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Sab
21 Ottobre 2017
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Fincantieri e la trappola francese

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di Antonio Rei

Sul caso Fincantieri-Stx l’Italia canta vittoria, ma rischia di farlo troppo presto. Dopo quasi un anno di querelle sulla società francese proprietaria dei cantieri di Saint Nazaire, la settimana scorsa Emmanuel Macron e Paolo Gentiloni hanno annunciato un accordo al termine del vertice di Lione.

Stx France sarà controllata al 50% da italiani e francesi, ma questi ultimi presteranno per 12 anni a Fincantieri un 1% della loro quota. Il gruppo triestino avrà così il 51% e controllerà la società. Non solo: nominerà 4 membri su 8 del Cda, tra cui presidente e amministratore delegato, e in caso di parità potrà far pendere l’ago della bilancia dalla sua parte. Il voto del presidente, infatti, varrà doppio.

Un trionfo italiano? Non proprio. Parigi potrà riprendersi l’1% prestato nel caso Fincantieri non rispetti gli impegni presi (ad esempio sul versante dell’occupazione o sul mantenimento della produzione in Francia) ma in questo caso l‘Italia potrà obbligare la Francia a ricomprare anche il 50% di Fincantieri ad un prezzo equo. Insomma, un’intesa siglata sul filo della diffidenza.

Tanto basta al nostro governo per dire di aver addirittura migliorato l’accordo precedente. Quello dello scorso aprile, quando Fincantieri, al termine di una gara internazionale, aveva acquistato dal tribunale di Seoul il 66,7% di Stx France con la benedizione dell’ex presidente francese François Hollande.

Il controllo dei coreani di Stx sui cantieri di Saint Nazaire non aveva suscitato alcuna protesta in Francia. Eppure a fine luglio, pur di non cedere la società a Fincantieri – che ha come primo azionista lo Stato italiano – Macron ha deciso di nazionalizzarla. Una “soluzione temporanea”, costata 80 milioni di euro, che Parigi ha dovuto prendere in tutta fretta per non far scadere il proprio diritto di prelazione sulle azioni dell’azienda.

Da lì in poi sembrava iniziato un muro contro muro. L’Italia non avrebbe mai potuto accettare un compromesso che negasse a Fincantieri il controllo su Stx France (il ministro Carlo Calenda ha parlato di “orgoglio nazionale”) e alla fine ha salvato la faccia. Ma come mai i francesi hanno ceduto, sia pure con la formula malfidata del prestito revocabile?

Lo hanno fatto perché nel frattempo la partita si è allargata a dismisura. La conclusione della vicenda Stx rappresenta solo il primo passo che porterà a un’operazione assai più ricca nel settore militare. Nei prossimi “sette-otto mesi”, Gentiloni dixit, Roma e Parigi lavoreranno alla fusione tra Fincantieri e Naval Group, colosso francese della difesa navale.

L’integrazione darebbe vita a uno dei giganti mondiali nella costruzione di ogni tipo di nave di superficie, capace di partire in pole position nella corsa alle più redditizie commesse militari. Il fatturato di questa “Airbus dei mari”, come già l’hanno ribattezzata in Francia, toccherebbe quota 10 miliardi.  A sigillare l’intesa potrebbe arrivare anche uno scambio azionario fra Fincantieri e Naval Group compreso tra il 5 e il 10%.

Sarà coinvolta anche Leonardo, che si è affrettata a reclamare un posto a tavola per una ragione ben precisa. Nel capitale del gruppo francese c’è al 35% Thales, diretto concorrente dell’ex Finmeccanica nella fornitura di sistemi di difesa. La sua forte presenza sui mercati esteri l’avrebbe certamente incoronata fornitrice di punta del nuovo polo militare francoitaliano, a meno di intese che coinvolgessero anche Leonardo. Intese che, lo ha confermato perfino Macron, arriveranno.

Il gioco dei francesi è abbastanza scoperto: assecondare senza troppe resistenze le richieste italiane su Stx France e Saint Nazaire per poi aggiudicarsi il controllo del business militare, prendendosi la rivincita in un settore molto più redditizio. L’aspetto positivo è che lo hanno capito tutti e c’è da sperare che i governi italiani (questo e il prossimo) sappiano prendere le contromisure. Quando una trappola è evidente, ça va sans dire, fa meno paura. Ma rimane una trappola.

 

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