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Sab
21 Ottobre 2017
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Macron e il tramonto della democrazia

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di Michele Paris

Dopo la recente approvazione della “riforma” del lavoro e in qualche modo a essa collegata, l’Assemblea Nazionale di Parigi ha dato il via libera questa settimana a una nuova iniziativa di legge voluta dal presidente, Emmanuel Macron, che segna un’altra tappa nel processo di deterioramento del clima democratico in Francia.

Per quanti avevano accolto come un trionfo della democrazia la vittoria dell’ex ministro socialista nelle elezioni presidenziali su Marine Le Pen del Fronte Nazionale, la messa a disposizione per legge di strumenti da stato di polizia al governo e alle forze di sicurezza deve giungere oggi probabilmente come una doccia fredda.

L’ascesa di Macron era però già da subito identificabile come una controffensiva dei poteri forti francesi ed europei, impegnati, nel pieno della crisi dei partiti tradizionali, a promuovere un esponente affidabile della classe dirigente alto-borghese per attuare una vera e propria contro-rivoluzione dietro l’apparenza di un nuovo progetto politico.

La legge che ha superato martedì a larga maggioranza e in prima lettura la camera bassa del parlamento di Parigi riguarda ufficialmente la lotta al terrorismo ed entrerà in vigore alla fine del mese in concomitanza della scadenza dello stato di emergenza. Il Senato aveva già approvato una versione parzialmente diversa a luglio, così che nei prossimi giorni sarà necessario un nuovo voto su un testo unitario da parte dei due rami del parlamento.

Lo stato di emergenza era stato introdotto ben due anni fa dall’allora presidente socialista Hollande in risposta agli attentati di Parigi. Nonostante fosse stato presentato come una misura eccezionale e temporanea, esso è stato rinnovato sei volte e a breve sarà rimpiazzato da una legge dello stato che istituzionalizza di fatto una serie di norme gravemente lesive dei diritti civili e democratici.

Come hanno fatto notare i media francesi, i vari governi succedutisi dal 2012 a oggi hanno approvato una decina di leggi sempre più severe con la scusa della necessità di fronteggiare la minaccia terroristica. Non essendo quest’ultimo il vero obiettivo delle misure adottate e, visto che il fenomeno terroristico odierno va collegato proprio alle manovre più o meno clandestine di governi e servizi segreti, il giro di vite legislativo di questi anni non ha fatto però nulla per impedire svariati gravi attentati in Francia.

Maggiori poteri investigativi e di sorveglianza non avrebbero ugualmente evitato alcuni degli attacchi recenti. Infatti, gli attentatori erano spesso già ben noti alle forze di sicurezza francesi, le quali li hanno misteriosamente persi di vista permettendo loro di mettere in atto stragi sanguinose.

La situazione in Francia e la portata anti-democratica della nuova legge sono state descritte efficacemente dalla responsabile di Human Rights Watch in questo paese. Secondo Benedicte Jeannerod, “la concentrazione di poteri nelle mani dell’esecutivo e l’indebolimento della supervisione giudiziaria non sono caratteristiche nuove dello sforzo anti-terrorismo francese”. Tuttavia, “la normalizzazione dei poteri di emergenza segna un nuovo punto di svolta”.

Gli esponenti del governo Macron hanno fatto leva sulla persistente minaccia terroristica che graverebbe tuttora sulla Francia, confermata dall’accoltellamento di due donne nel fine settimana a Marsiglia da parte di un assalitore tunisino. Il ministro dell’Interno, Gerard Collomb, ha addirittura sostenuto di fronte al parlamento che il paese “è ancora in stato di guerra”.

I punti più controversi della legge prevedono la possibilità di limitare, senza il mandato di un giudice, la libertà di individui sospettati di essere una minaccia per la sicurezza nazionale o di pianificare atti terroristici. Il solo esecutivo avrà ugualmente piena discrezione anche per ordinare perquisizioni della proprietà privata.

