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Dom
26 Marzo 2017
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Trump, Obama e il maccartismo di ritorno

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di Michele Paris

Mentre il presidente americano Trump ha firmato nella giornata di lunedì un nuovo ordine esecutivo per tenere fuori dagli Stati Uniti i cittadini di sei paesi a maggioranza musulmana, l’eco delle polemiche sull’accusa rivolta a Obama di avere ordinato l’intercettazione delle sue comunicazioni telefoniche non si è ancora spenta.

Il nuovo capitolo dello scontro in atto tra la Casa Bianca e gli oppositori della nuova amministrazione è solo l’ultima delle situazioni virtualmente senza precedenti registrate nelle ultime settimane. Ciò è la dimostrazione degli effetti laceranti che continuano a produrre sulla classe dirigente degli Stati Uniti il declino della posizione internazionale della prima economia del pianeta e le posizioni divergenti in merito alle decisioni in materia di politica estera che dovranno essere prese nei prossimi mesi.

In maniera poco sorprendente, Trump non ha presentato nessuna prova del presunto ordine di sorveglianza ai suoi danni che l’ex presidente Democratico avrebbe sottoscritto prima delle elezioni del novembre scorso. Le accuse a Obama erano state espresse in alcuni tweet scritti da Trump sabato scorso e poi seguite dalla richiesta del suo portavoce, Sean Spicer, di un’indagine del Congresso nel quadro di quella già annunciata sui rapporti con il governo russo del presidente e di alcuni membri del suo staff.

Singolarmente, i media ufficiali negli Stati Uniti hanno criticato Trump a causa dell’assenza di prove a supporto delle sue accuse, nonostante la vera e propria caccia alle streghe in atto da mesi sull’interferenza russa nelle elezioni americane sia basata allo stesso modo su dichiarazioni e rapporti di esponenti dell’apparato della sicurezza nazionale finora non confermati da nessun fatto concreto.

Vista la scarsa attitudine di Trump per la verità, è del tutto possibile che le recenti accuse a Obama siano un’invenzione per contrattaccare alle accuse sui suoi legami con Mosca. In molti hanno attribuito la mossa di Trump contro il suo predecessore al consigliere neo-fascista del presidente, Stephen Bannon. Ciò sembra avere una qualche attendibilità, anche perché il sito web di estrema destra che Bannon dirigeva prima di essere assunto da Trump, Breitbart News, il giorno prima dei già ricordati tweet del presidente aveva ipotizzato l’esistenza di un’operazione clandestina per sorvegliare l’allora candidato Repubblicano alla Casa Bianca.

L’inclinazione di Breitbart per le tesi cospirazioniste è ben nota, così come quella di altre fonti ultra-conservatrici che avevano ispirato l’articolo in questione. Tuttavia, alcuni dei precedenti che hanno fatto da sfondo alle accuse di svariate pubblicazioni di estrema destra contro Obama sono reali e sollevano più di un interrogativo.

Nel periodo precedente alle presidenziali, ad esempio, l’FBI aveva esaminato dei dati relativi a un “flusso di attività” tra un server usato dalla campagna di Trump e la banca russa Alfa Bank, i cui vertici, secondo i giornali americani, avrebbero stretti legami con il presidente Putin. Per questa indagine non ci sarebbero prove che l’FBI abbia ottenuto un mandato per intercettare il traffico di dati, anche se almeno una testata on-line di estrema destra lo aveva dato per certo.

Ancora, l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, generale Michael Flynn, era stato costretto alle dimissioni dopo che era emersa una discussione con l’ambasciatore russo a Washington sul possibile allentamento delle sanzioni imposte da Obama contro Mosca. Flynn era stato intercettato dall’FBI e, essendo implicato nella vicenda un membro di un governo estero, è estremamente probabile che in questo caso fosse stata richiesta e ottenuta un’autorizzazione al tribunale speciale per la sorveglianza (FISC).

Già a gennaio, inoltre, i britannici Guardian e BBC avevano citato due casi relativi ad altrettante richieste di sorveglianza da parte di agenzie federali ai danni di individui dell’entourage di Trump sospettati di avere legami con la Russia e perciò oggetto di indagini.

