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Mer
18 Ottobre 2017
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MAA AL SALAAMA, EGITTO!

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di Liliana Adamo

Deserto. Distante dal Sinai e dal confine con Israele, verso il Sudan, null'altro che deserto "fin dove inizia e finisce il mare", come recita un detto comune. Il grande Deserto Occidentale con le sue montagne increspate e le tonalità opalescenti, che i viaggiatori osservano attraverso i finestrini dei pulmini climatizzati, lungo le vie carovaniere tra il Nilo e il Mar Rosso; montagne incise da numerosi wadi, che un tempo davano acqua mentre ora sono solo solchi scolpiti nella roccia. Se si escludono i porti d'El Quseir e Berenice (antichissime rotte commerciali tra la Valle del Nilo, lo Yemen e il Corno d'Africa) e i moderni monumenti al turismo di massa, l'intera regione appare completamente disabitata; eccetto quelle minoranze che ne hanno sperimentato per secoli la permanenza, le tribù nomadi dei beduini. Di tanto in tanto un'auto in panne, ma tu hai quasi l'obbligo di tirare dritto cullando la speranza che qualcun altro dia aiuto sotto quel sole rovente. Di tanto in tanto, lungo quella costa in linea retta, un nuovo hotel viene su dal nulla e gli operai fradici di sudore si muovono a rilento come formiche in un mare di rocce e sabbia; allora basta un cenno di saluto che questi sorridono, agitando il fazzoletto che gli ricopre il capo. Di tanto in tanto, un posto di blocco di giovani militari misuratamente seri.
Prima di salire sull'aereo hai ripensato agli attentati, alle vittime, tutti ignari turisti ma, atterrando in quei piccoli aeroporti lindi e puliti (dove le piste corte obbligano a decelerare in modo così brusco), riconosci l'aria torrida del deserto che ti offre il benvenuto. Di nuovo qui, all'incirca come tornare in un luogo d'appartenenza e di relazioni, rendersi conto all'istante che vuoi salutare chiunque, spiccicando facilmente un: "Izzayak?".

Ha da che essere sprezzante, una sostenitrice d'Oriana Fallaci, quando afferma che l'Islam moderato non esiste, giusto una favola inventata dai campioni del politically correct, per mettersi l'animo in pace… Poi, dopo ogni fottuto attentato c'è sempre qualcheduno pronto a dirti che non è il vero Islam, il vero Islam: "Sarà quello della lampada d'Aladino o dei villaggi turistici del Mar Rosso, meta tanto cara ai "politically correct"…In realtà, fomentare l'idea dello scontro di civiltà è tanto irragionevole quanto pretestuoso, pur con esiti conflittuali ci troviamo al cospetto con l'unica grande cultura che differisce profondamente dalla nostra, poiché siamo noi occidentali ad aver scoraggiato il senso della differenza, convinti che un'omologazione stabilisca le nostre sicurezze interiori e collettive. Il terrorismo, anche di matrice islamica, non sembra avere origine da questa diversa posizione culturale, ma s'auto-produce per logiche complesse, economiche e politiche, che poco o nulla hanno a che vedere con il parallelo tra due sistemi di pensiero. Vallo a dire agli egiziani, di rado propensi ad abiti neri e rigore dogmatico, alla deferenza di sistemi autoritari come in Iran o in Arabia Saudita. Per attitudine e carattere, essi amano la musica, la danza, la lettura, il colloquiare di tutto e con tutti, vantando uno smagliante senso dell'humor e un gran senso dello scambio commerciale, prima ed inesauribile reciprocità tra esseri umani di diverse estrazioni.

In questo luogo è anche bandito il concetto di privacy e, di conseguenza, non si conosce la solitudine; in una megalopoli come il Cairo, la città di chi è posseduto, dalla piazza di Midan et-Tahrir ai vicoli del Khan el-Khalili, tra grattacieli e moschee, mura millenarie e caotiche arterie viarie, perdura un codice tacito, non sancito da nessuna parte: durante il Ramadan, il mese santo del lunario islamico, l'intera popolazione musulmana, si unisce nell'iftar, l'interruzione del digiuno, una sorta di cerimonia pubblica notturna con i poveri e gli indigenti invitati alle "tavole di beneficenza", allestite a bella posta nei ristoranti della città e non vengono solo per il pollo e il riso, ma per sfuggire alla solitudine e conversare con i vicini, come un qualunque commensale pagante. E' vero che il ruolo femminile all'interno di una società prevalentemente islamica e patriarcale, resta tuttora ai margini con soltanto il 20% delle donne cairote che lavorano fuori delle mura domestiche e scrittrici femministe come Nawal es-Sadawi ancora sotto il veto censorio (mentre fu proprio una donna, Umm Kolthum, cantante araba di modestissime origini, meglio nota come Es-Sitt, la Signora, ad essere l'artista più celebrata dell'intero Egitto), eppure, c'è da scommettere che questa tendenza è destinata a non perdurare nel tempo, senza attendere stravolgimenti radicali.