Sorveglianza e profilazione di massa sono peculiarità indiscutibili della legge, come conferma il potere di creare un perimetro fino a 20 km e per un massimo di dodici ore attorno a luoghi sensibili, come porti, stazioni o aeroporti, entro il quale eseguire controlli a tappeto. Secondo una stima del quotidiano Le Monde, l’implementazione di questa norma, che contrasta con gli accordi di Schengen, potrebbe riguardare quasi il 29% del territorio francese e i due terzi della popolazione.

L’articolo 10 della legislazione precisa inoltre che le forze di sicurezza potranno eseguire controlli su “individui la cui nazionalità straniera possa essere dedotta da elementi oggettivi esteriori alla stessa persona di interesse”. Com’è già accaduto negli ultimi 24 mesi con lo stato di emergenza, una prescrizione nemmeno troppo velatamente razzista come quest’ultima finirà per penalizzare in maniera pesante soprattutto francesi e stranieri di origine maghrebina o mediorientale.

Alcune delle norme introdotte dalla nuova legge Macron sulla sicurezza nazionale sono appunto le stesse già in vigore con lo stato di emergenza e sono state utilizzate dalla polizia e dai reparti speciali per limitare e reprimere le manifestazioni di protesta dello scorso anno contro il progetto di “riforma” del mercato del lavoro dell’allora presidente Hollande.

A molti attivisti erano stati ad esempio imposti di fatto arresti domiciliari temporanei per impedire loro di partecipare alle proteste. Pesanti restrizioni alle manifestazioni anti-governative erano e saranno ancora la norma, poiché anche il nuovo testo prevede la possibilità di chiudere l’accesso a luoghi pubblici e senza l’autorizzazione di un giudice nel caso venga individuata una vaga minaccia terroristica. Il divieto può durare un mese ed è soggetto a proroghe.

L’iniziativa del governo e del parlamento francese avviene dunque non a caso non solo alla vigilia della scadenza dello stato di emergenza, ma anche a breve distanza dall’introduzione di una nuova dose di deregolamentazione del mercato del lavoro. Una misura, quest’ultima, fortemente voluta da Macron e dal business francese, implementata per decreto e a fronte della vasta opposizione dei lavoratori e della popolazione in genere.

L’avanzamento a passo spedito verso uno stato di polizia, in Francia come altrove in occidente, è il riflesso dell’imposizione di politiche che stanno distruggendo i diritti del lavoro, smantellando lo stato sociale e drenando sempre più le risorse verso il vertice della piramide sociale. Simili attacchi alle condizioni di vita di decine o centinaia di milioni di persone necessitano di strumenti eccezionali e anti-democratici nelle mani dei governi e delle forze di sicurezza per contenere e soffocare l’esplosione delle tensioni sociali che ne derivano.

In questo senso, la nuova legge approvata dall’Assemblea Nazionale di Parigi martedì è il corollario sul fronte della “sicurezza nazionale” della contro-rivoluzione sociale progettata dall’amministrazione Macron. La giustificazione per questo processo è come sempre la minaccia terroristica. Una minaccia effettivamente esistente in qualche misura, ma che è la diretta conseguenza della politica estera dei governi che sostengono di combatterla restringendo gli spazi democratici in patria.

L’allargamento dei poteri arbitrari conferiti al potere esecutivo con la legge in fase di approvazione definitiva al parlamento di Parigi fa seguito infine ad altre iniziative di legge che nel recente passato avevano ratificato attività di sorveglianza e di intercettazione da tempo condotte dai servizi di intelligence. In questo ambito, una legge tra le più anti-democratiche in Occidente era stata adottata in Francia nel 2015.

Il carattere anti-democratico della nuova legislazione è talmente evidente che praticamente tutti i media ufficiali francesi e internazionali stanno parlando in questi giorni del rischio di una deriva autoritaria. Anche la relatrice ONU sulla protezione dei diritti umani nell’ambito dell’anti-terrorismo si era mossa un paio di settimane fa indirizzando una lettera ufficiale al governo di Parigi.

L’irlandese Fionnuala Ní Aoláin ammoniva infatti che la legge offre una “vaga definizione di terrorismo e di minaccia alla sicurezza nazionale” e accentua perciò “i timori che i poteri [assegnati all’esecutivo] possano essere utilizzati in maniera arbitraria”.

 

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