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Gio
19 Ottobre 2017
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USA-Russia, Putin cancella il disgelo

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di Michele Paris

L’annuncio da parte di Vladimir Putin del provvedimento relativo al taglio del personale diplomatico americano in Russia è stata la conferma nei giorni scorsi dell’ulteriore deterioramento in atto delle relazioni tra Mosca e Washington. La mossa del Cremlino è la diretta conseguenza del recente voto del Congresso USA sul nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia ed è stata con ogni probabilità attentamente calibrata per mandare un chiaro messaggio oltreoceano sull’esaurirsi della pazienza di Mosca in relazione a un possibile allentamento delle tensioni che aveva fatto intravedere l’amministrazione Trump.

La riduzione di 755 unità tra gli addetti alle sedi diplomatiche degli Stati Uniti in territorio russo è stata definita senza precedenti dalla stampa americana, anche in confronto con episodi simili registrati durante la Guerra Fredda. Il fatto poi che lo stesso Putin abbia spiegato l’iniziativa nel corso di un’intervista alla televisione russa la dice lunga sull’importanza del gesto per il governo di Mosca.

Putin, va ricordato, si era astenuto dall’adottare ritorsioni sul finire del 2016, quando l’amministrazione uscente del presidente americano Obama aveva espulso dagli USA decine di diplomatici russi a causa delle presunte interferenze di Mosca nelle presidenziali di novembre. In quell’occasione, il presidente russo aveva optato per un atteggiamento prudente e di attesa, confidando in un cambio di rotta almeno parziale dell’amministrazione repubblicana entrante.

Se, vista la situazione attuale, Putin abbia sbagliato i propri calcoli o semplicemente non aveva alternative all’attesa di circostanze migliori per evitare un’escalation del conflitto con Washington ha ormai poca importanza. Il precipitare della situazione a cui si sta assistendo dipende infatti interamente dalle dinamiche interne a una classe dirigente americana in piena crisi e lacerata come forse mai in passato attorno alle scelte strategiche considerate necessarie per cercare di far fronte al declino internazionale degli Stati Uniti.

La decisione di Putin di rispondere in maniera relativamente dura all’offensiva americana è anche la presa d’atto di una vittoria, almeno per il momento, del fronte anti-russo a Washington e della marginalizzazione della Casa Bianca nel tracciare gli indirizzi della politica estera USA.

L’aspetto più significativo delle sanzioni approvate definitivamente settimana scorsa dal Congresso è d’altra parte quello che restringe fino quasi ad annullare gli spazi di manovra del presidente nell’implementazione o nella sospensione delle misure punitive.

Come ha scritto un paio di giorni fa sulla testata on-line Asia Times il commentatore ed ex diplomatico indiano, M. K. Bhadrakumar, l’iniziativa sulla gestione dei rapporti con Mosca è ormai sostanzialmente passata al Congresso americano ed essendo essa basata sul tentativo di “strangolamento” della Russia, per il Cremlino non resta che “considerare gli Stati Uniti come una minaccia chiave alla propria sicurezza” e agire di conseguenza.

Ciò non era esattamente quanto Putin e lo stesso Trump si erano augurati dopo il loro primo faccia a faccia solo qualche settimana fa a margine del G20 di Amburgo. L’incontro aveva prodotto, tra l’altro, un accordo sul cessate il fuoco in alcune zone della Siria e proprio il paese mediorientale in guerra è uno dei fronti che potrebbero risentire nel prossimo futuro del nuovo peggioramento degli scenari internazionali dopo le decisioni prese al Congresso americano e al Cremlino.

La condotta abitualmente cauta del presidente russo spiega ad ogni modo il permanere di uno spiraglio per il dialogo con Washington, anche se, visti gli scenari, ciò appare più un’ipotesi teorica che effettiva. Singolarmente, a far notare come l’iniziativa annunciata da Putin non chiuda del tutto la possibilità di continuare a lavorare per una qualche intesa con l’amministrazione Trump sono stati proprio quei giornali americani che hanno fino ad ora amplificato maggiormente le posizioni anti-russe dell’establishment USA.

Il New York Times, ad esempio, ha insistito sul fatto che il taglio del personale delle rappresentanze diplomatiche degli Stati Uniti riguardi più che altro cittadini di nazionalità russa e non tanto diplomatici americani. Inoltre, il tempismo della mossa di Putin non sarebbe casuale, visto che avviene dopo il voto di Camera e Senato sulle sanzioni ma prima della ratifica del presidente, così che la decisione non deve essere intesa come una ritorsione diretta contro Trump, bensì contro i suoi oppositori interni.

Dietro a precisazioni di questo genere sembra scorgersi un certo nervosismo da parte di coloro che negli USA stanno orchestrando la caccia alle streghe nei confronti di Mosca e dell’amministrazione Trump. La ragione principale delle apprensioni risiede negli effetti indesiderati per Washington delle politiche di confronto con la Russia, emersi in tutta la loro evidenza con l’approvazione dell’ultimo round di sanzioni.

Ironicamente, il delirio anti-russo di determinati ambienti della classe politica e dei media ufficiali americani rischia infatti di accelerare quei processi economici e strategici che essi stessi vorrebbero impedire attraverso la campagna in atto.

Il riconoscimento da parte russa dell’impossibilità di costruire una qualche intesa con gli Stati Uniti non può cioè che risolversi in un ulteriore impulso all’integrazione economica, commerciale, ma anche energetica e militare, da un lato tra Russia e Cina e dall’altro tra la Russia e i paesi europei, a cominciare dalla Germania.

Come è noto, d’altra parte, le recenti sanzioni approvate dal Congresso USA minacciano seriamente di colpire anche le compagnie energetiche europee impegnate in progetti di sviluppo con quelle russe, andando perciò al cuore degli interessi della classe dirigente del vecchio continente. Un risvolto, quest’ultimo, che ha già soffiato sul fuoco delle tensioni più o meno latenti tra Europa e Stati Uniti, con esponenti di spicco dei vertici dell’Unione e, in particolare, del governo tedesco, impegnati a chiedere contro-sanzioni da applicare all’alleato americano.

Il motore di queste dinamiche, apparentemente irrazionali, che vedono protagonisti gli Stati Uniti è in fin dei conti ancora una volta il progressivo venir meno dell’influenza di quest’ultimo paese su scala globale e la guerra che sta cercando di combattere contro la tendenza al multipolarismo, all’integrazione euro-asiatica e all’emergere di nuove potenze in grado attrarre vaste regioni del pianeta nelle rispettive orbite.

Tutti processi, questi ultimi, che minacciano la supremazia americana e contro cui, in definitiva, Washington cerca di opporsi con mezzi che implicano direttamente il ricorso alla forza militare o che, nel medio o lungo periodo, rischiano di risolversi comunque in un rovinoso conflitto armato.

 

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