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Lun
25 Settembre 2017
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Voucher, la grande fuga

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di Antonio Rei

Con una precipitazione da fare invidia al Bianconiglio, il governo sta cercando in ogni modo di evitare il referendum sui voucher, che in teoria si dovrebbe tenere il 28 maggio. E lo sta facendo nel modo più umiliante per una compagine renziana: affannandosi pur di soddisfare ogni desiderio di chi quella consultazione l’ha promossa, la Cgil. Lo stesso sindacato deriso, marginalizzato e insultato in continuazione da Renzi nei suoi tre anni a Palazzo Chigi. La politica ha le sue nemesi.

Certo, ora l’ex Premier cerca di minimizzare, di tirarsi fuori. I voucher – dice – non c’entrano niente con il mio Pd, li hanno creati e potenziati i precedenti governi di centrosinistra. Vero, peccato che il renzianissimo Jobs Act abbia alzato del 40 per cento il tetto dei buoni lavoro, favorendone il proliferare.

Del resto, fino a ieri i voucher andavano bene a tutti, nella sostanza. Fino a ieri erano uno strumento utile a far emergere il lavoro nero, e pazienza se consentivano di pagare con degli scontrini migliaia di lavoratori che avrebbero avuto diritto a un contratto. Fino a ieri bastava giusto qualche correttivo, un tocco di cipria sul naso, bastava “aumentarne la tracciabilità”, per dirla con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. E oggi cosa è cambiato?

È cambiato tutto, a quanto pare. Venerdì il governo cancellerà i voucher, forse tenendoli in vita solo per le famiglie (il che equivale a eliminarli, come fa notare Tito Boeri, numero uno dell’Inps). E non proporrà alcuno strumento alternativo per retribuire i lavori saltuari. Un colpo di bianchetto e basta, addirittura via decreto, per fare prima ed evitare il confronto parlamentare. Perciò le opzioni sono due: o era sbagliato il Jobs Act, o è sbagliato quello che stanno facendo ora.

La risposta è la prima, ma non interessa a nessuno. Le motivazioni alla base di questo furore legislativo sui voucher non c’entrano nulla con il mercato del lavoro italiano. È tutta politica, e l’unico obiettivo è impedire il referendum del 28 maggio.

Non c’è da stupirsi: il renzismo è per sua natura indisponibile a farsi giudicare dai cittadini. Basti pensare che – come ammise candidamente Poletti – erano tutti pronti a far cadere il governo Gentiloni pur di rinviare il referendum sull’articolo 18, poi tolto di mezzo dalla Corte Costituzionale.

Sapevano che sarebbe stata una nuova Caporetto, un nuovo 4 dicembre. E ora la consultazione sui voucher rappresenta una minaccia simile. È per questo che i dem battono in ritirata: sanno che nella mente degli elettori questo nuovo referendum diventerebbe un giudizio sul Jobs Act e quindi, ancora una volta, su Renzi. E sanno benissimo che ne uscirebbero sconfitti.

Ma ovviamente il diretto interessato non ha alcuna intenzione di esporsi a un nuovo 4 dicembre proprio adesso. Come potrebbe continuare con la retorica del “rialziamoci”, del “rimettiamoci in cammino”, se prendesse un’altra batosta?

Senza contare che due mesi di campagna elettorale su un tema legato al lavoro rischierebbero di compattare e dare voce a quella cricca dispersa e corpuscolare dei fuoriusciti dal Pd. I ribelli che Renzi vuole “seppellire”, ipse dixit.

Alla fine, si risolve tutto in un’unica preoccupazione: evitare che gli italiani girino la testa verso sinistra. Non tanto per quello che troverebbero (Roberto Speranza…). Ma perché non troverebbero il Pd.

 

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