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Mar
30 Agosto 2016
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Il sequestro che non fa notizia

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di Michele Paris

Il 14 aprile scorso il cittadino italiano di origine marocchina Abou ElKassim Britel è stato liberato da un carcere nel suo paese natale in seguito ad un provvedimento di grazia firmato dal sovrano Mohamed VI nell’ambito dei movimenti di protesta che stanno attraversando il mondo arabo. “Kassim” era in carcere da quasi otto anni, pur non avendo commesso alcun reato. Nel corso di un viaggio in Pakistan nel marzo del 2002, si era ritrovato coinvolto nell’isteria del post-11 settembre, finendo sotto custodia dei servizi segreti locali, per poi subire una “extraordinary rendition” ad opera della CIA e approdare in Marocco qualche settimana più tardi.

Nonostante la recente scarcerazione e il ritorno in Italia, le ingiustizie patite in questi anni hanno segnato profondamente Kassim e la sua famiglia. Assieme a sua moglie, Anna Khadija Pighizzini, la quale fin dall’inizio ha cercato di ottenere giustizia per il marito, abbiamo ripercorso gli eventi accaduti a Kassim prima della liberazione e che hanno sconvolto la loro vita e i loro progetti.

La vicenda di Kassim inizia nel 2001 con un viaggio che doveva includere diversi paesi islamici. Ci può raccontare come suo marito è finito nelle mani dei servizi di sicurezza pakistani?
Mio marito era partito da Bergamo nel giugno del 2001 con l’intenzione di andare alla ricerca di finanziamenti per un sito web da noi creato (web.tiscali.it/islamiqra), sul quale stavamo iniziando a pubblicare traduzioni di opere relative all’Islam non disponibili in lingua italiana. Kassim raggiunse inizialmente l’Iran e, nel momento in cui avvennero gli attentati dell’11 settembre, si trovava in Pakistan. Nel marzo del 2002, mio marito venne fermato ad un posto di blocco nella città di Lahore mentre viaggiava a bordo di un taxi. Quando gli agenti videro il passaporto italiano lo trasferirono immediatamente in una stazione di polizia. Più tardi Kassim venne trasferito presso una sede dei servizi segreti pakistani a Islamabad, dove sarebbero iniziati i pestaggi e le torture. Legato e bendato, da questa struttura venne trasportato quattro volte presso un’abitazione per essere interrogato da agenti americani. Nonostante avesse chiesto più volte di incontrare l’ambasciatore italiano fin dal giorno del suo fermo, sia i pakistani che gli americani gli negarono qualsiasi contatto con i diplomatici del nostro paese; gli dissero anzi che l’ambasciatore non voleva vederlo perché era un terrorista.

Qual’è stata la posizione ufficiale dell’ambasciata italiana in Pakistan sulla vicenda di suo marito?
L’ambasciata italiana a Islamabad ha sempre sostenuto di non avere avuto alcuna notizia della presenza di mio marito in Pakistan. Tuttavia, gli agenti USA avevano interrogato Kassim su molti episodi della sua vita in Italia, mostrando di conoscere precisi dettagli, sui quali solo gli italiani potevano aver messo al corrente gli americani.

Dopo quanto tempo suo marito è stato vittima di “extraordinary rendition” verso il Marocco?
Poco più di due mesi dopo il fermo, il 24 maggio 2002, mio marito fu consegnato agli agenti della CIA che lo misero su un aereo per il Marocco. A Rabat gli americani lo consegnarono a loro volta ai servizi segreti marocchini [DST] che lo trasferirono presso la loro sede di Témara.

Per quanto tempo lei e la famiglia di Kassim siete rimasti all’oscuro della sua sorte?
Per ben undici mesi non ho avuto notizie di mio marito, dal 10 marzo 2002 all’11 febbraio 2003, quando è stato liberato in Marocco. Le autorità marocchine non avevano infatti comunicato alcuna informazione né a me né alla sua famiglia. Io mi ero mossa per cercare Kassim ma non avevo alcun indizio. Per quanto ne sapevo doveva essere ancora in Pakistan. L’11 febbraio successivo, senza nessuna accusa formale a suo carico, Kassim venne liberato e portato presso l’abitazione della madre. Appena lo rilasciarono, partii per il Marocco dove lo rividi dopo venti mesi.

