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25 Marzo 2017
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Cuba: i mercenari del dissenso

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di Fabrizio Casari

Con 36 voti a favore e 6 contrari, il Comitato per gli affari esteri del Congresso statunitense ha approvato un emendamento a firma di David Rivera, deputato repubblicano della Florida, che annulla le disposizioni di Obama per flessibilizzare i viaggi dei cittadini statunitensi a Cuba e riduce a quasi zero la possibilità d’invio di dollari da parte dei cubani residenti negli Usa ai propri familiari a Cuba. Per avere efficacia la risoluzione dovrà ora essere convertita in legge dal Congresso e, successivamente, dovrà passare al vaglio del Senato (dove i democratici hanno la maggioranza).

Quindi, si tratterà di vedere se Obama deciderà - nell’eventualità venisse approvata - di porre il veto presidenziale, visto che questo aveva annunciato. Si sa, però, che gli annunci di Obama non sono propriamente incisi nella pietra. Già che c’era, il drappello di furbetti del Congresso ha anche disposto, nello stesso emendamento, di eliminare buona parte degli aiuti Usa all’Argentina, Venezuela, Nicaragua, Bolivia ed Ecuador. Cioè a tutti i paesi latinoamericani dove il governo non viene scelto a Washington.

La Commissione, su spinta bipartisan degli squali assetati del voto dei gusanos in Florida, ha quindi stabilito un assunto generale: i cittadini statunitensi non sono liberi di andare dove vogliono, né d’inviare denaro a chi vogliono. Se andranno a Cuba verranno severamente multati e, in alcuni casi, arrestati e processati. Un osservatore neutrale potrebbe trovare singolare accusare Cuba di scarsa libertà mentre é negli Usa - e non a Cuba - che si vieta ai propri cittadini la libertà di movimento. Ma l’apparente contraddizione diviene comprensibile se si guarda alla sostanza della questione: gli alfieri della libertà proibiscono, è vero; ma non lo fanno in ragione di un furore ideologico, bensì dei lauti affari che il mercato clandestino dei viaggi e delle rimesse verso Cuba garantisce.

Per citare un solo esempio, grazie alla famigerata Ley de adjuste cubano, che incita ad ogni atto illegale contro Cuba e che riconosce ai cubani che clandestinamente arrivano a Miami immediata cittadinanza (mentre quelli non cubani vanno in prigione) il traffico di sbarchi clandestini è diventato molto redditizio per chi l’organizza. E indovinate chi l’organizza? La “Fondazione Nazionale Cubano Americana” (Fnca), che indossa i panni da scafista per lucrare su ogni cubano che riesce a far uscire clandestinamente dall’isola e farlo arrivare a Miami. E lo stesso dicasi per i movimenti di denaro che da Miami vengono indirizzati verso l’isola.

Dunque, lasciare libertà di viaggi e d’invio di denaro a Cuba, semplicemente farebbe venir meno il ruolo di collettore unico della trasmissione da e verso l’isola che i businessman del dissenso con sede a Miami detengono. E, con esso, verrebbe meno anche il loro ruolo politico e il peso elettorale che ne consegue. Insomma, una tragedia per chi ingrassa con i fondi pubblici, alzando la voce in nome della democrazia in perfetta sinergia con il rialzo del proprio castelletto bancario. La domanda da porsi, quindi, é la seguente: quanto rende l'odio verso Cuba?

I deputati statunitensi, soprattutto quelli eletti in Florida, si gettano volentieri nel business. Infatti, con l’inasprimento delle sanzioni non solo contro Cuba, ma anche verso gli stessi statunitensi, lucrano due volte: la prima guadagnandosi il consenso elettorale della comunità cubano americana gestita dalle organizzazioni terroristico-mafiose guidate dalla Fnca, così garantendosi la rielezione permanente; la seconda partecipando attivamente al business, in virtù dei fondi che la Fnca gli eroga per distinguersi nella lotta contro Cuba e contro Obama.

