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24 Luglio 2017
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GB: la May scommette sul voto

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di Mario Lombardo

Con un annuncio a sorpresa nella tarda mattinata di martedì di fronte alla residenza di Downing Street, la premier britannica Theresa May ha fatto sapere di voler chiedere alla Camera dei Comuni di Londra lo scioglimento del Parlamento ed elezioni anticipate per il prossimo 8 di giugno. La decisione del governo Conservatore smentisce la posizione ufficiale sul voto che esso stesso aveva tenuto fino a poche settimane fa e testimonia delle gravi tensioni che attraversano la classe politica del Regno Unito in queste fasi iniziali delle trattative sulla “Brexit” con l’Unione Europea.

Il primo ministro non ha comunque la facoltà di indire elezioni anticipate ma, secondo quanto previsto dal “Fixed-term Parliaments Act” del 2011, necessita di un voto dei due terzi della Camera del Comuni. L’altro caso in cui il parlamento può essere sciolto prima della sua scadenza naturale è invece in seguito a una mozione di sfiducia e in assenza di un nuovo governo che succeda a quello dimissionario.

La premier May presenterà mercoledì all’aula la propria richiesta di voto anticipato e il sostegno già offerto dal Partito Laburista assicura l’esito voluto dal governo Conservatore. A dare conferma della posizione del principale partito di opposizione in Gran Bretagna è stato il suo leader, Jeremy Corbyn, il quale ha salutato le prossime elezioni con un comunicato decisamente troppo ottimistico rispetto alle reali chances di un partito lacerato da un violento conflitto interno.

Le ragioni che hanno spinto Theresa May a invertire la rotta sulle elezioni sono dunque legate principalmente alla “Brexit”. Nel suo annuncio di martedì ha affermato che, se la Gran Bretagna “non dovesse andare al voto ora, il gioco politico [delle opposizioni] proseguirebbe e i negoziati con l’UE raggiungerebbero il momento più complicato proprio alla vigilia delle prossime elezioni”, originariamente previste per il 2020.

In sostanza, la May ha riconosciuto l’esistenza di forze centrifughe scatenate dal referendum dello scorso anno sull’uscita di Londra dall’Unione Europea, pur scaricandone le responsabilità interamente su formazioni politiche diverse dal Partito Conservatore che, a suo dire, vorrebbero strumentalizzare il processo in atto e ostacolare il lavoro del governo.

La scommessa del primo ministro è così quella di rafforzare il mandato del governo con una più solida maggioranza parlamentare in modo da neutralizzare o, quanto meno, ridurre ai margini del dibattito politico gli oppositori della “Brexit” o delle posizioni che Downing Street terrà nel corso dei negoziati con Bruxelles.

La decisione di indire elezioni anticipate giunge ovviamente quando le trattative non sono ancora entrate nel vivo, nonostante siano già state registrate accese polemiche con l’Europa. Le tensioni che emergeranno al momento di discutere le questioni più esplosive – come l’accesso della Gran Bretagna al mercato unico europeo – potrebbero infatti pesare sui livelli di gradimento di un governo che ha già provocato la devastazione sociale in questi anni, mettendo in dubbio la conferma alla guida del paese dei Conservatori se il voto si fosse tenuto nel 2020.

Visto anche lo sbandamento del “Labour”, perciò, la leadership Conservatrice ha valutato sufficientemente rassicuranti i sondaggi più recenti che danno in media un margine attorno ai 20 punti percentuali tra i due principali partiti britannici.

Gli ambienti del business, da parte loro, malgrado la sorpresa hanno generalmente accolto positivamente l’annuncio di Theresa May, visti i vantaggi nei negoziati con l’UE di un governo più solido e una maggioranza più compatta rispetto a quella attuale.

La scommessa del primo ministro non è però senza rischi, se non altro alla luce dei sorprendenti risultati delle recenti elezioni in vari paesi occidentali e, ad esempio, dell’incertezza quasi senza precedenti delle presidenziali di domenica prossima in Francia dopo che per mesi la destra gollista sembrava destinata a vincere a mani basse.

