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30 Aprile 2017
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Scenari con vista Quirinale

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di Fabrizio Casari

Con l’ormai più che probabile incarico a Gentiloni, si chiude la prima parte delle consultazioni del Quirinale alla ricerca di una soluzione politica alla crisi di governo. La richiesta di reincarico formulata da Renzi sembrerebbe essere stata bloccata da Mattarella e da buona parte del suo stesso partito, che tra regionali, municipali e referendum è stanco di perdere sotto l’effige del giglio magico. Resta ancora in pista Padoan: con la vicenda MPS che incombe, potrebbe rappresentare maggiori garanzie per i mercati e la stessa BCE. Ma tutto è in movimento, anche se la richiesta di Renzi di elezioni a breve, parrebbe essere stata respinta.

Fatto salvo al momento l’assoluto rispetto delle procedure istituzionali, c’è spazio anche per il paradosso nel centro dello scenario. Paradossale, infatti, è che tra Mattarella, Gentiloni, Renzi e Franceschini, emerge l’assoluta centralità di personaggi provenienti dalla Democrazia Cristiana, che si voleva uccisa tramite fax dall’allora segretario Benigno Zaccagnini.

Paradossali - ma gravi - sono le state invece le consultazioni parallele di Palazzo Chigi, dove Renzi ha ricevuto (dandone notizia) tutti i possibili incaricati del suo partito. Non li ha ricevuti a casa sua o al partito, cosa che si giustificherebbe con il ruolo di segretario del PD, ma nella sede del Governo, a voler ribadire che è lui a tenere il pallino della crisi in mano, che è lui e non l’arbitro formale della crisi - Mattarella - a decidere chi formerà il nuovo Esecutivo.

Si compie così un pesante  sgarbo istituzionale e politico verso il Quirinale, si conferma l’incomprensione totale del tamarro toscano delle prassi istituzionali e, nello stesso tempo, la sua ansia incontenibile per il suo personale destino.

Non c’è infatti il ritiro di Renzi dalla politica come ripetutamente annunciato. In linea con il suo operato al governo, annuncia ciò che non fa e fa quello che non aveva annunciato. L’arroganza e la superbia che lo caratterizzano in ogni sua espressione, fisica e verbale, gli impediscono di leggere ciò che è avvenuto il 4 Dicembre 2016. Non c’è stata ammissione di errore, bensì la colpevolizzazione di un PD che è apparsa fuori luogo. Invece di dire “dove ho sbagliato” e prendere atto di una stagione che si è conclusa per sempre, ha incolpato una parte del PD del risultato.

Ma quel PD correntizio, ormai riflesso di minor valore di ciò che fu la DC, pur non condividendo in buona parte il contenuto della riforma ha fatto il possibile per vincere. Non c’è riuscito perché il PD non è maggioranza nel Paese, perché la riforma faceva schifo e soprattutto perché il suo promotore è uno dei personaggi più detestati dagli italiani.

Obnubilato dal suo ego, Renzi non capisce che non si tratta di un complotto di Palazzo, ma di un rifiuto generalizzato degli italiani nei suoi confronti, conseguenza di una linea politica e di uno stile personale di governo che se ha trovato nella grande impresa e nelle banche il suo referente, ha però offeso e colpito praticamente tutte le categorie sociali della nazione. Lo stesso assalto alle nomine, lo sfacciato perseguimento del Renzi Power, insieme all’aggressione verbale, all’insulto e ai ricatti, distribuiti a mani basse, hanno prodotto una vera e propria crisi di rigetto del Paese verso il tamarro toscano.

Lotti ha spiegato agli aficionados che "si è cominciato dal 40 alle primarie e si riparte dal 40% dei voti al referendum". Peccato che non sia il gioco dell’oca, nel quale probabilmente Lotti eccelle, mentre non si registra pari competenza nella scienza delle dottrine politiche. L’idea che il 40% sia di Renzi è ridicola. Come ha spiegato l’istituto Cattaneo, il Sì ha raccolto molti consensi nell’area di centrodestra che mai voterebbe il PD alle elezioni. Dalle dinamiche innescatesi nel referendum si ricava invece che il 60% degli italiani è contro Renzi e il dimostrarsi attaccato alla poltrona nell’estremo e penoso tentativo di salvare lui e la sua cricca toscana, accentua ulteriormente le distanze con l’Italia.

Renzi e Lotti hanno una sola preoccupazione: non uscire di scena, non buttare alle ortiche il lavoro di occupazione del potere perseguito con ogni lena ed eccessiva sfacciataggine in mille giorni. Amici piazzati su indicazione dei poteri forti e marci che li hanno insediati è stato il vero core business del governo del giglio magico, con annesse le storielle inconfessabili. La rottamazione è stata solo sostituzione di un apparato di potere con un altro.

E’ chiaro dunque che qualora il prossimo governo dovesse decidere di iniziare l’opera di smantellamento, a cominciare dalla Rai e passando per i consigli d’amministrazione di enti e società controllate di diversa grandezza, finendo con estraniarli dalle nomine prossime ai vertici di Carabinieri e Guardia di Finanza, il mesto ritorno a Pontassieve della cricca del giglio magico sarebbe inevitabile.

Come coloro che ballarono una sola estate, la destinazione indicata dal Gps sarebbe Via dell’Oblio. Ad evitare questo scenario, Gentiloni - avatar di Renzi come lo definiscono i 5 stelle - gli appare come la soluzione meno pericolosa. Ma, pur consapevole dello spessore davvero relativo dell’attuale ministro degli Esteri, del suo essere tutt’altro che un leone indomito, l’idea che possa essere etero-guidato dal Nazareno appare non priva d’incognite.

