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Lun
26 Giugno 2017
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Nomine e dominus

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di Antonio Rei

La cifra del renzismo è l’occupazione a tappeto delle caselle di potere. L’ex premier si è dedicato a questa attività per anni nelle vesti di presidente del Consiglio e di segretario del Partito Democratico, ma non ha ancora finito. Anzi. Proprio ora che non ricopre più (ufficialmente) nessuna delle due posizioni a lui più care, Matteo Renzi si è prodotto in una memorabile prova di forza. L’occasione è stata l’ultima tornata di nomine ai vertici dei maggiori gruppi a controllo pubblico. 

Il caso più clamoroso riguarda la defenestrazione di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane. Visti i buoni risultati ottenuti dal manager alla guida del gruppo che gestisce un oceano di risparmi italiani, sono più che credibili le voci secondo cui la sua bocciatura sarebbe legata al rifiuto di partecipare al salvataggio di Mps e alla mancata offerta su Pioneer (ex società di Unicredit poi passata ai francesi di Amundi, gruppo Crédit Agricole).

Al posto di Caio è arrivato dal vertice di Terna il fiorentino Matteo Del Fante, scuola JP Morgan, uomo di fiducia di Renzi. E mentre Del Fante, che pure in Terna aveva iniziato da poco, viene spostato in Poste, Luigi Ferraris, direttore finanziario di Poste, diventa il nuovo numero uno di Terna.

Anche questa è stata una sorpresa, visto che il Cda di Cassa Depositi e Prestiti – cui spettava la nomina – sembrava aver scelto per quella poltrona Alberto Irace (oggi in Acea), sponsorizzato da Maria Elena Boschi. Alla fine però ha prevalso Ferraris in qualità di candidato sostenuto da Pier Carlo Padoan, che era anche sponsor di Caio e per questo aveva diritto a un risarcimento politico.

Per quanto riguarda Leonardo (la vecchia Finmeccanica) era abbastanza scontata la scelta di mandare a casa Mauro Moretti. Nonostante gli ottimi risultati raggiunti negli ultimi tre anni, l’ad del gruppo della difesa doveva scontare la condanna in primo grado subita per la strage di Viareggio, avvenuta quando era a capo delle Ferrovie dello Stato. Questione di “opportunità politica”, si dice. E forse stavolta era opportuno davvero, al punto che, stando alle indiscrezioni, anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, avrebbe espresso una preferenza in questo senso.

Meno scontato era che al posto di Moretti fosse nominato Alessandro Profumo, banchiere esperto con un passato alla guida di Unicredit e Monte dei Paschi, ma assoluto neofita in materia industriale. Il suo è davvero il nome più inatteso, soprattutto in un settore delicato come la difesa.

Tutti confermati invece in casa Eni ed Enel, che continueranno a essere guidate l’una da Claudio Descalzi e l’altra da Francesco Starace, due manager scelti da Renzi nella primavera 2014 in continuità con le gestioni precedenti.

Ma più di queste conferme, ampiamente attese, a fare rumore sono le nomine e gli spostamenti, visto che le loro motivazioni sono chiaramente slegate da valutazioni di carattere economico. “Sono tutti manager bravissimi”, è l’unica spiegazione che circola.

E mentre Renzi muove i fili del governo prendendo decisioni che non gli spetterebbero, nessuno si preoccupa di fornire perlomeno una vaga giustificazione industriale a questo risiko di poltrone. Del resto anche la più misera foglia di fico è superflua ora che la mancanza di pudore è stata elevata al rango delle virtù irrinunciabili del leader carismatico.

E così, quando si tratta di scegliere i principali manager pubblici, è pacifico che i criteri del merito e dei risultati non contino più nulla. Sono un lontano ricordo a cui nessuno pensa più. Tutti considerano naturale che valutazioni d’importanza strategica per il futuro economico dell’Italia siano prese esclusivamente in base alla loro convenienza politica. Per giunta da un privato cittadino senza incarichi ufficiali.

 

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