Qualche mese dopo il rilascio, nel maggio del 2003, Kassim venne fermato alla frontiera mentre cercava di rientrare il Italia. Ci può raccontare come avvenne questo secondo arresto?
Dopo che l’ambasciata italiana a Rabat, nonostante la nostra insistenza, si era rifiutata di fornirci un accompagnatore fino all’imbarco del volo per l’Italia, Kassim decise di passare la frontiera da solo via terra, a Melilla. Ripensandoci in seguito, fu un errore lasciare che Kassim partisse da solo. In quel momento, tuttavia, non eravamo in grado di comprendere la gravità della situazione, anche perché i famosi attentati suicidi di Casablanca - che scatenarono il panico in Marocco e un’ondata di arresti - sarebbero stati compiuti proprio la sera successiva all’arresto di mio marito. Kassim rimase tre giorni nei pressi della frontiera per cercare di capire se lo avrebbero lasciato uscire dal paese. Il penultimo giorno mi disse che aveva conosciuto qualcuno che forse lo avrebbe aiutato a lasciare il Marocco. Il 16 maggio 2003, così, si presentò alla frontiera ma la persona che aveva sostenuto di volerlo aiutare, finì per consegnarlo alle autorità. Dopo sei ore in stato di fermo presso la polizia di frontiera, giunse un’auto dei servizi di sicurezza che lo trasportò di nuovo a Témara, dove era stato rinchiuso segretamente fino al febbraio precedente.

Qualche mese dopo l’arresto si tenne il processo di primo grado. Ci può descrivere come si svolse il dibattimento?
Il processo di primo grado si svolse in un solo giorno nell’ottobre 2003, dopo che per quattro mesi avevo chiesto senza successo alle autorità marocchine di conoscere la sorte di mio marito. Gli interrogatori furono molto brevi con domande che riguardavano più che altro le generalità degli imputati. Il nostro difensore aveva presentato alcuni documenti a discarico di Kassim, ma i tre giudici li sfogliarono rapidamente per poi metterli da parte e respingerli. La pubblica accusa si limitò a dire che la confessione firmata da mio marito era compatibile con le accuse che gli venivano mosse.

Qual’era il contenuto della dichiarazione che fu fatta firmare a Kassim?
La dichiarazione di colpevolezza gli fu fatta firmare, senza poterla nemmeno leggere, ben prima del secondo arresto, cioè durante la prima detenzione segreta seguita alla “rendition” dal Pakistan. Con essa, sostanzialmente, Kassim si auto-accusava di aver partecipato a riunioni non autorizzate e di aver fatto parte di un’associazione sovversiva nell’ambito di un progetto eversivo contro lo stato.
Si tratta di un’imputazione standard che viene formulata per i cosiddetti “islamisti” e per gli altri detenuti politici dopo che gli è stata fatta firmare una confessione sotto costrizione. Tengo a ricordare che la confessione imposta a mio marito non aveva però nulla a che vedere con gli attentati di Casablanca del maggio 2003.

Tornando al processo di primo grado, quale fu la sentenza per Kassim?
Gli furono dati quindici anni, anche se non c’era nulla di concreto contro Kassim. Mio marito non metteva piede in Marocco da sette anni - prima che ce lo avessero portato gli americani - quindi come poteva aver fatto parte di un’associazione sovversiva? Nel corso del processo, inoltre, non fu mai fatto il nome dell’organizzazione di cui Kassim era accusato di aver fatto parte. Al processo d’appello, il 7 gennaio 2004, la pena per Kassim è stata ridotta a nove anni. Il nostro ricorso presso la Corte Suprema marocchina venne invece respinto il 27 ottobre di quello stesso anno.

Quale risposta aveva avuto dai governi italiani al caso di suo marito?
Tutti i governi italiani succedutisi in questi anni non hanno fatto nulla di concreto per il nostro caso. Ciò è molto grave, perché le pressioni per la liberazione dei detenuti ingiustamente accusati di terrorismo avevano portato a risultati positivi in molte occasioni. Basti pensare alla Gran Bretagna, che ha ottenuto la liberazione di tutti i propri cittadini rinchiusi a Guantanamo dopo aver insistito con il governo americano. Qualche forza politica si era interessata al caso senza però trovare un seguito significativo. Anche a livello locale, poi, hanno prevalso l’indifferenza e l’ostilità. Il governo italiano ha tenuto questo atteggiamento anche nei confronti della Commissione del Parlamento europeo che ha indagato sui voli speciali della CIA, quando nel suo rapporto finale chiese al nostro paese di “fare passi concreti per la liberazione del cittadino italiano Britel”.

