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Mer
23 Aprile 2014
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La primavera araba e i media

La primavera araba e i media

di Rashid Khalidi *

Il cambiamento nella percezione degli arabi dimostra quanto superficiali e false fossero le immagini di questa regione mostrate dai media occidentali, che vedevano in despoti brutali e corrotti l’unica opzione per controllare degli "individui indesiderabili". Improvvisamente, essere un arabo è diventata una cosa positiva. Le persone in tutto il mondo arabo provano un senso d’orgoglio nel liberarsi di anni di timorosa passività sotto dittature che hanno regnato senza riguardo per la volontà del popolo. Essere arabo è diventato qualcosa di rispettabile anche in Occidente.

L’Egitto ora è visto come un luogo stimolante e progressista; espressioni di solidarietà al suo popolo sono accolte dai manifestanti a Madison, Wisconsin; e i suoi brillanti giovani attivisti sono visti come modelli per un nuovo tipo di mobilitazione del XXI secolo. Gli eventi nel mondo arabo sono trattati dai media occidentali più di quanto non abbiano mai fatto e sono discussi positivamente in una maniera che non ha precedenti. Prima, quando si parlava di qualcosa di musulmano o mediorientale o arabo, lo si faceva quasi sempre con una connotazione fortemente negativa. Ora, durante questa primavera araba, ciò non accade più. Un’area che era un modello di stagnazione politica è ora testimone di una rapida trasformazione che ha catturato l’attenzione del mondo.

Tre cose devono essere dette a proposito di questo cambiamento nella percezione degli arabi, musulmani e mediorientali. La prima è che ciò dimostra quanto superficiali e false fossero le immagini di questa regione mostrate dai media occidentali. Praticamente tutto ciò di cui sentivamo parlare erano gli onnipresenti terroristi e radicali barbuti e le loro donne velate che cercavano di imporre la Sharia, mentre i despoti brutali e corrotti erano l’unica opzione per controllare questi individui indesiderabili. Nei discorsi del governo americano, fedelmente ripetuti dai principali media, la maggior parte di quella corruzione e brutalità era spazzata via da termini menzogneri come “moderati” (cioè coloro che fanno e dicono ciò che vogliamo). Quel termine, e quello usato per denigrare i popoli della regione, “the Arab Street”, ora devono essere ritirati in modo definitivo.

La seconda caratteristica di questo cambiamento nella percezione è che essa è molto fragile. Anche se tutti i despoti arabi fossero abbattuti, vi è un enorme investimento nella visione “noi contro di loro” della regione. Questo include non solo gli interi imperi burocratici impegnati nella “guerra al terrorismo”, non solo le industrie che sovvenzionano questa guerra e le miriadi di collaboratori e consulenti tanto generosamente ricompensati per i loro servizi; include anche un vasto arcipelago ideologico di false competenze, con numerosi “esperti di terrorismo” profondamente impegnati a propagare questa caricatura del Medioriente.

Queste teste parlanti che passano per esperti hanno affermato senza sosta che i terroristi e gli islamisti sono l’unica cosa da cercare e vedere. Sono coloro che hanno sistematicamente insegnato agli americani a non vedere il vero mondo arabo: i sindacati, coloro che sono impegnati a favore dello Stato di diritto, i giovani interessati alla tecnologia, le femministe, gli artisti e gli intellettuali, coloro che hanno una ragionevole consapevolezza della cultura e dei valori occidentali, le persone comuni che vogliono semplicemente avere opportunità decenti e una voce in capitolo riguardo a come sono governati. Gli esperti ci hanno invece insegnato che questo era un popolo di fanatici, un popolo senza dignità, un popolo che si meritava i suoi terribili governanti appoggiati dall’America. Coloro che hanno potere e influenza e che hanno questa prospettiva quasi razzista non la cambieranno in fretta, se mai lo faranno; per averne una prova basta vedere quella vergogna che è Fox News.

Terzo, le cose possono facilmente e molto velocemente volgersi al peggio nel mondo arabo, e questo potrebbe rapidamente corrodere queste nuove percezioni. Niente finora è stato risolto in alcun paese arabo, nemmeno in Tunisia o Egitto, dove i despoti se ne sono andati ma una nuova trasformazione è a malapena cominciata. Questo è vero nonostante entrambi i paesi posseggano la maggior parte dei prerequisiti per un governo costituzionale, una democrazia matura, progresso economico e giustizia sociale come una forte società civile, una storia di organizzazione del lavoro, molti individui con un elevato livello di istruzione e alcune forti istituzioni. E nonostante il coraggio di coloro che sono stati picchiati, respinti con gas lacrimogeni e a cui è stato sparato, negli altri paesi arabi è cambiato ancora meno. Tutto questo può peggiorare, trasformarsi in guerra civile in Libia o Yemen, in una paralisi in Tunisia ed Egitto, o in contestazioni contro il potere senza fine e senza frutto in Bahrein, Giordania, Marocco, Oman, Iraq e altrove.

