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Lun
25 Settembre 2017
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“Loi Travail”: la controrivoluzione di Macron

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di Mario Lombardo

La riforma del lavoro in Francia, minacciata in campagna elettorale dal presidente Emmanuel Macron e presentata ufficialmente qualche giorno fa dal primo ministro Édouard Philippe, mira in maniera esplicita a garantire alle aziende private mano libera nel licenziare i propri dipendenti e a fissare regole di lavoro più flessibili e a loro totale vantaggio.

Soprattutto, la misura che verrà approvata per decreto dal governo nel mese di settembre è vista sempre più come un test cruciale per la classe dirigente francese, chiamata a dare un esempio a livello internazionale della capacità di liberalizzare in maniera drastica il mercato del lavoro e di reprimere la vasta opposizione popolare che numerosi sondaggi stanno da tempo registrando.

Il testo della nuova “loi travail” francese si compone di 36 provvedimenti che promettono in gran parte di liquidare il contenuto del codice del lavoro. La stampa d’oltralpe e internazionale si è concentrata però su una manciata di misure più significative e potenzialmente in grado di stravolgere i rapporti tra lavoratori e padroni.

Alcune misure, inoltre, rispecchiano quelle messe da parte lo scorso anno dal governo del Partito Socialista e dal presidente François Hollande, la cui riforma del lavoro era stata accolta da massicce manifestazioni di protesta in tutto il paese.

La nuova legge, secondo Macron e il suo governo, dovrebbe finalmente scuotere il mercato del lavoro e contribuire ad abbassare il livello di disoccupazione, ben al di sopra di quello registrato nei paesi considerati come i principali rivali del capitalismo francese, ovvero Germania e Gran Bretagna.

Uno dei punti chiave della riforma è la “decentralizzazione” a livello aziendale dei negoziati per i contratti di lavoro, in aperta violazione quindi di quelli collettivi nazionali. Secondo l’interpretazione ufficiale, questa norma consentirà alle singole compagnie di trattare con i rappresentanti dei propri dipendenti condizioni di lavoro più adatte alle circostanze dettate dal mercato. In realtà, in questo modo i dipendenti risulteranno divisi ed esposti al ricatto dei vertici aziendali, con la collaborazione dei sindacati, essendo privati della forza dell’intera categoria di lavoratori a cui appartengono a livello nazionale.

Le aziende potranno poi licenziare molto più facilmente rispetto a oggi. Mentre fino ad ora eventuali licenziamenti di massa possono essere bloccati se l’azienda in questione ha attività o filiali all’estero che fanno registrare profitti, la riforma Macron fisserà come riferimento le sole operazioni in territorio francese.

Legato a questo provvedimento ce n’è un altro che riduce i risarcimenti dovuti ai lavoratori in caso di licenziamenti ingiustificati. Non solo, anche i tempi a disposizione dei lavoratori per presentare ricorso contro i licenziamenti si restringono, passando da due anni a uno solo.

Esplicitamente a favore delle aziende medio-grandi è infine la cancellazione di alcune regole previste una volta superati i 50 dipendenti. La deregolamentazione stabilita dalla riforma elimina varie prescrizioni che i datori di lavoro denunciano come un ostacolo alla produttività e ai profitti, come la nomina di rappresentanti dei lavoratori e la creazione di consigli e comitati che verranno invece accorpati in un unico organo.

Il presidente Macron e il governo, guidato dall’ex Socialista ed ex gollista Philippe, sono ben consapevoli che la nuova riforma del lavoro francese è vista con ostilità dalla maggioranza della popolazione. Precisamente per questa ragione è stata scelta la strada del decreto esecutivo, con il parlamento che sarà soltanto chiamato ad approvarla senza trattative e lunghi dibattiti.

Il pacchetto di misure appena presentato a Parigi è stato poi negoziato in segreto negli ultimi mesi tra il governo, gli imprenditori e, in maniera cruciale, i sindacati. Questi ultimi risulteranno probabilmente decisivi nel mandare in porto la riforma, anche se, viste le resistenze tra i lavoratori, i loro leader stanno in questi giorni manifestando riserve più o meno significative.

La CGT, vicina al Partito Comunista, sembra opporsi del tutto alla legge e ha indetto una manifestazione di protesta per il 12 settembre prossimo. La moderata CFDT e la teoricamente più combattiva FO hanno invece anch’esse espresso critiche al governo, ma hanno annunciato che i loro membri non parteciperanno alla protesta della CGT.