In definitiva, malgrado le smentite dei portavoce e di ex membri dell’amministrazione Obama, questi fatti indicano l’esistenza di un quadro investigativo, fatto anche di intercettazioni, diretto contro Trump e i suoi possibili rapporti con Mosca che non può fare escludere del tutto la possibilità che lo stesso attuale presidente sia stato tenuto sotto controllo dall’intelligence.

Coloro che respingono questa tesi fanno notare come non ci sia evidenza dell’iter legale che avrebbe portato al rilascio di un’autorizzazione specifica all’intercettazione. Tuttavia, visti i precedenti, prendere per buone le rassicurazioni sul fatto che Obama non abbia mai ordinato o avallato la sorveglianza di cittadini americani o che ciò non possa essere avvenuto in maniera illegale rappresenta un atto di estrema ingenuità. Soprattutto alla luce della gravità dello scontro che si sta verificando ai vertici dello stato americano.

La pesantezza del clima che si respira a Washington è risultata evidente anche domenica in seguito alla notizia che il direttore dell’FBI, James Comey, avrebbe chiesto, senza successo, al dipartimento di Giustizia di smentire le dichiarazioni di Trump sull’ordine di intercettazione di Obama. Anche il gesto del numero uno della polizia federale americana, così come quello del giorno prima di Trump, è stato estremamente insolito e sarebbe stato dettato dal timore che l’FBI venisse accusato di avere agito illegalmente.

Secondo il New York Times, i vertici dell’FBI non avevano inoltre richiesto nessun mandato per mettere sotto controllo i telefoni di Trump perché, se avessero fatto ciò, avrebbero “alimentato aspettative sul fatto che le autorità federali erano in possesso di prove significative” per collegare il presidente alla mai dimostrata campagna di Mosca volta a influenzare le elezioni. Prove che, evidentemente, nonostante il putiferio mediatico di queste settimane sembrano essere inesistenti.

Queste ultime vicende confermano ad ogni modo come la battaglia interna all’apparato di potere americano sia tutt’altro che risolta a meno di una settimana dall’intervento di Trump al Congresso che aveva generato commenti largamente positivi anche dai media che lo avevano attaccato sulla questione russa.

Già un paio di giorni dopo il discorso del presidente, il Washington Post era tornato infatti alla carica affermando che il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, prima delle elezioni dello scorso anno aveva incontrato in un paio di occasioni l’ambasciatore russo negli USA, senza informarne i membri della commissione del Senato incaricata di ratificare la sua nomina.

Sotto le pressioni della stampa, del Partito Democratico e di una parte di quello Repubblicano, Sessions aveva finito per chiamarsi fuori dall’indagine sulle presunte interferenze russe che dovrà condurre il suo dipartimento, smentendo di fatto un Trump che poco prima si era invece schierato a difesa del suo operato.

Le tensioni che stanno esplodendo negli Stati Uniti dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca sono la manifestazione di un conflitto che si sta consumando attorno alle priorità strategiche di Washington. Gli oppositori del presidente, in particolare nel Partito Democratico e sui media “liberal”, stanno cercando di convogliare le fortissime resistenze contro un’amministrazione di estrema destra verso una campagna anti-russa di stampo “maccartista” per ragioni ben precise.

Da un lato, questi ultimi intendono dare voce agli ambienti militari e dell’intelligence che hanno investito enormemente nella demonizzazione e nell’offensiva contro gli interessi della Russia, considerata il principale ostacolo alle mire strategiche americane, ostacolando perciò qualsiasi riavvicinamento a Mosca. Dall’altro, l’obiettivo è quello di impedire che il movimento di protesta popolare contro Trump assuma caratteri progressisti, ma venga piuttosto imbrigliato in un’agenda ugualmente reazionaria e guerrafondaia.

Così facendo, continua a non esservi quasi traccia di una reale opposizione politica all’ondata di iniziative ultra-reazionarie già adottate o promesse dal neo-presidente in queste prime settimane del suo mandato alla guida degli Stati Uniti.

 

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