Mentre l’Occidente impara qualcosa di più su questa importante parte del mondo, ci sono ancora alcune verità da trasmettere. Una è che questa non è una regione inadatta alla democrazia, o che non ha tradizioni costituzionali o che ha sempre sofferto sotto governanti autocratici. Il Medioriente ha certamente sofferto di recente sotto una serie di regimi spaventosi. Ma questa è anche una regione dove i dibattiti su come limitare il potere dei governanti hanno portato al fervore costituzionale in Tunisia ed Egitto degli anni Settanta dell’Ottocento e alla creazione di una Costituzione nell’Impero Ottomano nel 1876. In quel periodo l’impero includeva non solo l’attuale Turchia ma la maggior parte del mondo arabo orientale, inclusi Siria e Iraq. Più tardi, nel 1906, in Iran fu istituito un regime costituzionale. Ancora dopo, nel periodo tra le due guerre mondiali e posteriore, i paesi semi-indipendenti e indipendenti della regione erano governati principalmente da regimi costituzionali.

Questi erano esperimenti difettosi che incontrarono grandi ostacoli nella forma di interessi radicati, la tendenza autocratica dei governanti, l’analfabetismo e la povertà delle masse. Tuttavia, i fallimenti nello stabilire regimi costituzionali e parlamentari non furono dovuti solamente a questi fattori. Questi governi erano sistematicamente minati dai grandi poteri imperialisti, le cui ambizioni e interessi erano spesso ostacolati dai parlamenti, dall’opinione pubblica nascente e da una stampa che insisteva sulla sovranità nazionale e su un’equa distribuzione delle risorse.

Dai poteri europei che minavano i governi costituzionali iraniano e ottomano all’inizio del XX secolo, all’interferenza dell’America in Siria e Libano e al suo rovesciamento del governo iraniano negli anni Cinquanta del Novecento, lo schema veniva continuamente ripetuto. I poteri occidentali non solo diedero poco appoggio - o non lo diedero affatto - a un governo democratico in Medioriente; spesso lo minarono attivamente, preferendo avere a che fare con autocrati sottomessi che eseguivano i loro ordini. In altre parole, l’appoggio occidentale a regimi dittatoriali facilmente manipolabili non è una novità.

Nelle ultime settimane è stato detto molto a proposito del potenziale di applicazione del “modello turco” nel mondo arabo. In effetti, la Turchia e i paesi arabi sono giunti alla loro comprensione della modernità - e con essa delle costituzioni, della democrazia, dei diritti umani, civili e politici - attraverso un comune passato tardo-ottomano. Questo periodo, dagli anni Sessanta dell’Ottocento al 1918, permise a questi popoli di comprendere questi concetti, nonostante i nazionalisti sia turchi che arabi abbiano fortemente negato qualsiasi impatto ottomano nei loro stati-nazione moderni.

Oggi la Turchia fornisce un modello di riconciliazione tra un potente establishment militare e la democrazia, e tra un sistema secolare e l’orientamento religioso di gran parte della popolazione. Offre anche un modello di successo economico, di una possibile sintesi culturale tra Oriente ed Occidente, e di influenza a livello mondiale. In tutti questi aspetti, è percepito come un modello più attraente di ciò che è largamente visto nel mondo arabo come un’alternativa fallita: il sistema teocratico iraniano che dura da 32 anni.

Gli Stati arabi hanno una lunga strada da percorrere per disfare il terribile lascito di repressione e stagnazione e muoversi verso la democrazia, lo stato di diritto, giustizia sociale e dignità, che sono state le richieste universali dei loro popoli durante questa primavera araba. Il termine “dignità” include due richieste: primo, per la dignità dell’individuo di fronte ai governanti che trattano i loro sudditi come esseri senza diritti e indegni persino di essere disprezzati. Ma c’è anche una richiesta di dignità collettiva di Stati orgogliosi come l’Egitto, e degli arabi come popolo. Questa era la richiesta dei leader nazionalisti quando arrivarono al potere a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, quando presero di mira il colonialismo e il neocolonialismo.

Dopo i fallimenti di quella generazione, i leader nazionalisti furono rimpiazzati da dittatori che fornirono la “stabilità” tanto cara all’Occidente, stabilità acquisita al prezzo della dignità individuale e collettiva. È questa umiliazione, davanti a governanti repressivi e di fronte al mondo esterno, che i dimostranti da Rabat a Manama cercano di eliminare. Finora si sono concentrati quasi interamente sulle cause dei loro problemi, che sono largamente interne. C’è stata poca o nessuna enfasi sulla politica estera, nessuno sentimento anti-occidentale visibile e poche menzioni a Israele e Palestina.

Sarebbe molto pericoloso ignorare questa richiesta di dignità collettiva, sia che si riferisca criticamente al modo paternalistico in cui gli Stati Uniti hanno finora trattato la regione, sia che si riferisca alla scarsa attenzione da essi dedicata alla convinzione  di molti arabi che i palestinesi non hanno avuto giustizia in passato e non la hanno tuttora. Se il popolo nel mondo arabo sarà fortunato a raggiungere transizioni democratiche, e potrà cominciare a confrontarsi con i profondi problemi che la società affronta, è fondamentale che un nuovo mondo arabo, nato dalla lotta per la libertà, la giustizia sociale e la dignità, sia trattato col rispetto che merita, e che per la prima volta sta cominciando a guadagnare.

Fonte: Nena news

*Rashid Khalidi è uno storico di origine palestinese, docente presso la Columbia University. E’ considerato l’erede di Edward Said, di cui ricopre la cattedra dopo la sua morte. In italiano sono pubblicati: La resurrezione dell’impero. L’America e l’avventura occidentale in Medio Oriente, Bollati-Boringheri, Torino, 2004; Identità palestinese. La costruzione di una moderna coscienza nazionale, Bollati- Boringheri, Torino, 2003.

 

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