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Sab
21 Ottobre 2017
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Trump, Tillerson e il caos della Casa Bianca

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di Mario Lombardo

Confusione, contrasti e disaccordi sempre più accentuati sembrano essere ormai la cifra della politica estera di un’amministrazione Trump precipitata in una gravissima crisi già a pochi mesi dall’insediamento. Il caso che sembra regnare alla Casa Bianca è apparso evidente ancora una volta nei giorni scorsi, segnati dall’esplosione pubblica dei conflitti tra il presidente e i membri del suo gabinetto attorno ad alcune delle questioni strategiche più calde e relative principalmente all’Iran e alla Corea del Nord.

La scontro più clamoroso è stato quello con il segretario di Stato, Rex Tillerson, impegnato mercoledì in una complicata conferenza stampa per limitare i danni di una recente polemica con Trump e di una rivelazione della NBC che sosteneva come la scorsa estate l’ex amministratore delegato di ExxonMobil avesse seriamente valutato la possibilità di dimettersi. La ricostruzione del network americano è stata puntualmente smentita dagli interessati, ma appare perfettamente plausibile visto il clima che regna nell’amministrazione repubblicana.

Le tensioni e i malumori di Tillerson sarebbero giunti al culmine nel corso di un summit al Pentagono tenuto nel mese di luglio con alcuni membri del gabinetto e consiglieri di Trump. A un certo punto della riunione, il segretario di Stato avrebbe dato una definizione non esattamente lusinghiera di Trump, chiamandolo “moron” (idiota) o, secondo altre versioni, “fucking moron”, proprio a causa dell’incompetenza del presidente sulle questioni internazionali.

Profondamente frustrato, Tillerson avrebbe dunque pensato alle dimissioni, fino a che l’intervento del vice-presidente, Mike Pence, lo aveva alla fine fatto desistere e convinto a rimanere al suo posto. A insistere su Tillerson sarebbero stati soprattutto il capo di gabinetto, generale John Kelly, e il segretario alla Difesa, generale James Mattis, definiti dalla stampa americana come i principali alleati del segretario di Stato nell’amministrazione Trump. Il timore era che la perdita di un altro pezzo importante del governo, dopo quelle già registrate nelle settimane e nei mesi precedenti, avrebbe ulteriormente destabilizzato la Casa Bianca.

I rappresentanti dell’establishment di Washington, dell’apparato militare e della sicurezza nazionale nell’amministrazione temevano soprattutto che l’uscita di scena di Tillerson avrebbe indebolito la loro fazione. Tanto più che la principale candidata alla successione del segretario di Stato sembrava essere l’attuale ambasciatrice all’ONU, Nikki Haley, collocabile nell’ala ultra-conservatrice del Partito Repubblicano e non del tutto allineata alle posizioni di Mattis o Tillerson in politica estera.

Dietro a questi conflitti non ci sono ovviamente soltanto questioni personali o caratteriali ma divergenze sostanziali sugli obiettivi strategici degli Stati Uniti in un frangente storico di profonda crisi della posizione internazionale di questo paese.

Le frizioni fra Trump e Tillerson sono infatti riesplose qualche giorno fa sull’approccio alla questione nordcoreana. Durante una visita in Cina nel fine settimana, il segretario di Stato aveva assicurato che gli Stati Uniti avevano dei canali aperti di comunicazione con il regime di Pyongyang, nel tentativo di allentare le tensioni e continuare a studiare una possibile via d’uscita diplomatica alla crisi.

Solo poche ore più tardi, Trump aveva però smentito categoricamente Tillerson con una serie di tweet, invitandolo tra l’altro a “risparmiarle energie” invece di dedicarsi a un negoziato inutile e impossibile con il leader nordcoreano Kim Jong-un.

Se Trump e altri membri del suo gabinetto sono sembrati fare a gara nel minacciare militarmente la Corea del Nord in questi mesi, sulla crisi non vi è unità di vedute a Washington e la posizione relativamente più moderata di Tillerson è tutt’altro che un’eccezione. Il numero uno del Pentagono, James Mattis, ha affermato questa settimana di fronte alla commissione Forze Armate del Senato che il dipartimento della Difesa “appoggia in pieno gli sforzi del segretario [di Stato] Tillerson per trovare una soluzione diplomatica”, sia pure restando impegnato nella “difesa degli Stati Uniti e dei nostri alleati”.