A livello politico, spicca l’ipocrisia di un Partito Socialista lacerato dalle divisioni interne. Ufficialmente, il PS si oppone alla riforma, ma un suo governo aveva avanzato le stesse proposte di Macron lo scorso anno. Anche i Socialisti, poi, non prenderanno parte né alle manifestazioni sindacali né a quelle pianificate dall’ex candidato alla presidenza, Jean-Luc Mélenchon, del movimento “Francia ribelle”.

Macron, da parte sua, ha ammesso che la riforma del lavoro non incontra i favori dei francesi. In un’intervista rilasciata recentemente al giornale Le Point, il presidente ha riconosciuto di dover “convivere con l’impazienza dei francesi nei prossimi mesi”, ma ha nondimeno promesso di portare a termine la “trasformazione” del mercato del lavoro del suo paese.

Molti giornali europei e americani negli ultimi giorni hanno dedicato editoriali e analisi alla “missione” o “battaglia” che attende Macron e il suo governo. Invariabilmente, la raccomandazione è quella di mettere in atto qualsiasi sforzo per riformare un sistema insostenibile che strangolerebbe la crescita economica e i profitti delle aziende. Soprattutto, un successo contro i lavoratori in Francia rappresenterebbe un evento decisivo, visti i precedenti storici come quello del 1968, che spianerebbe la strada a riforme simili in altri paesi con un mercato del lavoro ritenuto ancora troppo “rigido”.

L’intenzione del governo francese è inoltre quella di procedere nella maniera più spedita possibile, non solo con le modifiche al mercato del lavoro, ma con un piano di contro-riforme che dovrebbe cambiare radicalmente anche la natura del welfare d’oltralpe. Tra le altre misure allo studio, la più rivelatrice dell’attitudine del governo Macron è la riduzione del carico fiscale delle aziende private.

In un’intervista al Financial Times, la ministra del Lavoro, Muriel Pénicaud, ha fissato in 18 mesi la scadenza dell’ambizioso progetto di “riforma” del governo di Parigi. La ex manager di Danone ha parlato della necessità di muoversi in fretta per sfruttare “l’energia dell’esecutivo”, ma la speranza è piuttosto quella che un’azione rapida, eventualmente con metodi anti-democratici che bypassino il parlamento, possa limitare al massimo l’opposizione popolare.

Il riferimento di Macron nel muoversi in questa direzione è in primo luogo la cosiddetta “Agenda 2010”, implementata più di un decennio fa dal governo Social Democratico tedesco dell’allora cancelliere Gerhard Schröder. Questa riforma, attuata in buona parte con la legge “Hartz IV”, rivoluzionò il sistema sociale in Germania, consentendo tra l’altro la creazione di un mercato del lavoro dominato sempre più dal precariato e dalla compressione dei salari.

Vista la maggioranza parlamentare detenuta dal partito del presidente – “La République En Marche” – è molto probabile che la riforma del lavoro non incontrerà particolari ostacoli legislativi nelle prossime settimane. Inoltre, il governo e le forze di polizia avranno a disposizione i poteri straordinari garantiti dallo stato di emergenza tuttora in vigore per far fronte alle proteste che con ogni probabilità caratterizzeranno l’autunno francese. La legge sarà infine sottoposta anche a un esame della Corte Costituzionale a partire dal 28 settembre.

La legittimità di Macron e del governo nel procedere contro i lavoratori francesi è comunque testimoniata già da ora dal tracollo dell’indice di gradimento del presidente. Un recentissimo sondaggio commissionato a YouGov ha rivelato come solo il 30% dei francesi sia soddisfatto della performance di Macron, mentre il 54% risulti scontento e il 28% addirittura “molto scontento”.

A partire da quello che era stato salutato come un trionfo nelle elezioni presidenziali di maggio, Macron ha visto scendere in fretta il proprio livello di popolarità, rivelando la natura artificiosa e reazionaria della sua proposta politica. Se l’ex ministro Socialista aveva vinto in modo relativamente facile elezioni dominate dal disgusto verso la classe dirigente tradizionale, sono bastate poche settimane al potere per mostrare il suo vero volto e la popolarità che riscuote effettivamente nel paese.

A contribuire in maniera determinante al crescente discredito di Macron è proprio la “loi travail”, già avversata, sempre secondo un recente sondaggio, da quasi il 60% dei francesi ancor prima che tutto il suo contenuto reazionario sia conosciuto più approfonditamente da milioni di lavoratori che ne subiranno le conseguenze.

 

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