Hejira

Ad ogni spedizione nel grande Deserto Occidentale, su un confine ancora cosparso di mine, anziché tra i fasti vacanzieri del golfo d'Aqab, rifai a te stessa la stessa domanda: cosa nasconde la crisi attuale di questo sconcertante paese? La meta dei politically correct, i lidi dorati del Mar Rosso, ha subito un vero e proprio attacco che ha fiaccato l'intero sistema economico nazionale, l'immagine e il potere del presidente Hosni Mubarak. O, viceversa, è il terrorismo a render più forte il potere di Mubarak? Una strana eco si è verificata subito dopo gli attentati di Sharm e Dahab. In entrambi i casi, a brevi intervalli, si sono verificati nuovi atti terroristici diretti alle Forze Multinazionali (MFO), nella base di Al Gourah, nel Sinai, distante appena una quindicina di chilometri da Rafah, la frontiera tra Gaza ed Egitto. Le forze multinazionali sono presenti da vent'anni, ma senza provocare alcun attrito con le popolazioni locali. Ora, in quel luogo, nel perimetro di Al Arish, improvvisamente si concentrano le forze di sicurezza egiziane per stanare gli organizzatori e gli esecutori dei tre attentati di Taba, Sharm e l'ultimo a Dahab, avvenuto nell'aprile scorso. La repressione nei confronti delle popolazioni beduine è stata durissima, si pensi che, per le deflagrazioni a Sharm, sono state arrestate almeno tremila persone. L'organizzazione internazionale, Human Rights Watch, ha riferito d'innumerevoli fermi arbitrari e torture. Certo, si è tentato un canale di dialogo tra i capi tribù e le autorità poliziesche, ma le bombe di Dahab hanno ulteriormente inasprito gli animi, perché ciò che si vuole evidenziare è la collusione tra terrorismo e nomadi del deserto, mentre il luogo nevralgico di questo rompicapo sembra essere la penisola del Sinai. Per di più, a rimarcare il controllo pieno delle forze di polizia, un corrispondente di Al Jazeera, Hussein Abdel Ghani, è stato immediatamente trattenuto e arrestato, colpevole d'aver diffuso notizie "tendenziose", per niente gradite alle autorità.
Spingendosi in questo territorio estremo e volendo azzardare un'analisi, ci si chiede cosa c'entra la piccola, misconosciuta Dahab, unico lembo di paradiso portato avanti unicamente dai beduini, con l'Hilton di Taba e una meta turistica importantissima come Sharm. Chi è questa gente, di fatto persino disprezzata dai più colti ed evoluti cittadini egiziani?

Il Sinai è tornato all'autorità sovrana soltanto agli inizi degli anni Ottanta. I beduini si sono sentiti subito cittadini di serie B. Ricordo, due anni fa, muovendomi verso Luxor, che una guida locale mi avvertì di lasciar perdere la carità ai loro figli: "Non sprecare i tuoi soldi", mi disse," questa gente è decisa a vivere in questo modo, non c'è niente da fare, ogni sforzo da parte del governo sarà vano…" Sul momento mi parve un atteggiamento perlomeno anomalo valutando quanto detto sopra, ovvero la fratellanza tra musulmani di qualsiasi origine ed etnia, l'iftar e le tavole di beneficenza…Una popolazione errante nella terra degli antenati, che il governo vuole sempre più stabilizzare, sedentizzare, che vive ai margini del boom economico, senza elettricità, senza lavoro, senza possibilità di studiare. E senza più il deserto e le oasi, vale a dire la terra che negli ultimi decenni ha attirato torme d'investitori immobiliari pronti ad ottenere il massimo rendimento da quelle lunghissime nervature di sabbia e dai fondali policromi. Nel Sinai meridionale, denunciano le popolazioni beduine, gli investitori si sono spinti fin nelle terre tradizionalmente usate dai nomadi. E cosa ribattere del turismo…I beduini ne beneficiano in minima parte, tutto l'indotto ha portato in Sinai (ma anche sulla costa occidentale tra Hurghada e Marsa Alam), moltissimi lavoratori giunti dal Delta e dalla Valle del Nilo, una convivenza difficile tra immigranti "urbanizzati" e popolazioni autoctone; ma è soprattutto la gestione del territorio nelle politiche di Hosni Mubarak, a rendere la miscela quanto più esplosiva. Il prolungamento "ad interim" delle leggi speciali previste per altri due anni (pensiamo ai 25 in cui sono rimaste in vigore, dall'assassinio di Sadat ad oggi e allora saranno ben 27 anni durante i quali una legislazione impedisce ogni dissenso e dà alla polizia poteri tanto estesi, da arrestare chiunque esprima un'opposizione al governo). Le amministrazioni locali sono ancora concepite secondo il sistema arcaico ai tempi del protettorato britannico, della politica coloniale; funzionari designati esclusivamente dal potere centrale, consigli locali che hanno facoltà decisionali molto ridotte, consigli esecutivi nominati direttamente dal governo e il governo è uno soltanto: Hosni Mubarak, un pugno di ferro immortalato nell'icona di Cheope, che ha governato l'antico Egitto per ascendere con la sua piramide, sovrastante la piana di Giza…