Si deve poi tener conto che i flussi di denaro provenienti da Usaid, Freedom House ed altre sigle minori, formano comunque un malloppo complessivo annuo di diverse decine di milioni di dollari che, in parte consistente, torna a finanziare l’apparato Usa che si dedica alla sovversione contro Cuba, che è (casualmente?) lo stesso apparato elettorale dei deputati e senatori più attivi contro Cuba.

A testimonianza di ciò, un recente studio a cura del Center for Responsiv Politics, che ha rivelato che nel corso della campagna elettorale del 2010, i cosiddetti PAC (comitati d’azione politica) impegnati nelle iniziative contro Cuba, hanno donato oltre 3 milioni di Dollari alle campagne elettorali dei deputati democratici e repubblicani negli Stati Uniti. Chi raccoglieva e distribuiva i denari era il "Cuba Democracy Pac" ed i beneficiari, ovviamente, sono coloro che s’ingaggiano armi e bagagli contro l’isola: dai democratici Robert Menendez e Joe Liberman, fino ai repubblicani come Marco Rubio. Un business interessante, insomma: lauto negli emolumenti e politicamente conveniente.

Quanto poi all'utilizzo "trasparente" dei suddetti fondi, c'é davvero tutto un capitolo di ruberie da leggere. Non a caso, nei mesi scorsi, le polemiche circa l’uso quanto meno discrezionale e bizzarro dei fondi governativi statunitensi impiegati contro l’isola caraibica aveva destato numerose polemiche. Ad un esame minimamente attento delle strade che i dollari prendevano, erano infatti emerse alcune stranezze, note però a chi conosce solo un po’ la natura politico-finanziaria del business contro Cuba.

Come tutti sanno, i soldi che generosamente quanto illegalmente gli Stati Uniti raccolgono sia in forma pubblica che privata e che sono destinati alla sovversione interna all’isola, vengono sapientemente “drenati” dai personaggi che affollano il proscenio della cosiddetta “dissidenza”, tanto quelli residenti a Cuba come quelli residenti a Miami. Il business del dissenso tiene infatti in vita numerosi gruppi e lobbies di mercanti e affaristi d’ogni risma che si propongono come alfieri della democrazia a Cuba ma, sostanzialmente, incassano prebende milionarie. Ma ciò che è sempre stato taciuto pubblicamente dai paladini della verità e della libertà di parola, nei mesi scorsi era venuto alla luce e aveva descritto (ancora però solo in minima parte) il clan di furbetti e spie che gravitano intorno alla sovversione a Cuba.

E quando il Senatore democratico John Kerry, alla vigilia del voto per lo stanziamento di 20 milioni di dollari per i “dissidenti” chiese ragione e documentazione della loro distribuzione e delle modalità d’ìmpiego, si levarono le urla dei furbetti del dissenso. Era un atto dovuto, quello del Senatore Kerry, giacché il denaro dei contribuenti va rendicontato, a meno di trasformare il bilancio pubblico Usa in un giro di mazzette senza fine.

Kerry aveva chiesto spiegazioni dopo che il GAO, (l’ufficio di controllo fiscale del Congresso Usa) in un’inchiesta svolta proprio al riguardo, aveva appurato come il denaro veniva speso in maniera quantomeno indebita. E l’inchiesta, benché superficiale e tardiva, si era resa necessaria proprio in virtù del fatto che nel recente passato erano emerse prove schiaccianti sulla malversazione dei fondi stanziati dal Congresso e dal Senato; una delle ultime scoperte veniva dalla confessione di uno dei personaggi che fanno da collettore nel passaggio di mano dei fondi pubblici, che aveva ammesso di essersi messo in tasca oltre mezzo milione di dollari riservati ai “dissidenti”.

Perché i cosiddetti freedom fighters di Miami ai contribuenti Usa chiedono soldi, tanti soldi, ma non vogliono controlli. Dicono di usarli per la democrazia a Cuba, ma poi - come ha accertato l’indagine - li spendono per carne di granchio, cioccolato, play station, cappotti di pelle. Tutti prodotti implicitamente democratici, parrebbe. Insomma si mettono in tasca i soldi, li usano per i loro vizietti e affermano di non poter dichiarare il come e il quando li spendono, perché ciò porrebbe in pericolo “i dissidenti cubani”.

