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Lun
25 Settembre 2017
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USA-Corea, prove di guerra

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di Michele Paris

Il sesto test nucleare effettuato nel fine settimana dalla Corea del Nord ha se possibile innalzato ulteriormente il livello delle tensioni in Asia nord-orientale, con le principali potenze coinvolte nella crisi sempre più a corto di soluzioni per affrontare in maniera efficace la “minaccia” del regime di Kim Jong-un.

La più potente esplosione mai registrata nel corso di un test nordcoreano è stata seguita dal solito coro di condanne, guidato dall’amministrazione Trump e amplificato nella giornata di lunedì dalla notizia, diffusa dalla stampa sudcoreana su indicazione del ministero della Difesa di Seoul, che Pyongyang starebbe preparando anche nuovi lanci di missili balistici intercontinentali.

La stampa ufficiale e la maggior parte degli osservatori continua a escludere che Washington possa agire militarmente contro la Corea del Nord. Il probabile rapido allargamento di un eventuale conflitto alla Cina e, forse, alla Russia, assieme alle conseguenze di un contrattacco nordcoreano sul vicino meridionale, renderebbe poco consigliabile un’azione militare.

La Casa Bianca, tuttavia, continua a dichiarare esplicitamente che l’opzione militare resta “sul tavolo”, inclusa quella nucleare, come ha confermato una dichiarazione emessa dopo il colloquio telefonico di domenica tra Trump e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe. Lo stesso Trump, a una domanda sulla sua intenzione di colpire la Corea del Nord con un attacco preventivo, non ha escluso questa ipotesi, rispondendo semplicemente: “vedremo”.

Nel corso della riunione di emergenza delle Nazioni Unite lunedì, l’ambasciatrice americana, Nikky Haley, ha attribuito al regime nordcoreano lo scivolamento verso un possibile conflitto. Nessuna minaccia esplicita di attacco militare è stata formulata al Palazzo di Vetro, ma la rappresentante dell’amministrazione Trump ha chiesto l’applicazione delle “sanzioni più stringenti” mai imposte ad alcun paese.

Il punto probabilmente cruciale per comprendere le dinamiche della crisi in atto nella penisola di Corea e le motivazioni del regime di Kim è legato da una parte agli sforzi di quest’ultimo di garantirsi la sopravvivenza in un ambiente a dir poco ostile e, dall’altra, all’insistenza americana nel mantenere un atteggiamento irriducibilmente ostile e contrario a qualsiasi minima apertura che possa condurre a trattative diplomatiche.

Le difficoltà dell’Occidente nell’offrire un’analisi razionale della situazione coreana derivano in primo luogo dal presupposto che gli Stati Uniti e i loro alleati in Asia orientale siano poco più che spettatori innocenti di un’escalation di minacce e militarizzazione da parte di un regime che, per qualche ragione che sfugge a ogni logica, minaccerebbe con armi nucleari una serie di paesi percepiti come nemici.

Se è innegabile che la strategia di Kim finisce per aggravare la situazione e fornisce la giustificazione stessa delle pressioni che la Corea del Nord continua a subire, per non parlare di un possibile attacco militare, è altrettanto evidente che questo comportamento risulta in fin dei conti difensivo.

Il rafforzamento del proprio arsenale nucleare in tempi brevi è diventato cioè un obiettivo primario della Corea del Nord, la cui leadership è sempre più convinta di avere a che fare con una minaccia concreta alla sua stessa esistenza. Vista la natura del regime, è impossibile perciò non vedere un nesso tra i ripetuti test missilistici e nucleari e l’escalation di minacce da parte americana.

L’esplosione di domenica di quella che potrebbe essere stata una bomba all’idrogeno è arrivata ad esempio dopo una serie di nuove esercitazioni militari che hanno coinvolto USA, Sudcorea e Giappone e che, tra l’altro, hanno visto lo svolgimento di operazioni pianificate appositamente per deporre i vertici dello stato nordcoreano.

Se si considera l’intero contesto, nonché i decenni di isolamento e di minacce patite dalla Corea del Nord, è difficile negare il carattere essenzialmente difensivo delle iniziative del regime, per quanto brutale esso possa risultare. Tanto più che sulla questione coreana pesa l’esempio vivissimo delle azioni americane nei confronti di dittatori o presunti tali che, in un modo o nell’altro, avevano abbandonato i loro arsenali di “armi di distruzione di massa” solo per vedere rovesciati i propri regimi e finire sostanzialmente assassinati.

