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17 Ottobre 2017
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Siria, senza sbocco politico

Siria, senza sbocco politico

di Michele Giorgio

Roma. Crisi siriana ancora senza uno sbocco, con un presidente che muove troppo lentamente i passi in avanti che annuncia da mesi e una opposizione che, ascoltando le sirene dall’estero, rifiuta a priori qualsiasi dialogo e insiste per le dimissioni immediate di Bashar Assad. Perciò non è cambiato niente dopo il discorso pronunciato ieri dal raìs siriano, il quarto e il più lungo (quasi due ore) dall’inizio del conflitto interno, che pure ha indicato qualche novità anche se in modo ancora vago.

Assad ha presentato per la prima volta un calendario per le riforme istituzionali accennando all’ipotesi di elezioni. «La prima settimana di marzo - ha detto - si svolgerà una consultazione popolare sulla nuova costituzione, redatta dalla commissione incaricata, e per la prima settimana di maggio si terranno le elezioni». Il presidente siriano ha sottolineato che la nuova carta costituzionale «sarà incentrata su una questione: un sistema multi-partitico».

Allo stesso tempo Assad si è ancora una volta assolto da ogni responsabilità. Ha detto di non aver mai ordinato di sparare sui civili durante le manifestazioni e ha parlato di operazioni dell’esercito contro terroristi. E non ha mancato di ripetere che ciò che da 10 mesi accade in Siria è frutto di un «complotto straniero».

Nessun cenno ai 5 mila morti che, secondo i dati Onu, avrebbe fatto sino ad oggi la repressione delle proteste che, cominciate sull’onda delle rivolte in Tunisia ed Egitto, si sono trasformate in alcune aree del paese in un conflitto aperto tra la maggioranza sunnita e la minoranza alawita (sciita) al potere che rischia di trascinare il paese in una guerra civile. Uno scenario complesso nel quale ora recitano attori regionali e internazionali: Iran e Stati Uniti, la Turchia islamista «moderata» e la wahabita Arabia saudita, il leader sunnita libanese Saad Hariri e i movimenti sciiti Hezbollah e dell’iracheno Muqdata Sadr, fino alla Russia che ha inviato una sua flotta al porto di Tartus a sostegno simbolico dell’alleato Assad.

Israele da parte sua è certo che il nemico regime siriano cadrà molto presto. Ieri il Capo di stato maggiore, Benny Gantz, ha comunicato che le forze ai suoi ordini sono pronte ad accogliere nel Golan gli alawiti siriani che lasceranno il paese per sfuggire alla vendetta dei sunniti. Da Istanbul, dove ha la sua roccaforte, Burhan Ghalion, il leader del Consiglio nazionale siriano (Cns, che racchiude una porzione dell’opposizione siriana), ha respinto seccamente gli annunci fatti da Assad. A suo avviso il discorso pronunciato dal presidente siriano avrebbe posto fine alla missione della Lega araba, in corso in Siria dalla fine di dicembre. «Assad ha tolto qualsiasi possibilità all’iniziativa araba di andare avanti - ha aggiunto - così come ha ostacolato ogni altra iniziativa. Ora il popolo siriano non aspetta altro che le sue dimissioni». Il capo del Cns ha posto l’accento in modo particolare sulla «necessità di portare la questione siriana direttamente al Consiglio di sicurezza».

Non è un mistero che Ghalion, alla guida di un fronte che include anche forze islamiste radicali (sponsorizzate dal solito Qatar e Arabia saudita), stia spingendo in ogni modo per un intervento armato internazionale, ossia della Nato, per rovesciare Assad, come avvenuto con Gheddafi in Libia. Soluzione respinta dall’altra coalizione di forze dell’opposizione, il Comitato di coordinamento nazionale (Ccn), contrario ad un attacco straniero alla Siria.

Due settimane fa il leader del Ccn, Haytham al Manna, ha proposto a Ghalion un fronte unito, fondato sulla non interferenza di altri paesi nelle vicende interne siriane. Il capo del Cns in un primo momento sembrava aver dato il via libera all’intesa. Poi ha fatto marcia indietro, probabilmente per le pressioni dei suoi sponsor. L’opposizione perciò rimane spaccata. Ieri il portavoce del Ccn, Hassan Abdel Azim, pur escludendo una partecipazione al governo allargato ad una «opposizione nazionale» proposta da Assad, non ha negato totalmente la possibilità di un dialogo con il regime. Ha posto però alcune condizioni: il ritiro dell’esercito e delle forze di sicurezza dalle città, lo stop alle uccisioni e agli arresti, la liberazione dei detenuti politici e la libertà di manifestare.

Intanto la Lega araba ieri ha criticato duramente le autorità siriane per non aver garantito protezione adeguata ai suoi osservatori, due dei quali (kuwaitiani) sono stati leggermente feriti da «manifestanti sconosciuti» mentre andavano a Latakia.

Fonte: Nena news

 

 

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