Di fronte alla richiesta di chiarimenti, che è sembrata essere una vera e propria minaccia, i businessman del dissenso hanno subito reagito in due modi: alcuni gruppi si sono rifiutati di esibire documentazioni concernenti l’utilizzo del denaro per il passato e hanno dichiarato di rendersi disponibili a rinunciare per quest’anno agli ulteriori stanziamenti del Congresso (ben sapendo che li prenderanno per altre vie meno pubbliche, sulla rotta tra Langley e L’Avana).

Altri gruppuscoli hanno scelto invece di rispondere, facendo però una figura persino peggiore: alcuni hanno dichiarato che avevano speso 4 milioni di dollari per inviarne 900.000 sull’isola, altri che avevano speso 1,6 milioni di dollari per inviare messaggi SMS incitanti alla democrazia diretti ai telefoni cellulari a Cuba(!!). Un esponente del cosiddetto dissenso cubano aveva del resto raccontato alcuni dettagli circa la modalità della consegna del denaro: “Arrivano dagli Usa spendendo 5000 dollari per il viaggio; per 15 giorni alloggiano nei migliori alberghi e noleggiano auto costose, poi se ne vanno lasciandoci pochi dollari e qualche libro”.

Insomma una figura pessima per i cosiddetti anticastristi, che svolgono con notevole convenienza il ruolo d’intermediari tra Washington e i “dissidenti”. E anche gli organismi governativi non hanno offerto di meglio. L’USAID, l’agenzia governativa che si occupa di promuovere la sovversione interna nei paesi dove gli Stati Uniti non riescono ad imporre le loro volontà, è risultato essere un vestito carnevalesco per il business del dissenso. Ma lo scandalo emerso con l’inchiesta del Congresso è stato talmente grande che il vicedirettore della stessa USAID, Mark Lopez, ha dovuto impegnarsi nel garantire al Congresso “trasparenza e rendicontazione” delle attività nei vari programmi.

Ma se negli Usa c’è chi si arricchisce con la guerra a Cuba, nella stessa Cuba qualcuno prende solo le briciole. Nessuno può illudersi che davvero ci sia una battaglia per poter esporre le proprie idee a Cuba e che essa abbia bisogno di milioni di dollari per vivere. A Cuba ognuno dice quello che pensa e le critiche al sistema sono legittime; ben altra cosa (come in ogni paese al mondo) è il tentativo di operare per la sovversione interna facendosi scudo dell’intelligence e della diplomazia di un paese nemico (gli Usa), non meno che della cecità interessata di altri (l’Europa). Infatti, in ogni dove della terra, la differenza tra la libertà d’espressione e la collaborazione con il nemico del Paese è nota; tanto nella logica elementare quanto nel codice penale.

Che a Cuba ci siano gruppuscoli antigovernativi non é un mistero: in collegamento operativo perenne con l’Ufficio d’interessi Usa a L’Avana, dicono e fanno quello che il governo statunitense gli ordina di dire e di fare. Il numero delle sigle, superiore alle persone che dovrebbero comporle, viene ogni anno aumentato, ma non dipende solo dalla propaganda necessaria alla guerra contro l’isola, ma perché più sono i soggetti politici definiti “attivi”, più dollari vanno stanziati. Lo schema é semplice: se i gruppi dissidenti aumentano significa che la linea politica dà i suoi frutti; se questo é vero va dunque incrementata; per farlo occorrono ulteriori fondi. E riparte la giostra delle mazzette.

Quanto ai “dissidenti”, se qualcuno pensa che la loro opera sia dettata da sincera passioe ideale, si tenga a mente che lo stipendio di cui usufruiscono è pari a sei volte quello di un professionista cubano. Oltre a ciò, mentre in ogni paese del mondo gli antigovernativi vivono una condizione di emarginazione e difficoltà quotidiana, a Cuba la piramide risulta rovesciata: “dissentire” significa essere protetti da Washington e dall’Europa, ricevere garanzie circa la possibilità di emigrare con tutta la famiglia al seguito ed avere un trattamento ultraprivilegiato rispetto a qualunque altro cittadino del mondo. Tutto carburante buono allo stimolo del sentimento antigovernativo.