Come ha spiegato l’analista indipendente Andrew Leung al network russo RT, quello che desidera la Corea del Nord “non è la guerra, poiché una guerra rappresenterebbe la caduta del regime”, bensì la garanzia della conservazione e della stabilità di quest’ultimo. Per quanto assurdo possa apparire, le azioni intraprese in questi mesi da Pyongyang sono dirette a convincere Washington, Seoul e Tokyo a sedersi al tavolo delle trattative per gettare le basi di un accordo comprensivo in grado di stabilizzare la situazione in Asia nord-orientale.

L’ostacolo principale a una soluzione di questo genere non è costituito dai test nordcoreani, quanto piuttosto dalla determinazione con cui gli Stati Uniti intendono spingere verso il punto critico la crisi nella penisola, in modo da poter giustificare iniziative militari e diplomatiche sempre più aggressive nei confronti non tanto di Pyongyang, quanto di Pechino e Mosca.

In altre parole, la risoluzione della crisi nordcoreana appare al momento quasi impossibile poiché essa, paradossalmente, non si gioca tanto sullo scontro tra Washington e Pyongyang ma su quello tra gli Stati Uniti e la Cina. Pechino, infatti, continua a essere al centro delle critiche americane dopo ogni “provocazione” nordcoreana.

Addirittura, dopo il test di domenica, l’amministrazione Trump ha annunciato la preparazione di un pacchetto di sanzioni che potrebbe determinare lo stop di tutti gli scambi commerciali con la Corea del Nord. Anche se la Cina non è stata nominata esplicitamente, è universalmente noto che il regime di Kim intrattiene rapporti commerciali quasi esclusivamente con Pechino.

Questi possibili sviluppi minacciano di rendere ancora più incandescente la situazione in Asia nord-orientale, in quanto i preparativi di un conflitto militare potrebbero fondersi definitivamente con la guerra commerciale contro la Cina che Trump prospetta fin dai tempi della campagna elettorale.

A questo proposito, la condotta degli Stati Uniti appare ancora più pericolosa e destabilizzante, come conferma il fatto che la condanna del test nucleare di Pyongyang si è accompagnato a critiche aperte nei confronti del governo sudcoreano. Trump ha attaccato Seoul perché responsabile di insistere nel manifestare una qualche disponibilità al dialogo con un regime che comprende invece solo la minaccia dell’uso della forza, mentre in precedenza era tornato a puntare il dito verso l’alleato, accusato di beneficiare illegittimamente del trattato di libero scambio in vigore tra i due paesi.

Il peggioramento delle relazioni tra Washington e il governo di centro-sinistra del presidente sudcoreano, Moon Jae-in, è un elemento che complica la crisi in atto, anche se sul piano militare sembrano esserci poche differenze tra i due alleati. Lunedì, ad esempio, il ministero della Difesa di Seoul ha fatto sapere che, in risposta alle ultime iniziative del regime di Kim, è allo studio l’ipotesi di dispiegare in Corea del Sud ulteriori forze americane, tra cui il ritorno delle armi nucleari tattiche.

Il governo ha poi ordinato altre esercitazioni che intendono simulare apertamente un attacco contro la Corea del Nord, mentre il ministero dell’Ambiente ha annunciato il via libera alla controversa installazione in territorio sudcoreano del sistema anti-missilistico americano THAAD, da tempo criticato duramente dalla Cina perché considerato come una minaccia al proprio deterrente nucleare.

L’ultimo test di Kim, infine, rischia di incrinare ancor più i rapporti tra il regime e la Cina, mettendo oltretutto Pechino in una situazione estremamente delicata. Il governo cinese ha ancora una volta condannato con decisione il test nucleare, avvenuto nel corso del summit dei BRICS nella città di Xiamen, ben sapendo che esso sarà utilizzato dagli Stati Uniti per esercitare nuove pressioni nei propri confronti.

La Cina ha finora acconsentito più volte all’applicazione di sanzioni contro la Corea del Nord, così da non offrire agli Stati Uniti il pretesto per attaccare militarmente un paese la cui stabilità Pechino considera fondamentale per gli equilibri strategici in Asia nord-orientale. Washington, tuttavia, ha sempre risposto alla disponibilità cinese con un crescendo di minacce e ulteriori sanzioni mirate, confermando l’intenzione di utilizzare la crisi nordcoreana per mettere all’angolo Pechino.

Soprattutto, l’amministrazione Trump persiste nell’escludere qualsiasi ipotesi di poter accettare quella che a tutt’oggi appare come l’unica opzione che faccia intravedere una soluzione pacifica della crisi coreana e l’interruzione della spirale di minacce e provocazioni. La proposta era stata avanzata tempo fa proprio dalla Cina assieme alla Russia e prevede il congelamento del programma missilistico e nucleare nordcoreano in cambio dello stop alle esercitazioni militari tra Stati Uniti e Corea del Sud.

 

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