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Lun
25 Settembre 2017
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Cina e India, disgelo ma non troppo

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di Mario Lombardo

A pochi giorni dall’inizio del nono summit dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), i governi di Cina e India a inizio settimana hanno raggiunto un’intesa per allentare le tensioni su una disputa di confine che per oltre due mesi aveva messo di fronte contingenti militari dei due paesi dotati di armi nucleari.

La contesa era sorta dopo che Nuova Delhi aveva inviato proprie truppe nel territorio del Bhutan in risposta alla costruzione di una strada da parte cinese in una striscia di territorio – Doklam o, in cinese, Donglang – contesa tra Pechino e il piccolo stato himalayano, tradizionalmente considerato come una sorta di protettorato indiano.

Il governo ultra-nazionalista indiano aveva giudicato illegale l’iniziativa cinese, dal momento che i lavori stavano avvenendo nonostante tra la Cina e il Bhutan non siano state ancora risolte annose dispute di confine.

In realtà, l’intervento di Delhi aveva a che fare con la competizione tra le due potenze per esercitare la loro influenza sulla piccola monarchia buddista e, più in generale, con le tensioni causate dal riposizionamento strategico indiano in atto, in buona parte determinato dall’evolversi dello scontro tra Cina e Stati Uniti nel continente asiatico.

Per Delhi, inoltre, un eventuale rafforzamento militare cinese in quest’area avrebbe costituito, in caso di crisi, una seria minaccia allo stretto corridoio che collega gli stati indiani del subcontinente a quelli nord-orientali confinanti con Bangladesh e Myanmar.

Com’è evidente, l’avvicinarsi del vertice dei BRICS, al via domenica prossima nella città cinese di Xiamen, avrebbe reso imbarazzante sia per Pechino che per Delhi il protrarsi dello stallo in Bhutan. Da qui la decisione di entrambi i governi di fare un passo indietro e di ritirare i propri soldati.

L’esito dello scontro indo-cinese non ha tuttavia risolto nessuna delle questioni fondamentali che continuano a infiammare i rapporti tra i due paesi. A conferma di ciò, le dichiarazioni diffuse da Pechino e Delhi sull’accordo implementato lunedì sono apparse per certi versi contrastanti, con entrambi i governi che hanno cercato di caratterizzare l’epilogo del conflitto come una vittoria diplomatica.

Con l’appuntamento di Xiamen ormai imminente, Pechino ha in ogni caso cercato ancora una volta di lanciare messaggi relativamente distensivi verso l’India. Il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha ad esempio invitato il proprio vicino a gestire le contese bilaterali “in uno spirito di rispetto reciproco”, alla luce soprattutto “dell’enorme potenziale per la cooperazione” tra i due paesi.

Il forum dei BRICS è considerato una piattaforma nella quale i paesi emergenti che ne fanno parte dovrebbero virtualmente creare un blocco politico ed economico alternativo a quello dominato dalle potenze occidentali. Malgrado il peso che questo organismo in larga misura informale ha assunto finora, le rivalità e i contrasti interni sono tutt’altro che assenti, come dimostrano in primo luogo proprio le tensioni indo-cinesi.

Da parte di Pechino, l’approccio alternativamente minaccioso e accomodante nei confronti di Delhi è dettato dagli sforzi messi in atto per cercare di ostacolare l’integrazione dell’India nei piani strategici di Washington in Asia meridionale, diretti appunto a contenere l’ascesa cinese.

Questa evoluzione degli obiettivi della classe dirigente indiana, la quale vede nell’alleanza con gli USA lo strumento per soddisfare le proprie ambizioni da grande potenza, è in atto da oltre un decennio ma ha subito una chiara accelerazione con l’attuale governo di estrema destra del primo ministro Narendra Modi.

In questo quadro, la rivalità tra Cina e India continua ad aggravarsi, facendo riesplodere, tra l’altro, vecchie dispute territoriali di confine latenti da tempo dopo che già nel 1962 avevano portato a una breve guerra, risoltasi a favore di Pechino.

Il governo Modi si è così allineato alle posizioni anti-cinesi degli Stati Uniti, dalla crisi nordcoreana alle dispute nel Mar Cinese Meridionale. Parallelamente, Delhi ha partecipato a esercitazioni militari con le forze americane, alle quali ha aperto anche le proprie basi e i propri porti nel quadro di un recente storico accordo bilaterale volto a consolidare la cooperazione strategica tra i due paesi.

Sempre di recente, nel mese di maggio Modi aveva poi boicottato il summit di Pechino nel quale la Cina intendeva lanciare ufficialmente il proprio ambizioso progetto di integrazione economica euro-asiatica (“Belt and Road Initiative”). Di riflesso, la Cina ha da tempo rafforzato la tradizionale alleanza con il Pakistan, alimentando ancor più le tensioni con l’India.

Nonostante le tendenze multipolari in atto nel pianeta, evidenti anche dalla formazione di organismi internazionali come quello dei BRICS, è inevitabile che il persistere e, anzi, l’aggravarsi dei contrasti tra alcuni paesi membri ne mettano in dubbio l’efficacia e le potenzialità.

In ultima analisi, la precarietà e le prospettive incerte del gruppo dei BRICS, così come dei progetti di crescita dei singoli paesi emergenti, dipendono dalle difficoltà nello svincolarsi dagli effetti della crisi del capitalismo internazionale, nel quale essi restano integrati, e delle manovre destabilizzanti degli Stati Uniti nel disperato tentativo di invertire il declino della loro posizione nel pianeta.

 

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