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Lun
26 Giugno 2017
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La Corea tra missili e omicidi

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di Michele Paris

La penisola di Corea è da qualche settimana tornata al centro di delicate vicende internazionali che minacciano l’esplosione di un conflitto nel quale potrebbero essere facilmente coinvolte potenze nucleari come Cina e Stati Uniti. A riaccendere gli animi in Estremo Oriente è stato l’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump e il suo immediato innalzamento dei toni nei confronti sia di Pechino sia di Pyongyang, da dove continuano a giungere segnali tutt’altro che distensivi in risposta al persistente senso di accerchiamento del regime stalinista di Kim Jong-un.

Le tensioni già alle stelle sono state alimentate direttamente da Washington nella giornata di martedì, quando è circolata la notizia dell’inizio dell’installazione in territorio sudcoreano del sistema antimissilistico americano THAAD (“Difesa d’area terminale ad alta quota”). Questo impianto è stato fortemente voluto dal governo USA e serve a intercettare missili balistici a corto e medio raggio. Ufficialmente, il sistema dovrebbe proteggere la Corea del Sud da eventuali attacchi del vicino settentrionale e la sua installazione è stata infatti accelerata in seguito ai recenti test missilistici condotti da Pyongyang.

In realtà, il THAAD rientra nel quadro della strategia americana anti-cinese nel continente asiatico o, meglio, nei preparativi di guerra in atto da tempo contro Pechino. Il governo di questo paese è perfettamente cosciente della minaccia che il THAAD in Corea del Sud rappresenta per la propria sicurezza, dal momento che esso ridimensionerebbe in modo significativo il potenziale militare cinese.

Da Pechino sono state esercitate parecchie pressioni su Seoul per far naufragare il progetto antimissilistico americano, sfruttando i legami economici sempre più intensi tra i due paesi. I media ufficiali cinesi hanno da parte loro orchestrato una campagna per boicottare le aziende e i prodotti coreani. In particolare, di recente era stata presa di mira la catena di supermercati Lotte, la quale aveva venduto al governo di Seoul il terreno che dovrebbe ospitare il THAAD. Un ex generale dell’esercito cinese, in un commento pubblicato sulla testata on-line Global Times, aveva addirittura ipotizzato un attacco militare mirato in territorio sudcoreano per mettere fuori uso il THAAD.

L’implementazione del sistema antimissile, anche se già negoziata dall’amministrazione Obama, era apparsa subito una priorità di Trump, tanto che il suo segretario alla Difesa, James Mattis, aveva raccomandato al governo sudcoreano di stringere i tempi nel corso di una visita a Seoul lo scorso mese di febbraio. Una portavoce del contingente militare americano in Corea del Sud ha confermato che il primo dei cinque componenti del THAAD è giunto nel paese asiatico lunedì, mentre saranno necessari un paio di mesi per rendere il sistema completamente operativo.

L’insistenza americana è dovuta anche alle preoccupazioni legate all’incerta situazione politica in Corea del Sud. Il processo di impeachment che sta coinvolgendo la deposta presidente, Park Geun-hye, potrebbe portare a elezioni anticipate e al potere di qui a pochi mesi l’attuale opposizione di centro-sinistra contraria all’installazione del THAAD.

L’annuncio dell’inizio dei lavori ha seguito di un solo giorno il lancio di quattro missili balistici da parte del regime nordcoreano, tre dei quali precipitati in mare all’interno della cosiddetta “zona economica esclusiva” del Giappone. L’iniziativa è stata prevedibilmente bollata come l’ennesima irresponsabile provocazione di Kim. In realtà, essa non è altro che la risposta del regime all’annuale esercitazione militare “Foal Eagle” tra Stati Uniti e Corea del Sud.

Queste manovre sono sempre più imponenti e minacciose di anno in anno e prevedono ormai quasi apertamente prove di aggressione “preventiva” contro la Corea del Nord. A ciò va aggiunta poi la notizia, pubblicata dal Wall Street Journal settimana scorsa, che l’amministrazione Trump starebbe valutando la stesura di piani militari per rovesciare il regime di Kim nel quadro della nuova strategia USA nei confronti di Pyongyang.

Di fronte a queste minacce, il comportamento della cerchia di potere nordcoreana appare meno irrazionale di quanto sostengano i governi e i media occidentali. Detto questo, è altrettanto evidente che il militarismo e le provocazioni di Kim non fanno altro che aggravare la situazione nella penisola coreana, visto che forniscono continue occasioni agli Stati Uniti per rafforzare la propria posizione nella regione e, soprattutto, per esercitare pressioni sulla Cina, unico vero alleato di Pyongyang.

