il tecnico scelto non ha una particolare conoscenza del calcio italiano, se non per aver sconfitto due volte il Milan da giocatore e allenatore proprio a San Siro. Candreva e Banega hanno poi aggiunto indubbia qualità ad una squadra già dotata di livello, anche se per Mancini non era abbastanza.

Quella di De Boer è una scommessa, ma non di quelle impossibili. De Boer sa far giocare bene le sue squadre, è molto attento alla fase difensiva, valorizza i talenti e sa vincere. Il contratto che lo lega all’Inter produce un risparmio di 3,5 milioni a stagione e lascia il cammino aperto in due direzioni: sia l’apertura di un percorso triennale, sia il traghettamento verso Pablo Simeone nel 2017-2018 sulla panchina nerazzurra. Il suo, non quello di Mancini, sarà il ritorno a casa del figliol prodigo.

 

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