C’è comunque la necessità di aprire una fase che, di tre, cinque o di otto mesi, è comunque una fase politica con le elezioni sullo sfondo. Ovunque si chiede il voto, cosa che sarebbe doverosa dal momento che ci si avvia al quarto governo mai scelto dai cittadini. E’ vero che l’ordinamento costituzionale prevede che i governi si formano in Parlamento, ma c’è anche un elemento di opportunità politica che non può non essere considerato.

Perché il voto referendario ha espresso con forza l’intenzione degli italiani di riprendersi la parola e questa non è una indicazione che può essere sottostimata in ragione di prassi istituzionali che, seppure ineccepibili, non risultano politicamente adeguate al contesto politico.

Ma va anche detto che le richieste di voto rapido sono in buona parte “ammuina”, dal momento che i centristi non sono nulla, la sinistra deve essere ricostruita, la destra è frammentata e il PD è frantumato. Solo il M5S ha fretta di capitalizzare l’esito referendario cavalcando l’onda lunga che dalle municipali di Giugno lo vede in vantaggio sugli altri partiti.

Il PD non ha nessuna intenzione di suicidarsi definitivamente, cosa che avverrebbe se si votasse entro 3 mesi e se restasse Renzi alla sua guida. Ma il Congresso della resa dei conti - inevitabile - per quanto si possa accelerare ha bisogno di almeno tre mesi per essere realizzato. A meno che Renzi non scelga di fondare il suo partito personale o che Bersani non decida che si può abbandonare la "ditta", il percorso non sarà brevissimo.

La destra da parte sua non ha ancora risolto il problema dell’unità e della leadership: Berlusconi (ancora sotto provvedimento giudiziario che lo rende incandidabile) ha inteso riprendersi la guida, ma sa che dovrà di nuovo ricostruire una identità politica precisa e avviare un percorso unitario che, ad oggi, appare difficile.

La Lega, da parte sua, sa bene che pur avendo travalicato i confini padani, quando si spalma sul territorio nazionale il suo consenso corre il rischio di non superare la soglia di sbarramento e l’alleanza con Fratelli d’Italia non ne garantisce il suo agile superamento, visto che quelle della Meloni sono si truppe fedeli ma non certo numerose.

E poi al voto, ma con quale legge elettorale? Tutti affermano di voler attendere il 24 Gennaio il pronunciamento della Corte costituzionale in merito ai ricorsi sull’Italicum ma è altra “ammuina”.

Se si vuole votare con l’Italicum rivisto e corretto dalla Consulta non sarà sufficiente una operazione di sottrazione degli articoli contestati. Cambiare anche solo un aspetto di una legge elettorale comporta spesso cambiarne la logica della stessa. Bisognerà quindi riscrivere una legge elettorale nuova, perché quanto sentenziato sull’Italicum (e prima ancora sul Porcellum) dovrà essere amalgamato e ricomposto in una nuova legge elettorale.

Si potrebbe scriverne una simile? Difficile perché al momento, in assenza di coalizioni certe, non ci sono partiti che possano giovarsi del secondo turno come lo prevedeva lo scellerato Italicum. Grillo, che infatti è quello che vuole le elezioni subito, interpreta il lento abbandono dell’Italicum come un complotto ai suoi danni. Sa bene che solo con l’Italicum, per quanto rivisto dalla Corte, potrebbe vincere, ma solo con quello. Perché il rifiuto di M5S di coalizzarsi con altre forze, in un sistema elettorale che non prevedesse un premio di maggioranza al primo partito, bensì alla coalizione, non gli offrirebbe grandi possibilità di vittoria. Senza qualcosa di simile all’Italicum, insomma, rischierebbe di diventare quel che già è: la più grande forza dell’opposizione.

Comunque se si vorrà ridisegnare una nuova legge elettorale si andrà avanti per lo meno fino ad Aprile e, considerando i 54 giorni di legge per la campagna elettorale, si voterebbe a Giugno. Si è disposti ad attendere tanto? Perché se si volesse davvero votare subito, l’unica strada sarebbe scrivere un solo rigo che cancellasse la legge elettorale vigente. In automatico tornerebbe in vigore il Mattarellum e si potrebbe votare rapidamente.

L’aria che tira è quella di una generale riconsiderazione del valore del sistema proporzionale. Non per afflato istituzionale, intendiamoci, ma per convenienze incrociate e per aver verificato come la sbornia del maggioritario ha prodotto vulnus ripetuti tanto alla sovranità popolare che alla stessa governabilità. E allora, se si decidesse di riprendere il cammino interrotto dal referendum Segni, l’unica soluzione valida per tutti è una legge elettorale proporzionale con  una soglia di sbarramento al 4 per cento (modello tedesco).

Il sistema di voto proporzionale garantirebbe la rappresentatività di tutte le sensibilità politiche. Queste però, vista la necessità di superare lo sbarramento, si vedrebbero costrette alla ricerca di una dimensione di coalizione, favorendo così la governabilità e riducendo la frammentazione. Non a caso con la proporzionale in vigore i partiti erano 9 e con il maggioritario (che doveva limitarli !) sono diventati 19. Dunque sarebbe bene tornare sui propri passi. Non è mai troppo tardi per riprendere a pensare.


 

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