La stessa situazione si è venuta a creare anche in merito all’accordo nucleare iraniano. Tillerson già nel mese di agosto aveva chiarito di essere favorevole al mantenimento dell’accordo, mentre Trump proclama da tempo di volerlo far naufragare in un modo o nell’altro. La decisione della Casa Bianca sul nucleare di Teheran è attesa praticamente a giorni, visto che entro la metà di ottobre Trump dovrà certificare o meno al Congresso il rispetto da parte iraniana dei termini dell’accordo siglato a Vienna nel 2015.

Anche in questo caso, in appoggio di Tillerson è giunto Mattis. Nella stessa audizione al Senato di martedì, quest’ultimo ha detto di essere favorevole alla permanenza degli USA nell’accordo di Vienna, essendo questa opzione in linea con gli “interessi della sicurezza nazionale americana”. Assieme a Mattis ha testimoniato davanti alla commissione Forze Armate anche il capo di Stato Maggiore, generale Joseph Dunford, il quale ha in sostanza assecondato il suo superiore, confermando che l’Iran “non è in violazione” dell’accordo di Vienna.

L’approssimarsi del momento della verità sulla strategia iraniana di Trump e la delicatezza dei rapporti con la Repubblica Islamica hanno fatto della sopravvivenza dell’accordo sul nucleare la questione attorno alla quale stanno emergendo più chiaramente i dissidi all’interno dell’apparato di potere americano. Il possibile ritorno al muro contro muro con Teheran è particolarmente controverso anche per via della ferma opposizione all’abbandono dell’intesa da parte non solo di Russia e Cina ma anche degli alleati europei degli USA coinvolti nelle trattative (Francia, Gran Bretagna e Germania).

A riprova delle contraddizioni che stanno lacerando l’amministrazione Trump, la stampa americana ha rivelato questa settimana la strategia sull’Iran che la Casa Bianca intende mettere in atto e le cui caratteristiche sembrano essere incoerenza e irrazionalità. Il piano prevede cioè una decisione del presidente che, subito dopo essere stata presa, dovrebbe portare a uno sforzo da parte della sua amministrazione per renderla di fatto inefficace.

Nel concreto, Trump sarebbe intenzionato a non certificare al Congresso il rispetto dell’accordo sul nucleare da parte dell’Iran ma, parallelamente, il suo staff si metterebbe in moto per convincere deputati e senatori a non reimporre le sanzioni cadute dopo l’intesa di Vienna. Secondo una legge americana, nel caso il presidente non certifichi il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, il Congresso ha 60 giorni di tempo per riesumare le sanzioni e, in pratica, affondare l’accordo stesso.

Questa strategia dovrebbe servire a mandare un messaggio ai leader della Repubblica Islamica sull’insoddisfazione degli USA circa l’accordo, peraltro pienamente rispettato da Teheran, evitando però il caos che si verrebbe a creare nel caso esso fosse destinato a saltare.

Più precisamente, il contorto piano predisposto alla Casa Bianca sembra essere, da una parte, il tentativo di Trump di accontentare almeno in parte i fautori della linea dura con l’Iran fuori e dentro la sua amministrazione e, dall’altra, il primo passo verso la cancellazione dell’accordo di Vienna, comunque difficile da ottenere in tempi brevi viste le divisioni interne al governo USA e il consenso quasi unanime che esso raccoglie a livello internazionale.

Il piano allo studio a Washington, se confermato, sarà ad ogni modo un’autentica scommessa e rischia di far precipitare la situazione in Medio Oriente in tempi ben più rapidi di quelli forse ipotizzati alla Casa Bianca.

Per cominciare, al Congresso vi è un consenso trasversale sulla necessità di tornare a politiche aggressive e intimidatorie nei confronti dell’Iran, così che le pressioni dell’amministrazione Trump a moderare i toni e a mantenere in vita l’accordo sul nucleare potrebbero risultare inefficaci.

Inoltre, l’intenzione del governo americano è quella di adottare provvedimenti che verrebbero ritenuti altamente provocatori a Teheran, come ad esempio l’aggiunta dei Guardiani della Rivoluzione all’elenco delle organizzazioni terroriste.

La Repubblica Islamica, e questa è un’altra probabile complicazione del piano di Trump, potrebbe anche decidere, come hanno fatto sapere i suoi leader, di uscire unilateralmente dall’intesa sul nucleare già nell’eventualità della mancata certificazione al Congresso il prossimo 15 di ottobre.

 

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