Ma il consenso di cui godono nella popolazione è vicino allo zero e la loro stessa fama, dopo tante campagne mediatiche internazionali a loro favore, continua ad essere ridicola. Non tanto perché i cubani siano un monoblocco ideologico, ma perché anche chi non apprezza il governo dell’isola capisce perfettamente lo spessore umano e politico dei businessman del dissenso. E, ancor più, perché anche chi non sostiene la rivoluzione non sollecita affatto la fine dell’indipendenza e della sovranità nazionale dell’isola; tra non sentirsi socialisti e divenire mercenari al servizio dell’annessionismo Usa c’è una enorme differenza, che a Cuba risulta chiarissima.

D’altra parte, a svelare la sostanza vera del cosiddetto dissenso cubano e il suo grado di permeabilità nella popolazione cubana, ci aveva già pensato l’ambasciatore Jonathan Farrar, a capo della missione diplomatica Usa a L’Avana. Sono stati resi noti da Wikileaks i messaggi cifrati inviati al Dipartimento di Stato a Washington, dove il diplomatico Usa affermava che “i dissidenti non hanno nessun appoggio nella società”, che sono “egoisti e narcisi e troppo dipendenti dal denaro che proviene dagli Usa”.

Le affermazioni di Farrar, che indubbiamente contenevano in sé un bilancio fortemente negativo per la politica statunitense verso l’isola in ordine alla creazione, finanziamento e sostegno ai gruppetti mercenari, non sono però frutto solo della sua esperienza personale a Cuba. Ferrar, infatti, aveva preso atto anche dell’inchiesta realizzata dalla stessa missione diplomatica Usa a Cuba realizzata attraverso un formulario presentato ai 236 cittadini cubani che avevano richiesto un visto per gli Usa.

Ebbene, i risultati erano stati l’evidenza più seria del valore reale del dissenso cubano. Il 67% degli intervistati avevano affermato di conoscere solo chi sia Luis Posada Carriles, (il terrorista cubanoamericano che gira libero per Miami), mentre Martha Beatriz Roque (icona europea del dissenso) risultava conosciuta solo dal 43% e Osvaldo Payà si doveva accontentare del 29%. E se la dirigente delle “Damas in blanco”, Laura Pollan, era conosciuta appena dal 16% degli intervistati, la bloguera più famosa nel cretinismo eurocentrico anticubano, Yoany Sanchez, che il Times ha incluse lo scorso anno tra le “100 persone più influenti del mondo”, è conosciuta solo dal 2% degli intervistati. Figuriamoci se non fosse così influente…

L’inchiesta, resa nota da Wikileaks alla fine del 2010, seminò un vespaio, perché chi rispose al questionario erano cubani intenzionati a trasferirsi negli Usa, cioè persone che volevano lasciare il Paese e certamente attente ad ogni forma di critica verso il governo dell’isola. Eppure, i leader del dissenso, omaggiati in Usa ed Europa, a Cuba non li conosce nessuno. Succhiano milioni di dollari ai contribuenti statunitensi senza che nessuno, a Cuba, li conosca e li ascolti.

La strada desolata e piena di buche che percorrono nell’indifferenza generale, quando non nel disprezzo evidente, in virtù di una campagna fobica e anacronistica contro Cuba in Europa e negli Usa, diventa per magia un tappeto rosso che gli viene messo ai piedi, sul quale i “dissidenti” passeggiano con le claques inneggianti delle cancellerie occidentali. E sebbene l’Italia dia un’importanza relativa ai gruppuscoli mercenari, alcuni dei suoi media si affannano a dargli credito, come nel caso della bloguera più ricca del mondo. E’ il segno dei tempi: quando la Rete allarga le maglie, i barracuda passano.

 

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