Le forze politiche di opposizione in Gran Bretagna sono comunque screditate o in balia di guerre intestine. I Liberal Democratici cercheranno forse di trasformare l’imminente campagna elettorale in un secondo referendum sulla “Brexit”, ma il partito guidato da Tim Farron farà fatica a riprendersi dalla batosta del voto del 2015, quando perse quasi 50 seggi e oltre il 15% dei consensi per avere partecipato al governo a guida Conservatrice di David Cameron.

Il Partito Laburista è invece ancora molto lontano dal formulare un progetto politico alternativo all’austerity senza fine degli ultimi governi Conservatori, visto anche che Corbyn è sottoposto a un assalto continuo da parte della destra “blairita”. Quest’ultima fazione, probabilmente, vede oltretutto con favore una sconfitta alle urne, poiché fornirebbe l’occasione per una nuova offensiva contro l’attuale leadership del partito.

Al contrario, dal voto potrebbero trarre vantaggio sia l’UKIP di estrema destra, dato al di sopra del 10% in alcuni sondaggi, e l’SNP scozzese che a fine marzo aveva fatto approvare dal parlamento di Edimburgo una risoluzione per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza da Londra.

La leader dell’SNP, Nicola Sturgeon, nella sua risposta ufficiale all’annuncio della May di martedì ha già anticipato i toni della campagna elettorale del suo partito, evidenziando comunque correttamente come, nel voto anticipato, i Conservatori vedano la possibilità di “governare per molti anni e spostare il Regno Unito ancora più a destra”, forzando nel contempo una “hard Brexit” e “imponendo tagli ancora più pesanti” alla spesa pubblica.

Secondo alcuni, proprio la necessità di avere le mani libere nelle trattative con Bruxelles per giungere a una “hard Brexit”, ovvero un’uscita dall’UE sostanzialmente senza accordo su questioni come l’accesso al mercato unico o la libertà di movimento delle persone, sarebbe stato uno dei fattori che hanno convinto la May a chiedere elezioni anticipate.

Una vittoria convincente nel voto di giugno le permetterebbe di imporre le proprie condizioni nei negoziati, superando le resistenze di quanti, anche all’interno del suo partito, auspicherebbero un’uscita più “soft”. Se la premier non ha in realtà chiarito del tutto le sue intenzioni su questo tema cruciale, le indicazioni di questi mesi appaiono a molti abbastanza chiare.

Soprattutto dopo l’elezione di Trump, la May è sembrata abbracciare il nazionalismo e l’anti-europeismo del nuovo presidente americano, lasciando intendere che un trattato di libero scambio con Washington e, più in generale, un rafforzamento della partnership col tradizionale alleato di Londra siano da preferire al mantenimento di un rapporto privilegiato con l’UE.

Come già anticipato, nonostante i sondaggi sembrino parlare chiaro sugli attuali equilibri politici in Gran Bretagna, ci deve essere qualche apprensione all’interno della leadership Conservatrice in previsione del voto anticipato.

In primo luogo, i governi May e Cameron hanno condotto un assalto frontale in questi anni contro il welfare britannico e l’apparente popolarità del partito di maggioranza dipende in larga misura dal discredito delle altre principali forze politiche.

I rovesci, per non dire le umiliazioni, che il governo di Londra ha già dovuto incassare dopo l’avvio ufficiale delle trattative per la “Brexit”, assieme alle conseguenze negative che determinerà l’addio da Bruxelles, hanno fatto poi dubitare molti elettori dell’opportunità di lasciare l’Unione e ciò potrebbe incidere almeno parzialmente sulla performance dei “Tories”.

Il Partito Conservatore rimane ad ogni modo favorito, almeno per il momento, ma potrebbe anche vincere le elezioni con un margine non necessariamente maggiore o di poco superiore rispetto a quello registrato due anni fa. Una vittoria meno convincente della precedente sotto la guida di David Cameron potrebbe trasformarsi così in un boomerang per Theresa May e, invece di rafforzare la sua posizione, rischierebbe di indebolire il governo e aggravare le divisioni e i conflitti innescati dalla “Brexit” che il voto anticipato dovrebbe cercare di risolvere.

 

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