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Mar
27 Giugno 2017
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Corea, Trump riaccende le tensioni

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di Mario Lombardo

Gli ultimi sviluppi della crisi che sta nuovamente investendo la penisola di Corea continuano a far crescere le preoccupazioni per l’esplosione di un possibile conflitto armato. Il comportamento del governo americano dopo l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca ha evidenziato un’accelerazione dei preparativi per un confronto militare, diretto nell’immediato contro il regime nordcoreano, ma che rischia di coinvolgere anche l’unico vero alleato di quest’ultimo, vale a dire la Cina.

Quasi come ogni anno, il mese di marzo è contrassegnato da una drastica impennata delle tensioni in Asia nord-orientale, dovute alle tradizionali massicce esercitazioni militari tra le forze armate USA e quelle sudcoreane. Le manovre, denominate “Foal Eagle” e “Key Resolve” proseguiranno per alcune settimane e, in questa occasione, hanno l’obiettivo di simulare un attacco alle installazioni militari e ai centri del potere politico in Corea del Nord.

Pyongyang ha sempre visto con giustificato sospetto queste esercitazioni condotte ai propri confini dai suoi due principali nemici, rispondendo puntualmente con provocazioni che includono spesso test missilistici condannati dalla comunità internazionale. Settimana scorsa, infatti, il regime di Kim Jong-un aveva effettuato un lancio di quattro missili balistici, tre dei quali precipitati al largo delle coste giapponesi.

Alle tensioni già solitamente alle stelle, si è aggiunto quest’anno un clima infiammato dalle iniziative della nuova amministrazione Repubblicana a Washington, determinata a mettere da subito la Nord Corea al centro della propria strategia asiatica, diretta principalmente al contenimento della Cina.

Se ufficialmente Trump e il Pentagono stanno ancora elaborando la condotta da tenere nei confronti di Pyongyang, le indiscrezioni riportate dalla stampa e, soprattutto, le misure adottate in queste settimane lasciano pochi dubbi sul fatto che Washington possa includere anche un’aggressione militare preventiva tra le opzioni a propria disposizione.

Ciò è apparso evidente dalla notizia circolata in questo inizio di settimana sull’impiego in Corea del Sud di forze inequivocabilmente “offensive”. A circa 270 km a sud di Seoul sarà stazionata una flotta di droni “Grey Eagle”, ciascuno in grado di portare quattro missili aria-terra Hellfire e altrettante bombe “plananti” Viper Strike.

Un portavoce delle forze armate americane in Corea del Sud ha sottolineato come la presenza dei droni nella penisola rafforzerà le capacità di “sorveglianza” e la “raccolta di informazioni”, anche se la loro reale utilità sembra essere ben diversa, come hanno chiarito la stampa e fonti militari sudcoreane.

L’agenzia di stampa Yonhap ha spiegato ad esempio come le armi trasportate dai droni “Grey Eagle” siano in grado di “colpire le principali installazioni militari [nordcoreane]” situate in prossimità della “Linea di Demarcazione” che separa i due paesi fin dall’armistizio che mise fine alla guerra nel 1953. Inoltre, i droni potrebbero facilmente “distruggere i comandi militari a Pyongyang” ed eliminare lo stesso Kim Jong-un in caso di guerra.

Parallelamente a questa notizia, gli Stati Uniti fatto sapere di avere inviato in Corea del Sud una unità di forze speciali appartenenti ai “SEAL Team 6” per partecipare alle esercitazioni in corso. Questa squadra è la stessa che nel 2011 uccise in Pakistan Osama bin Laden e il suo potenziale compito in Corea del Nord è facilmente intuibile.

Il ruolo delle forze speciali USA in Corea del Nord si comprende alla perfezione se si considera il contenuto del cosiddetto “OPLAN 5015”, concordato da Washington e Seoul già nel 2015. Questo piano dovrebbe delineare le azioni dei due alleati per abbattere il regime stalinista nordcoreano, secondo la testata giapponese Asahi Shimbun per mezzo di “guerriglia, assassinii [portati a termine] dalle forze speciali e attacchi mirati contro installazioni strategiche”. Soprattutto, “OPLAN 5015” prevede la possibilità di lanciare un attacco preventivo contro la Corea del Nord.

