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Sab
21 Ottobre 2017
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Sognando la web tax

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di Carlo Musilli

La web tax si avvicina. Forse. Dopo anni passati a eludere il fisco europeo per cifre miliardarie, dal 2018 i Golia di internet come Facebook, Google e Amazon potrebbero essere costretti a pagare cifre meno ridicole di quelle che sborsano oggi. Bruxelles ha finalmente preso un’iniziativa per affrontare il problema, ma la strada è ancora lunga e piena di ostacoli.

Le proposte sul tavolo sono tre. La prima prevede d’imporre una flat tax sul fatturato di queste multinazionali anziché sugli utili, assai più difficili da determinare. L’aliquota ipotizzata oscillerebbe tra il 2 e il 5%: un livello minimo, ma, visti i volumi, in grado di generare entrate pesanti. A lanciare l’idea sono stati i ministri dell’Economia di Italia, Francia, Spagna e Germania, ma all’Ecofin di Tallin si sono schierati a favore anche Grecia, Austria, Bulgaria, Portogallo, Slovenia e Romania. In tutto, 10 paesi.

Fra i critici c’è chi solleva dubbi sulla compatibilità di questa tassa con gli accordi internazionali di libero scambio sottoscritti a livello di Organizzazione mondiale del commercio.

Le altre due soluzioni di cui si discute sono una ritenuta alla fonte sulle transazioni digitali e un’imposta da applicare alle attività sul web (ad esempio il numero di articoli venduti da Amazon o i contratti pubblicitari stipulati da Facebook). Quest’ultima proposta è stata avanzata dal governo estone, presidente di turno dell’Ue. La Danimarca però ha messo in guardia: “C’è il rischio di tassare i prodotti, facendo ricadere il costo sui consumatori”.

Tutte queste iniziative puntano a smontare il meccanismo che oggi permette ai giganti del web di pagare le tasse dove preferiscono. In sostanza, le società sono libere di spostare i propri utili imponibili dai paesi in cui questi vengono prodotti ad altri che garantiscono aliquote minime.

Google, ad esempio, in Europa paga un’imposta tra lo 0,36 e lo 0,82% dei profitti, mentre Facebook versa appena lo 0,10% e Apple se la cava con uno 0,2% all’erario irlandese. Secondo la Commissione Bilancio della Camera, questo sistema sottrae ogni anno 5-6 miliardi di euro solo al Fisco italiano. Per intenderci, circa un terzo della prossima legge di Bilancio.

Com’è possibile che scorrettezze simili siano legali? Semplice: i codici internazionali del fisco prevedono che una multinazionale debba pagare le tasse sugli utili in un determinato paese solo se in quel territorio ha una "stabile organizzazione" (uffici, dipendenti, linee di produzione). Altrimenti può continuarle a pagare nella propria sede legale e fiscale, che quasi sempre è collocata in Irlanda, vero paradiso fiscale all’interno dell’Ue.

Questa normativa è evidentemente pensata per realtà di tipo industriale e non per aziende che producono montagne di fatturato in Paesi dove hanno solo un server e una segreteria. Per questo la proposta di Italia, Germania, Francia e Spagna vuole fare in modo che gli obblighi fiscali scattino anche se l’azienda non è presente fisicamente nel paese in cui produce utili: basterebbe una “presenza digitale significativa”, una sorta di “residenza virtuale”. Sulla carta sembra un concetto semplice, ma tradurlo in realtà sarà un’impresa.

In primo luogo per ragioni tecniche: come si identifica una “presenza digitale significativa”? Quali sono i criteri? Chi dovrà controllare? Sono tutti interrogativi cui bisognerà trovare una risposta entro i prossimi mesi.

Il problema principale è però un altro. In Europa le decisioni sul fisco vanno prese all’unanimità ed è ovvio che l’Irlanda non darà mai il via libera a un progetto che la priverebbe della sua rendita di posizione. Dublino può contare anche sull’appoggio di Olanda e Lussemburgo, che operano come paradisi fiscali in settori diversi dall’economia digitale, ma temono che la web tax aprirebbe una breccia in grado d’intaccare anche i loro privilegi. In altri termini, un accordo a livello Ue è quasi impossibile a causa del conflitto d’interesse fra i paesi più popolosi e quelli che prosperano sottraendo entrate fiscali agli altri.

Da sempre Dublino & Co. cercano di allontanare la questione sostenendo che una web tax avrebbe senso solo se strutturata a livello globale. Dopo anni di inerzia, la Commissione europea ha finalmente trovato il modo di replicare: ora Bruxelles riconosce che la soluzione ideale sarebbe un’iniziativa da parte dell’Ocse (che a inizio 2018 avanzerà le sue proposte al G20), ma afferma anche che in attesa dei difficili negoziati internazionali si può partire subito con soluzioni ponte nell’Ue.

Una bozza di cronoprogramma c’è già. Entro fine settembre la Commissione pubblicherà una prima comunicazione con le diverse opzioni per tassare le multinazionali digitali. A dicembre i ministri finanziari sceglieranno fra le varie ipotesi e il primavera l’esecutivo comunitario presenterà un progetto legislativo.

Se alla fine, com’è probabile, l’Europa non riuscirà a parlare con una sola voce, i principali membri dell’Unione potrebbero scegliere la strada della “cooperazione rafforzata”. Significa che solo una decina di paesi porterebbe avanti il progetto web tax, mentre tutti gli altri resterebbero indietro. Una soluzione tecnicamente possibile, ma fortemente sconsigliata da molti, perché danneggerebbe la competitività di alcuni paesi, dirottando investimenti e risorse dell’economia digitale verso i soliti furbetti del fisco. E a quel punto sarebbe pacifico che – per Google, Facebook, Apple, Amazon e compagnia eludente – l’Unione europea non andrà mai oltre l’Irlanda.

In ogni caso una soluzione va trovata. La web economy vale oggi il 10% del Pil dell’area Ue e tra una decina d’anni arriverà al 30-40%. Senza web tax, il mancato gettito fiscale diventerà così alto da mettere a rischio la sovranità fiscale dei paesi. E, in alcuni casi, anche i conti pubblici.

 

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