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21 Ottobre 2017
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Le armi di Gladio a Bengasi

Le armi di Gladio a Bengasi

di Gianni Cipriani

Alcuni giorni orsono, dopo lo scoop de Le Figaro, la Francia ha ufficialmente ammesso di aver fornito armi leggere ai ribelli anti-Gheddafi, paracadutando i rifornimenti nella cosiddetta area delle montagne occidentali, a circa 50 chilometri a sud di Tripoli. E così, mentre la guerra libica continua stancamente tra raid della Nato, inconcludenti sotto il profilo militare, ma purtroppo con un prezzo di vittime civili (delle quali si parla sempre meno) e azioni di terra paragonabili a semplici scaramucce tra bande rivali, lo strano conflitto Bengasi-Tripoli è tornato al centro dell’attenzione mediatica.

Che non sia un semplice scontro democrazia-tirannide lo si è capito da un pezzo, tant’è che la vera divisione è all’interno del fronte Nato, dove Italia, Francia e Regno Unito giocano senza esclusione di colpi la battaglia per ottenere il maggior vantaggio nel dopo-Gheddafi, mentre gli Stati Uniti si sono da tempo sfilati e non mancano di far trapelare, attraverso le vie diplomatiche, quelle del coordinamento di intelligence e quelle più proriamente militari, il loro disappunto per come stanno andando le cose.

Orbene, la vicenda delle forniture di armi ai ribelli rientra a pieno titolo negli sgambetti che il governo francese, quello italiano e quello britannico si stanno facendo da quando è cominciata la rivolta contro Gheddafi. Perché la prima nazione a fornire segretamente di armi gli insorti della Cirenaica è stata proprio l’Italia.

Infatti, dopo l’iniziale imbarazzo di Berlusconi nel dover abbandonare Gheddafi, l’Italia ha compreso che un eccessivo attendismo l’avrebbe sfavorita e ha cercato di recuperare mettendosi a disposizione del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi. E come l’ha fatto? Inviando un carico di armi “travestito” da aiuti umanitari. Nella prima settimana di marzo casse e casse di pistole, fucili, mitra e relativo munizionamento sono state fatte arrivare in Cirenaica via mare, trasportate da unità della Marina Militare. Per essere più precisi si trattava di armi leggere prelevate dai depositi della Sardegna, in particolare La Maddalena e Tavolara, per il semplice motivo che quelle armi ufficialmente non sono “mai esistite” e quindi potevano tranquillamente prendere il largo.

Una parte dell’armamento inviato era di prima qualità. Altre armi, donate a suo tempo dagli americani all’ex Sismi, erano assai più antiquate, ma comunque adeguate per armare bande d’insorti irregolari. Si trattava, per intenderci, delle armi custodite da quelle strutture della nostra intelligence che, più o meno, facevano riferimento al vecchio dispositivo di Gladio. C’è da aggiungere che, una volta arrivate sul suolo libico, nessuno ha più saputo che fine abbiano fatto quelle armi. Come hanno confermato numerose fonti dei ribelli. Che siano servite a combattere non è esattamente l’ipotesi considerata più attendibile. Ma questo era ed è un po’ nell’ordine delle cose.

Quello che è significatico è il retroscena politico. Perché nei giorni in cui il governo italiano faceva arrivare clandestinamente le armi ai bengasiani, il poco prudente ministro degli Esteri, Frattini, rilasciava una dichiarazione ammiccante e poco diplomatica. “L’Italia - aveva detto - ha avviato discretamente contatti con esponenti dell’opposizione libica e ritiene che farlo in questo modo sia la soluzione migliore. C’è quasi una corsa all’incontro con il Consiglio provvisorio di Bengasi. I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio ha detto che si rifiuta di incontrarli”.

“Noi - aveva ancora aggiunto il titolare della Farnesina - abbiamo delle conoscenze migliori di altri, siamo spesso richiesti in queste ore conoscendo coloro che sono lì. Conosciamo certo l’ex ministro della Giustizia libico ora a capo del consiglio di Bengasi, per i rapporti dell’Italia con la Libia. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che ha detto che da ora loro sono al servizio del popolo libico e non più del regime. Alcuni di loro stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso”.

A nessuno può sfuggire il fatto che se si avviano colloqui “con discrezione”, l’ultima cosa da fare sia raccontarlo ad Uno Mattina. Ma c’era un motivo: proprio nelle ore in cui Frattini rilasciava questa dichiarazione le armi italiane stavano per finire in mano agli insorti di Bengasi. Gli stessi che un paio di giorni prima avevano arrestato un team dei servizi segreti inglesi in missione segreta. In altri termini, l’Italia bruciando tutti con l’invio delle casse “umanitarie” piene di mitra e fucili, pensava di poter mantenere la supremazia.

Tanto più che riteneva di poter contare sulla mediazione dell’ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur,che a fine febbraio si era schierato a fianco degli insorti e, si ipotizzava, avrebbe utilizzato la sua grande influenza a favore dell’Italia. Questa premessa spiega la successiva accelerazione francese e la decisione di bombardare per primi il 19 marzo, giorno d’inizio dei raid aerei, solo successivamente passati sotto il comando della Nato. Da allora - e fino ad oggi - si sono combattuti due conflitti. Quello tra la Cirenaica e la Tripolitania e quello tra Francia, Italia, Regno Uniti e altri paesi legati alla Nato. La fornitura di armi dai depositi della Sardegna è parte integrante di questa guerra sotterranea.

fonte: globalist.ch 

 

 

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