Martedì, poi, nei mari della Corea del Sud è arrivata anche la portaerei a propulsione nucleare “Carl Vinson”, accolta dalle minacce del regime di Kim. Pyongyang ha denunciato i piani militari “irresponsabili” di Washington e Seoul, nonché prospettato attacchi “senza pietà” nel caso venissero violate “la sovranità e la dignità” del paese.

Un’altra iniziativa provocatoria dell’amministrazione Trump ha recentemente coinvolto in maniera diretta la Cina, oltre alla Corea del Nord. Dopo il già ricordato test missilistico di Pyongyang, gli USA e il governo di Seoul avevano avviato l’installazione sul territorio della Sud Corea del sistema antimissilistico americano THAAD (“Difesa d’area terminale ad alta quota”), già negoziato dall’amministrazione Obama.

Quest’arma serve a intercettare missili balistici a corto e medio raggio e dovrebbe ufficialmente proteggere la Corea del Sud da eventuali attacchi del vicino settentrionale. In realtà, il THAAD è rivolto in primo luogo alla Cina, da dove infatti sono giunte accese proteste e minacce poiché il sistema antimissilistico potrebbe neutralizzare il deterrente nucleare di Pechino.

La determinazione con cui l’amministrazione Trump intende perseguire le proprie politiche aggressive nei confronti della Corea del Nord era emersa anche settimana scorsa, quando era stata respinta seccamente una proposta avanzata dal governo cinese per fermare l’escalation in atto nella penisola. Il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, era stato protagonista di un’uscita insolita che rivelava l’ansia del suo governo per la situazione coreana, proponendo cioè lo stop alle esercitazioni militari tra USA e Corea del Sud in cambio di un congelamento del programma nucleare e missilistico di Pyongyang.

La risposta americana era giunta dall’ambasciatrice all’ONU, Nikki Haley, la quale aveva rifiutato categoricamente l’ipotesi di qualsiasi negoziato con il regime di Kim, riaffermando piuttosto la volontà USA di non escludere alcuna opzione nell’affrontare la questione nordcoreana.

L’evoluzione della crisi nella penisola coreana dopo il cambio alla presidenza degli Stati Uniti è la conseguenza dell’atteggiamento di un’amministrazione Trump che ha individuato la Cina come il principale ostacolo al dispiegamento dell’influenza americana nel continente asiatico.

Che la strategia nordcoreana degli USA si intrecci in maniera inestricabile con quella cinese è confermato ad esempio dal fatto che ogni iniziativa diretta contro Pyongyang è accompagnata da dichiarazioni o provvedimenti volti a esercitare pressioni su Pechino per richiamare all’ordine il proprio alleato.

Il quadro in cui opera il nuovo governo americano è stato in ogni caso preparato dall’amministrazione Obama, la quale aveva inaugurato la cosiddetta “svolta” asiatica proprio per contrastare la crescente influenza economica, diplomatica e militare della Cina in Asia.

La strategia anti-cinese degli Stati Uniti ha così riacceso una serie di rivalità e di situazioni di crisi, tra cui quella tra le due Coree e le rivendicazioni territoriali e marittime nei mari al largo della Cina, che hanno moltiplicato il rischio dell’esplosione di un conflitto armato di ampia portata.

Proprio nel pieno dell’aggravarsi dello scontro nella penisola di Corea, infatti, il governo giapponese, anch’esso coinvolto in una serie di scontri diplomatici e (quasi) militari con Pechino in questi anni, ha annunciato l’invio della nave da guerra “Izumo” nell’oceano Indiano e nel Mar Cinese Meridionale, dove sarà impegnata per tre mesi a partire da maggio in operazioni di pattugliamento ed esercitazioni militari assieme alle flotte di India e Stati Uniti.

 

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