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Lun
25 Settembre 2017
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“Russiagate”, il Congresso contro Trump

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di Mario Lombardo

Nel pieno del conflitto interno alla classe dirigente americana sulla presunta interferenza della Russia nelle elezioni del 2016, il Senato di Washington ha adottato questa settimana nuove sanzioni punitive contro Mosca assieme a una misura che limita i poteri del presidente per attenuarle. L’iniziativa costituisce l’inizio di una nuova fase nell’offensiva anti-russa di una parte consistente dell’apparato di potere americano e coincide con il rafforzamento, ugualmente sanzionato dal Congresso, dei legami strategici e militari tra gli USA e l’Arabia Saudita.

Il linguaggio dei provvedimenti fa riferimento a quello russo come a un governo che appoggia entità anti-democratiche responsabili di violenze indicibili o che esso stesso commette direttamente atti di questo genere, per non parlare della responsabilità dei tentativi di compromettere le istituzioni democratiche americane.

I due voti quasi all’unanimità del Senato nelle giornate di mercoledì e giovedì hanno aggiunto esponenti del governo russo o a esso legati alla lista degli individui colpiti da sanzioni e privato di fatto la Casa Bianca della facoltà di sospendere le sanzioni stesse contro Mosca, o di ridurne l’incidenza, nel caso il presidente ritenesse che ciò sia necessario per favorire un’eventuale processo distensivo bilaterale.

L’amministrazione Trump, cioè, potrebbe agire in questo modo solo su autorizzazione del Congresso. Ugualmente, sembra esclusa la possibilità che il presidente metta il veto sulla legge che limita i suoi poteri relativi alle sanzioni, poiché il sostegno ottenuto da quest’ultima al Senato (97 a 2) ne garantirebbe l’annullamento senza alcuna fatica. Entrambe le leggi dovranno ora essere approvate dalla Camera dei Rappresentanti prima di finire sul tavolo del presidente per la ratifica definitiva.

La mossa del Senato di mercoledì ha anticipato così l’approvazione di un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, aggiunto sotto forma di emendamento a un’altra legge che, altrettanto assurdamente, prevede misure punitive nei confronti dell’Iran. La Repubblica Islamica viene colpita ufficialmente per alcuni recenti test missilistici, peraltro legittimi, anche se in realtà il provvedimento serve a favorire il nuovo assalto diplomatico-strategico rilanciato dagli USA contro il paese mediorientale, questa volta appoggiato in pieno dall’amministrazione Trump.

L’aggravamento del conflitto interno agli organi di potere negli Stati Uniti e la posizione sempre più precaria del presidente sono evidenti dal fatto che mercoledì e giovedì anche alcuni senatori considerati vicini a Trump hanno votato a favore delle leggi relative alla Russia.

Non solo, le leggi hanno raccolto un vastissimo consenso al Senato dopo che il segretario di Stato, Rex Tillerson, aveva avvertito il Congresso dell’inopportunità di misure che possano legare le mani del presidente. In un’audizione alla commissione Esteri della Camera, Tillerson aveva giudicato necessaria una certa flessibilità in materia di politica estera, per poi confermare le intenzioni dell’amministrazione Trump di cercare una qualche distensione con Mosca.

Le contraddizioni e l’ipocrisia del Congresso americano nel condurre la battaglia in corso contro la Russia continua ad ogni modo a toccare livelli difficilmente comprensibili. L’organo legislativo di un paese il cui governo da decenni trama per orientare le elezioni all’estero – Russia inclusa – secondo i propri interessi e che ha letteralmente distrutto interi paesi in Medio Oriente e in Africa settentrionale pretende di avere l’autorità di punire Mosca per le interferenze nel voto del 2016, delle quali non vi sono prove, e per l’intervento, di fatto legale, a fianco del regime di Assad in Siria.

Ferme restando le motivazioni dell’intervento in Siria della Russia, legate come quelle di tutti gli altri paesi ai propri interessi strategici, l’appoggio a Damasco si concretizza inoltre nella lotta ai gruppi armati terroristi che stanno insanguinando questo paese.

D’altro canto, invece, uno dei principali sponsor dell’opposizione armata siriana, ovvero della galassia fondamentalista che minaccia Damasco, viene premiato con contratti di fornitura di armi da centinaia di miliardi di dollari.

Sempre questa settimana al Senato, infatti, una maggioranza risicata dei suoi membri ha bloccato un’iniziativa di legge che intendeva congelare la vendita di una tranche di armamenti all’Arabia Saudita, lasciando mano libera alla Casa Bianca per mantenere le promesse fatte da Trump alla monarchia sunnita nel corso della sua trasferta mediorientale a fine maggio.

Il limitato tentativo di fermare la fornitura di armi a Riyadh era stato promosso da due senatori – il repubblicano “libertario” Rand Paul e il democratico Chris Murphy – ed era dovuto principalmente all’imbarazzo crescente per le conseguenze dell’aggressione militare dell’Arabia Saudita contro lo Yemen. Il governo di Washington è partecipe di questa guerra criminale e da tempo è esposto alle critiche per il sostegno all’alleato saudita nonostante il disastro umanitario provocato nel più povero dei paesi arabi.

Il livello di degrado raggiunto dal dibattito politico negli Stati Uniti attorno alle questioni cruciali di politica estera è stato dimostrato infine dalle dichiarazioni rilasciate poco prima del voto sulla legge relativa all’Arabia Saudita dal presidente della commissione Esteri del Senato, Bob Corker.

Il senatore repubblicano ha giustificato il voto a favore di Riyadh con l’assenza di prove della responsabilità del regime per le ripetute stragi di civili in Yemen. Se pure l’evidenza dei crimini sauditi è stata dimostrata in più occasioni, questo stesso metro di giudizio non viene mai utilizzato in relazione alle accuse rivolte a Mosca di interferire negli affari interni degli Stati Uniti.

 

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