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Sab
21 Ottobre 2017
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Calcio

De Rossi para-guai

De Rossi para-guai

di Fabrizio Casari

Chi si attendeva una grande prova degli azzurri, al loro esordio al mondiale, è stato deluso. La squadra di Lippi ha certamente tenuto bene il campo, controllato relativamente il gioco (possesso palla 52 a 48, non l’abbiamo certo incartata agli avversari, ecco) e dimostrato quanto le critiche all’assetto ed alle scelte del suo CT non siano campate per aria.

Sarà bene ricordarsi che non avevamo di fronte il Brasile, l’Argentina, la Spagna o l’Inghilterra. Avevamo di fronte l’onesto e modesto Paraguay. Una squadra sufficientemente solida e vocata all’agonismo, con qualche discreto interprete e diversi podisti, nulla di più.

Siamo riusciti a prendere gol su un calcio piazzato da 30 metri, con la difesa piazzata male. Era troppo addosso alla porta, mentre ci si deve posizionare alti per impedire che un tocco qualunque diventi imprendibile e per facilitare la messa in fuorigioco degli avversari, oltre che dare metri sufficienti al portiere per uscire o leggere la traiettoria. De Rossi ha ammesso la sua colpa, ma trattasi di generosità nobile. In realtà il centrocampista della Roma non è andato sull’anticipo proprio perché cannavaro era davanti al giocatore paraguayano. Anzi, il mancato salto di Cannavaro ha reso inutile la presenza dello stesso De Rossi alle spalle di Alcaraz.

Mai pericolosa l’Italia. Non si capiscono fondamentalmente tre cose: cosa fa Marchisio, dove va Iaquinta e perché s’insiste con Gilardino. Una discreta difesa ( ma proprio appena sufficiente) un buon centrocampo, con De Rossi e Montolivo i migliori, un attacco inesistente. Pepe, che ha tanta corsa ma piede marmoreo, ha senso solo se può appoggiare ad un trequartista. Ma la fascia la regge bene, non è lui il problema, né si può pretendere che di colpo diventi Cristiano Ronaldo. Iaquinta invece punta la fascia senza saper stringere al centro, né saltare l’uomo e diventa così un giocatore superfluo. Gilardino, che non segna un gol da Marzo, si candida al più a spizzare di testa i palloni inutili; ma non vede la porta nemmeno con gli occhiali in 3D. E Marchisio non si capisce dove giochi, in che ruolo. Si capisce però che, quali che siano i suoi compiti, non li svolge. Dovrebbe cantare di meno e giocare di più. Sarà bene inserire Pazzini al centro e mettere Pepe e Di Natale sulle fasce per tentare di vedere la porta degli avversari in momenti diversi dai calci d’angolo. In attesa del rientro di Pirlo che, con Montolivo e De Rossi, in un centrocampo a tre, potrebbe mettere quaell’aggiunta di fosforo e tecnica davvero indispensabili.

Lippi e i giocatori dicono però che l’Italia è un bel gruppo. Il gruppo. Parola magica, ormai evocata in ogni rappresentazione sportiva che non sia uno sport individuale. Di per sé, vorrebbe dire che c’è unità d’intenti, solidarietà e sforzo comune, in un collettivo che cerca, sempre e comunque, di arrivare al risultato. In realtà, decodificando questa sorta di Mantra, gruppo diventa tutto questo in assenza di amalgama, di gioco. Sostanzialmente, gruppo diventa alternativa a squadra.

Nel gruppo, infatti, sono uno per tutti e tutti per uno e ognuno corre in soccorso delle difficoltà dell’altro; nella squadra, invece, non serve - se non nell’emergenza - correre tutti per uno e uno per tutti, perché ognuno sa qual’é il suo compito, la sua posizione in campo, la parte degli schemi di cui deve farsi interprete e anche cosa non deve fare per non sovrapporsi e generare equivoci o confusione nell’architettura del gioco. Nella squadra c’è chi difende, chi imposta, chi rifinisce e chi realizza, anche quando la fantasia degli schemi porta ad invertire ruoli in determinati momenti. Il gruppo si fa sentire, la squadra impone il suo gioco.

L’Italia è appunto un gruppo, non è una squadra. Sta bene di gambe, ha corsa, ha carattere, ha volontà, una discreta tenuta psicologica, ma non gioca al calcio. Improvvisa e qualche volta riesce a costruire azioni in velocità, ma non è mai pericolosa. Non c’è chi rifinisce e chi realizza, essendo a casa, in infermeria o in panchina quelli capaci. La definizione classica che sembra adeguarsi a quanto visto ieri sera è quella di squadra operaia. Ma il mondiale rischia di somigliare a Pomigliano.

 

 

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