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28 Aprile 2017
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GOOGLE RUBA LA NOSTRA PRIVACY?

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di Mario Braconi


E’ stato lanciato da pochi giorni nel Regno Unito un nuovo servizio dal nome Google Street View, un divertente complemento all’ormai arcinoto Google Maps, che consente di vedere immagini delle strade selezionate sulle mappe informatizzate. Come ogni altra applicazione della casa di Mountain View, Street View dimostra creatività coniugata a spregiudicatezza: Larry Page non si accontenta di aver creato il motore di ricerca più usato del mondo, non soltanto si sforza di googlizzare la cultura per consentirne la fruizione globale: ora vuole a disposizione di tutti delle viste sulle principali città del mondo. Come? Un veicolo della Google che monta sul tettuccio un dispositivo di ripresa, gira per le principali strade delle varie città ritraendone palazzi, monumenti, abitazioni, persone a passeggio, automobili parcheggiate o in movimento. Le immagini vengono poi caricate sul server di Google, che le rende disponibili a chiunque non si accontenti di vedere una mappa dall’alto, ma desideri invece farsi un’idea di come è realmente quella strada, quella piazza eccetera. Giovedì scorso il servizio è stato lanciato anche in Gran Bretagna, dove è stato immediatamente messo sotto accusa per le sue implicazioni negative in tema di diritto alla privacy e perfino per la sicurezza nazionale. Segno della grande sensibilità generalmente dimostrata dai cittadini del Regno per il valore dei propri diritti (cui non sembra corrispondere una uguale attenzione da parte del governo, che ha dimostrato un atteggiamento compromissorio su questo tema, grazie al ricatto della sicurezza); nelle polemiche ha certamente avuto un peso anche la paranoia dilagante sulle questioni attinenti ai lati oscuri dell’animale umano che oggi vengono più frequentemente sbattuti in prima pagina: pedofilia e terrorismo (islamico, certo, anche se la recrudescenza del terrorismo in Irlanda del Nord offre nuovi spunti).

Le precauzioni messe in atto dalla software house californiana non sono state sufficienti: il software Google che dovrebbe identificare un volto umano all’interno di una immagine fotografica in modo da “pixellarla”, proteggendo così la privacy della persona cui appartiene, non funziona a meraviglia – tanto che sul sito del quotidiano Guardian un lettore ha scritto: “ho fatto una verifica [cercando su Street View] il quartiere dove vivo e ho trovato un buon numero di facce chiaramente identificabili (tra cui quella di un ragazzo che palesemente guardava male una macchina che lo aveva buttato fuori strada).”

Questo è niente, rispetto all’imbarazzo e alla rabbia delle persone che sono state beccate dall’infernale spia informatica a vomitare birra fuori da un pub, o “pizzicate” nel bel mezzo di una seduta di shopping “piccante” in un sex shop di Soho (finché dura), o immortalate mentre venivano arrestate da un bobby. Vi è anche chi non si dimostra particolarmente colpito – in fondo si tratta di un luogo pubblico… - ma la lente di ingrandimento della Rete è micidiale: puoi anche riuscire a dare un bacio proibito in una strada facendola franca, è un po’ più difficile inventare una scusa plausibile quando quel momento sfuggito all’attenzione di qualcuno per qualche secondo diventa perenne e pubblico per qualche centinaio di milioni di possibili internauti, tra cui ci potrebbe ben essere anche il tuo fidanzato, o un suo amico che ti conosce, se è per questo.

Ma il caso del giorno è quello scoppiato qualche ora fa, quando tra le immagini rubate dalla Google-mobile è finita una famigliola che faceva un picnic in un parco di Londra: tra i suoi componenti, infatti, c’era anche un bambino nudo. Certa stampa ha soffiato sul fuoco: secondo questi media un po’ isterici, immagini di tal tipo potrebbero infatti prestarsi ad usi “sinistri”. Anche qui è utile qualche distinguo: da un lato è sacrosanta la battaglia dei cittadini inglesi cui la propria immagine è stata “rubata”, così come è comprensibile che i genitori di quel bambino, giustamente inbufaliti, abbiano sporto querela; dall’altro, è sempre utile ricordare che, per il 99,9% delle persone un bambino nudo è solo un bambino nudo, non un oggetto di inconfessabili pulsioni. Tanto per capire il clima di sospetto tipico dei nostri tempi, l’Information Commissioner (l’autorità che in Gran Bretagna vigila, tra le altre cose, sul rispetto della privacy) ha diffidato la società americana a far comparire altre immagini di minori nudi, minacciando, in caso contrario l’apertura di un fascicolo a suo carico. Google ha comunque replicato, con buone ragioni, che la presenza di quell’immagine era solo un dettaglio di una immagine che ritraeva un giorno di festa in un parco.

Per la verità, di fronte alla grandinata di critiche, e pur avendo rimosso immediatamente le immagini che avrebbero potuto darle delle noie, Google continua a mantenere un atteggiamento freddo e piuttosto supponente. In pratica il suo modus operandi è il seguente: noi mettiamo online tutto quello che ci pare, se poi c’è qualcuno a cui non va bene, basta che ci scriva, e provvederemo a rimuovere le foto. Non un granché.

C’è poi, e questo è un altro segno dei tempi, chi ha sfruttato le indiscutibili debolezze di un sistema come Street View, per recitare l’ennesima declinazione dello psicodramma della sicurezza: “trovo molto inquietante che siti critici come stazioni di polizia o depositi di armi siano accessibili mediante questo servizio [che può fornire] a terroristi un accesso istantaneo – e anonimo – alle principali città britanniche, dove possono selezionare obiettivi per i loro campi in Afghanistan, Iran o altre zone a rischio” – questa l’opinione di Tamar Beck, Group Event Director di Infosecurity Europe, convegno mondiale della sicurezza informatica, che si terrà a Londra il prossimo aprile.

E’ possibile che questo strumento possa effettivamente essere usato per scopi delittuosi, ma non dimentichiamo, allora, che Google, con le sue mappe, è stato più volte lo strumento con cui sono stati risolti dei delitti. Al momento, paranoie a parte, sembra che il vero problema di Google Street View sia quello della privacy, su cui peraltro la società non sembra aver dato ancora alcuna rassicurazione.

 

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