In questo quadro va inserita anche la vicenda dell’assassinio del fratellastro del leader nordcoreano, Kim Jong-nam, all’aeroporto di Kuala Lumpur, in Malaysia, con una sostanza tossica che gli è stata fatta inalare da due donne successivamente arrestate dalle autorità locali.

Il caso ha provocato un vero e proprio scontro diplomatico tra i due paesi, aggravatosi questa settimana dopo i provvedimenti adottati dai rispettivi governi. La Corea del Nord ha sempre respinto le conclusioni preliminari della Malaysia, chiedendo il corpo del fratellastro di Kim. Il governo malese è invece sulle tracce di sette cittadini nordcoreani che ritiene coinvolti nell’omicidio.

Tre di questi ultimi sarebbero ancora nel paese del sud-est asiatico e, secondo il governo malese, si troverebbero all’interno dell’ambasciata della Corea del Nord a Kuala Lumpur. Per questa ragione, la Malaysia ha deciso lunedì di espellere l’ambasciatore nordcoreano. A questa decisione è subito seguito un uguale provvedimento da parte di Pyongyang, anche se il primo rappresentate diplomatico malese in Corea del Nord era già stato richiamato in patria giorni fa.

Martedì, poi, il regime nordcoreano ha emesso un ordine di divieto di lasciare il paese per undici cittadini malesi, almeno fino a quando “l’incidente [dell’assassinio di Kim Jong-nam] non sarà risolto in maniera appropriata”. Il primo ministro malese, Najib Razak, ha reagito duramente alla misura decisa dalla Corea del Nord, accusando il regime di “tenere di fatto i nostri cittadini in ostaggio”.

In precedenza, le autorità della Malaysia avevano fatto sapere di avere aperto indagini su compagnie nordcoreane attive all’interno dei propri confini, gestite da spie e operanti clandestinamente nel traffico di armi. La Malaysia è uno dei pochi paesi, oltre alla Cina, ad avere rapporti cordiali con la Corea del Nord, ma le relazioni bilaterali si sono seriamente aggravate dopo la morte di Kim Jong-nam.

Molti aspetti dell’assassinio continuano a essere avvolti nel mistero e, al di là degli esecutori materiali, le ragioni che possono avere motivato un’operazione di questo genere sono difficili da individuare. La totale assenza di scrupoli del regime di Kim Jong-un potrebbe benissimo spiegare quanto accaduto all’aeroporto di Kuala Lumpur.

Il fratellastro del dittatore potrebbe essere stato ucciso perché rappresentava una potenziale alternativa “moderata” all’attuale regime, visto che in passato si era espresso, sia pure in modo prudente, a favore di un percorso “riformista” simile a quello cinese per il suo paese di origine. In particolare, Kim Jong-nam sembrava essere gradito da molti all’interno del governo di Pechino, il quale gli aveva garantito protezione nella sua vita da esule a Macao.

Anche se Kim Jong-nam aveva sempre escluso di essere interessato a svolgere un ruolo politico in Corea del Nord, la sua morte potrebbe essere un avvertimento, lanciato da Pyongyang a Pechino, a evitare qualsiasi trama volta a installare un regime più “responsabile” di quello attualmente al potere.

D’altro canto, è altrettanto evidente che un’operazione di questo genere comportava rischi non indifferenti, visto anche il momento estremamente delicato che la Corea del Nord sta attraversando dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. È difficile cioè credere che il regime non abbia considerato che l’assassinio in circostanze così clamorose del fratellastro di Kim, oltretutto in un paese “amico”, avrebbe suscitato una valanga di condanne internazionali, aumentando ancor più il cronico isolamento in cui si trova il paese.

Se le teorie cospirazioniste promosse principalmente proprio dalla Corea del Nord vanno prese quanto meno con cautela, il nuovo prevedibile putiferio scatenato su Pyongyang dalla morte di Kim Jong-nam ha contribuito ad alimentare il clima ostile verso il regime e a giustificare iniziative come quella dell’accelerazione dei lavori per l’installazione del sistema antimissilistico americano in Corea del Sud.

D’altra parte, subito dopo la diffusione della notizia dell’assassinio del fratellastro di Kim, i servizi segreti sudcoreani si erano affrettati ad annunciare che le responsabilità dell’operazione erano da attribuire al regime di Pyongyang. La presa di posizione era apparsa quanto meno sospetta, visto che le autorità malesi non si erano ancora espresse ufficialmente, e poteva sembrare un modo per far cadere qualsiasi ipotesi alternativa a quella proposta da Seoul.

Quale che sia la verità dietro ai fatti di Kuala Lumpur, essi sono stati comunque sfruttati da quanti si oppongono al regime nordcoreano e a quello cinese, così da aggravarne l’isolamento internazionale e contribuire a gettare le basi per la legittimazione di una possibile aggressione militare nel prossimo futuro.

 

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