Dunque, nel mirino non solo i Fratelli Musulmani (che molti giovani egiziani definiscono alla stregua di: "Vecchi bacucchi...esponenti di un Islam arretrato che ha scarsa considerazione sulle questioni reali e importanti della vita del paese…) ma in questa nuova ondata repressiva del dopo attentati sono gli esponenti di Kifaya a pagare di più. Il movimento liberal nato dal nulla, si è contraddistinto particolarmente per le proteste antigovernative tenute a scadenza quotidiana nelle strade della capitale. Da chi è formato il Kifaya? In Occidente si penserebbe immediatamente a giovani fanatici dell'Islam, invece che da studenti della media borghesia, non habitué di circoli islamici, ma allievi modello all'American University del Cairo. Nelle carceri egiziane ne sono finiti a decine.

Il "Palazzo Yacubian", o meglio, ciò che arde sotto la cenere:
Come ogni paese in crisi d'identità, anche l'Egitto rivela i motivi profondi della propria disgregazione attraverso l'arte. Un esempio fra tutti, i best-seller d'Alaa al Aswani, il "Palazzo Yacubian" che si è trasformato nel film più costoso del cinema egiziano, con un budget pari a 22 milioni di pound, l'equivalente a 4 milioni di dollari. Un romanzo talmente celebre da ottenere l'edizione tradotta anche in Italia, per i tipi della Feltrinelli.
Un condominio di Via Talat Harb, una strada del Cairo, una volta di fama internazionale ed ora in fase di decadenza, diventa una sorta di microcosmo di un'intera nazione, nell'accettazione acritica della corruzione, nella perdita dei sogni e dei progetti, fortemente delusa dal potere. Zaki, l'unico personaggio che si ostina a rappresentare l'antico ecumenismo della sua città, ne ricava la stessa malinconia universale, la perdita di senso ed identità. Eppure, il regista del film, Adel Adib, sostiene con forza che il "Palazzo Yacubian" è per chi ama l'Egitto, non certo per chi lo odia: "E' il modo più giusto per presentarci agli altri, all'Europa e al mondo…Per far comprendere come la pensiamo, in un modo semplice, piano, senza arroganza". Il "Palazzo Yacubian" è il fuoco che arde sotto la cenere, è l'Egitto d'oggi, quello che si legge sulla faccia della gente, piuttosto che tra le righe della cronaca estera. Aswani, uno scrittore che di mestiere fa il dentista, ha semplicemente descritto le persone comuni, ciò che i turisti stranieri si rifiutano di vedere, è andato da loro, si è mischiato tra le loro vite, nei bar dove s'incontrano i gay, nei caffè più desolati del Cairo, tra gli antichi nomadi, oggi sedetarizzati in città, ha raccolto testimonianze, le ha scandagliate nei minimi particolari, una realtà dove la folla brulicante della più grande città mediorientale, si scinde in ogni singolo essere umano.

Prima di ripartire, ho incontrato Hassan, un giovane di Al Quseir, a guardia del molo presso uno degli alberghi nel quale ho alloggiato. Il suo lavoro durerà soltanto tre mesi, dal mattino al tramonto sotto il sole rovente, per quaranta euro. Hassan è un ragazzo saggio, dall'intatta semplicità come soltanto qui la gente sa essere. Siamo diventati amici: quando mi vedeva depressa, veniva fuori con sortite ironiche e parole di una tale attenzione, piene di genuina ed immediata concretezza da lasciarmi stupefatta. Ho sentito qualche turista italiano lamentarsi perché gli egiziani sono svelti a prenderti in giro, è vero, ma ciò che un turista non riuscirà a capire è l'affabilità celata nella loro ironia. Ad un certo punto, Hassan ha tirato fuori le foto di famiglia e della sua ragazza, me le ha mostrate. E' consuetudine mostrare agli "amici stranieri" le foto dei propri cari, un'usanza da noi preclusa dallo smodato senso di privacy delle nostre vite. Mi confessa che gli sarebbe piaciuto studiare l'italiano e gli prometto che avrei trovato i libri e glieli avrei spediti. Pur sapendo che il governo tassa spietatamente tutto ciò che ha a che vedere con "i beni di consumo" spediti dall'Europa.
E' venerdì di preghiera, ho chiesto d'annotarmi un concetto del Corano su un pezzetto di carta, che trattengo nella mia borsa da viaggio e che mi ha accompagnato fin qui. Ma posso portare da me i libri d'italiano e una t-shirt. Chiusi nella valigia su un aereo in partenza e allora, maa al salama, Egitto!

 

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