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23 Giugno 2017
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Turchia e Olanda ai ferri corti

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di Michele Paris

Lo scontro diplomatico virtualmente senza precedenti tra Olanda e Turchia è continuato nella giornata di lunedì con nuove misure e prese di posizione da parte di entrambi i governi dopo il durissimo scambio di accuse registrato nel fine settimana. Le tensioni di questi giorni si sono innestate su quelle già latenti tra la Turchia e l’Europa, a causa delle giravolte strategiche del presidente Erdogan, e sono state spinte fino al punto di rottura dai delicati appuntamenti elettorali che attendono entrambi i paesi nell’immediato futuro.

Com’è ormai noto, la rabbia di Ankara è esplosa dopo che il governo olandese aveva negato l’ingresso nel paese a due ministri turchi, quello degli Esteri, Mevlüt Çavuşoğlu, e quello della Famiglia, Fatma Betül Sayan Kaya, che avrebbero dovuto parlare ai propri connazionali espatriati per convincerli a votare “sì” nel referendum costituzionale voluto da Erdogan in programma il 16 aprile prossimo.

L’Aia aveva cancellato la manifestazione che a Rotterdam avrebbe dovuto ospitare Çavuşoğlu citando ragioni di ordine pubblico. Quando il ministro turco aveva fatto sapere di volere entrare ugualmente in Olanda, il governo di questo paese ha impedito l’atterraggio del suo aereo, ancora una volta motivando la decisione con la necessità di evitare scontri tra sostenitori e oppositori di Erdogan nella città portuale.

A questo punto, la reazione del presidente turco non si è fatta attendere. Erdogan ha sostanzialmente bollato come “nazisti” i leader olandesi, mentre il ministro Kaya decideva di entrare via terra in Olanda dalla Germania per parlare dal consolato turco di Rotterdam. Il governo del primo ministro Mark Rutte ha allora preso il drastico provvedimento di arrestare Kaya e di rimandarla in Germania.

Le proteste e le accuse di “nazismo” e “fascismo” indirizzate agli esponenti del governo olandese da parte di quello di Ankara si sono moltiplicate, assieme alle minacce di adottare sanzioni economiche nei confronti de L’Aia.

In Olanda, la vicenda è stata prevedibilmente sfruttata dal leader di estrema destra, Geert Wilders, il quale in una serie di “tweet” ha insultato pesantemente i turchi e il governo di Ankara, celebrando nel contempo come una vittoria la decisione di impedire l’ingresso nel suo paese ai ministri di Erdogan.

Domenica, il premier olandese Rutte aveva affermato di volere fermare l’escalation di tensioni con la Turchia, ma aveva però escluso di essere disposto a chiedere scusa a Erdogan per l’accaduto. Lunedì, poi, il ministero degli Esteri de L’Aia ha emesso un avviso ufficiale agli olandesi in Turchia, invitandoli a fare attenzione o a evitare del tutto i luoghi pubblici e quelli “affollati”.

Il vice-primo ministro, Lodewijk Asscher, ha invece rimandato al mittente l’accusa di nazismo, facendo notare come il governo turco stia facendo registrare “passi indietro” nell’ambito dei diritti umani. Ankara, a sua volta, sempre lunedì ha convocato per la terza volta in altrettanti giorni il “chargé d’affaires” olandese nella capitale turca per protestare il trattamento riservato al ministro rimandato in Germania e ai manifestanti turchi a Rotterdam.

A conferma delle implicazioni più ampie dell’incidente, altri governi europei sono intervenuti a sostegno dell’Olanda. In molti hanno annullato comizi con leader turchi previsti all’interno dei propri confini, mentre la cancelliera tedesca Merkel ha respinto come “del tutto inaccettabili” le accuse di nazismo lanciate da Ankara verso il governo olandese. Anche le autorità di varie città tedesche avevano d’altra parte cancellato recentemente alcuni eventi pubblici a favore del “sì” al referendum costituzionale turco, ai quali avrebbero dovuto partecipare esponenti del partito di Erdogan.

Questi comizi in territorio europeo hanno assunto sempre maggiore importanza per Erdogan, visto che il voto dei milioni di propri connazionali all’estero potrebbe risultare decisivo per l’approvazione di un referendum il cui esito appare in bilico. I provvedimenti dei governi europei e la crescente ostilità nei confronti del mondo musulmano sono stati a loro volta strumentalizzati da Ankara per raccogliere consensi a poche settimane dall’appuntamento con le urne.

Il progetto di riforma costituzionale promosso da Erdogan è senza dubbio profondamente reazionario, dal momento che minaccia di restringere ancor più gli spazi democratici in Turchia, consegnando di fatto al presidente poteri quasi assoluti. Ciononostante, le misure contro la libertà di espressione e lo stesso diritto internazionale da parte di governi come quello olandese o tedesco sono ugualmente anti-democratiche.

Esse non hanno nulla a che vedere con le tendenze semi-dittatoriali di Erdogan, come dimostrano ad esempio gli accordi da tempo siglati per fermare i rifugiati siriani, ma hanno il duplice scopo di alimentare una campagna ultra-reazionaria anti-islamica sul fronte domestico e di colpire un governo turco responsabile di avere voltato le spalle alla NATO e all’Occidente per riavvicinarsi alla Russia.

Per quanto riguarda l’Olanda, lo scontro di questi giorni arriva non a caso nell’immediata vigilia delle elezioni legislative di mercoledì che potrebbero assegnare la maggioranza relativa al Partito per la Libertà di estrema destra (PVV) di Wilders. Per contrastarne l’ascesa, il premier Rutte e il suo Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia di centro-destra (VVD) hanno da tempo cavalcato l’isteria anti-musulmana, nella speranza di sottrarre voti all’estrema destra e distogliere l’attenzione degli elettori dalle politiche anti-popolari del governo.

L’accesa disputa con la Turchia coinvolge ad ogni modo quasi tutti i governi europei ed è appunto il risultato del rimescolamento strategico degli ultimi mesi sulla spinta della guerra in Siria, ma anche dello spostamento verso oriente degli equilibri economici globali.

Dopo la presa d’atto della fallimentare politica siriana del governo turco, basata sull’appoggio a formazioni ribelli fondamentaliste per forzare il cambio di regime a Damasco, Erdogan ha operato una drastica inversione di rotta, riallacciando le relazioni con Mosca e mandando ai minimi storici quelle con gli alleati della NATO.

I rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti si sono ulteriormente inaspriti dopo il fallito colpo di stato contro Erdogan dello scorso mese di luglio, secondo il governo di Ankara organizzato o quanto meno appoggiato proprio da Washington.

In questo quadro, è evidente che i governi occidentali auspichino una sconfitta di Erdogan nel referendum di aprile, in modo da favorire un’evoluzione degli scenari politici turchi che porti a un significativo indebolimento della posizione del presidente. Per fare ciò, da Berlino a L’Aia si sta cercando di privare Erdogan e la sua cerchia di potere di un palcoscenico importante in territorio europeo per promuovere le ragioni del referendum costituzionale.

Queste iniziative, tuttavia, oltre a essere di dubbia legalità e a non essere motivate da nessun autentico scrupolo democratico, rischiano sia di avere l’effetto contrario e di favorire Erdogan sia di contribuire ulteriormente all’avvelenamento del clima politico in Europa, favorendo l’ascesa dell’estrema destra alla vigilia degli appuntamenti elettorali che attendono vari paesi nelle prossime settimane.

 

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