Su Kassim ha indagato anche la giustizia italiana. Come si è chiusa l’inchiesta durata sei anni?
L’inchiesta su mio marito in Italia è stata chiusa definitivamente solo in seguito all’iniziativa del Parlamento europeo. L’archiviazione dell’indagine giunse nell’ottobre del 2006, nemmeno in tempo per poter presentare gli atti all’audizione del Parlamento europeo a cui avevamo partecipato nel mese di settembre. Dalle carte è emerso chiaramente che le autorità italiane sono sempre state al corrente della sorte di Kassim e, di fatto, sono state complici di ciò che gli è successo.

Cosa è emerso dalla lettura delle carte dell’inchiesta?
Secondo quanto scrisse la DIGOS basandosi sui tabulati delle intercettazioni telefoniche iniziate nel febbraio 2001, un cittadino tunisino legato agli ambienti integralisti islamici avrebbe soggiornato nel bergamasco nel novembre del 2000. In questo periodo, costui sarebbe entrato in contatto con cittadini stranieri residenti in Italia, tra cui mio marito. La DIGOS scrisse negli atti d’indagine che nonostante dai tabulati non risultavano “relazioni telefoniche di apparente interesse”, Kassim veniva considerato a capo di una cellula terroristica locale e solo la sua “scaltrezza” gli aveva permesso di “eludere gli accertamenti da parte delle forze dell'ordine”. Ugualmente sconcertanti furono i documenti relativi al 2003. Il giorno precedente al rilascio di Kassim dal carcere di Témara, avvenuto il 10 febbraio 2003, la DIGOS scrisse al magistrato che mio marito era “a disposizione delle autorità estere” e che a partire dall’11 febbraio avrebbe potuto tornare a casa. Il suo possibile ritorno in Italia, si voleva mettere in guardia, avrebbe potuto “costituire occasione per se e i suoi familiari di generare una serie di contatti telefonici con possibili soggetti legati ad ambienti del terrorismo islamico radicati in Italia”. Ciò dimostra come la Polizia italiana sapeva dove si trovava Kassim dopo la “rendition” dal Pakistan, mentre la sua famiglia non aveva alcuna notizia e cercava di conoscere la sua sorte. Tutto questo, a mio parere, prova la complicità delle autorità italiane.

Kassim aveva mai avuto problemi con la Polizia italiana prima della sua partenza nel 2001?
Nessuno. Mio marito era ed è incensurato, anche se già allora era stato aperto un fascicolo su di lui a nostra insaputa.

C’erano stati contatti di qualsiasi genere con persone successivamente sospettate di essere affiliate a cellule terroristiche?
No. Nelle carte della Polizia, l’indagine venne giustificata da un contatto con una persona che conoscevamo e che frequentava la moschea, il quale aveva avuto una conversazione telefonica con  un terzo uomo, a sua volta in contatto con un condannato dalla giustizia italiana. Questo era in sostanza il legame che collegava Kassim ai presunti terroristi.

Come spiega il comportamento tenuto dell’Italia nel caso di suo marito?
La vicenda di Kassim era stata strumentalizzata inizialmente per tenere alto l’allarme terrorismo. Successivamente - come dimostra il fatto che ci è stato rifiutato ogni aiuto - far tornare in Italia Kassim avrebbe significato portare all’attenzione dell’opinione pubblica la questione delle “rendition” e le responsabilità italiane, tanto più che l’indagine della Polizia non aveva indicato alcuna responsabilità da parte di mio marito. Non bisogna poi dimenticare che, in quanto musulmano, Kassim non viene considerato un cittadino italiano con pieni diritti come gli altri. Il peso della politica estera italiana, infine, è ormai irrilevante e si risolve in una totale sudditanza verso gli Stati Uniti.

Come l’hanno cambiata i fatti accaduti a suo marito?
La sofferenza di questi anni - mia, di mio marito e delle nostre famiglie - resta un fatto intimo. Questa esperienza mi ha comunque segnata profondamente. Come tutti, sono cresciuta credendo di vivere in un paese democratico, nel quale i diritti civili sono garantiti a tutti i cittadini. La mia convinzione era quella di godere veramente di questi diritti, ma mi sono resa conto che le cose non stanno in questo modo. Oggi io e mio marito ci sentiamo cittadini di serie B, senza diritti. Entrambi abbiamo faticato a credere che l’Italia fosse implicata nei fatti accaduti a Kassim, ma l’evidenza era tale da spazzare via ogni dubbio. In definitiva, dopo tutto quello che è successo, oggi sono molto più disincantata verso le istituzioni rispetto a dieci anni fa.

 

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