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21 Agosto 2017
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Trump, Messico e nuvole

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di Carlo Musilli

Ancora non ha messo piede nella Casa Bianca, ma ha già indotto il Messico alla guerra valutaria e rischia di fare altrettanto con la Cina. Che Donald Trump non conosca il significato della parola “diplomazia” è chiaro a tutti perlomeno dal 25 novembre, quando festeggiò la morte di Fidel Castro insultandolo. Purtroppo, da allora il neopresidente Usa non ha ammorbidito granché il suo piglio da cowboy di Manhattan e oggi, accecato da una sorta di machismo protezionista, rischia di danneggiare non soltanto l’economia degli Stati Uniti.

Nei giorni scorsi Trump si è scagliato via Twitter contro i costruttori di automobili che fabbricano vetture in Messico per poi venderle negli Usa, minacciandoli d’introdurre “dazi altissimi” alla dogana. L’anatema ha già prodotto un risultato importante: subito dopo le parole di Trump, la Ford ha cancellato un investimento da 1,6 miliardi di dollari per la costruzione di una nuova fabbrica nel Paese centramericano. Naturalmente, l’azienda sostiene che la decisione sia dovuta a un normale cambiamento nelle “scelte di mercato”, non alla paura di ritorsioni governative.

Eppure, solo il mese scorso l’amministratore delegato Mark Fields aveva detto che ormai era troppo tardi per tornare indietro. Si sbagliava di grosso: in un batter d’occhio Ford ha addirittura reindirizzato parte dei soldi destinati al Messico, circa 700 milioni, all’ampliamento della fabbrica americana di Flat Rock. E il buon Donald non ha perso l’occasione per marcare il territorio con il solito tweet: “Ford cancella fabbrica in Messico e investe in Michigan grazie alle politiche di Trump”.

Quanto agli altri due colossi destinatari delle minacce, General Motors e Toyota, hanno avuto la dignità di non inginocchiarsi subito ai piedi del grande capo, ma difficilmente sfideranno la Casa Bianca negli anni a venire pur di rimanere fedeli ai propri piani industriali. Secondo Carlos Ghosn, numero uno di Renault-Nissan, i costruttori di auto “sono pragmatici e si adegueranno” alle nuove regole dell'amministrazione Trump, “a patto che siano uguali per tutti”. E fra le aziende coinvolte rientra anche Fca, che possiede in Messico nove impianti di produzione e assemblaggio con oltre 10mila addetti totali.

Non a caso, ieri Fiat Chrysler ha giocato d'anticipo annunciando a sorpresa un investimento da un miliardo di dollari per la produzione di tre nuovi modelli Jeep (Wagoneer, Grand Wagoneer e un nuovo pick up) negli stabilimenti di Warren (Michigan) e Toledo (Ohio), con la creazione di 2mila nuovi posti di lavoro. Non solo: "L'investimento a Warren permetterà alla fabbrica di produrre il furgone scoperto Ram Heavy Duty, attualmente prodotto in Messico", precisa il gruppo.

D’altra parte, i siparietti sulle automobili non sono affatto un caso isolato. Ancor prima delle presidenziali Usa, gli sproloqui di Trump sul muro anti-immigrati da costruire lungo la frontiera meridionale (una promessa che continua a eccitare l'anima razzista dell'America profonda) era bastata ad affossare il valore del peso. 

Ora, forse Trump non ci aveva pensato, ma dopo tante provocazioni c’era da aspettarsi una reazione del Messico, che puntualmente è arrivata: la settimana scorsa la Banca centrale messicana ha venduto in una sola mattina almeno un miliardo di dollari in valuta Usa, risollevando in parte le quotazioni del Peso messicano. Il direttore delle operazioni nazionali dell’istituto, Juan Garcia, ha confermato le vendite e ha aggiunto che sarebbero continuate nel corso della giornata, senza però specificare l’importo.

Inizia così un gioco pericoloso, fatto di attacchi e ritorsioni su dazi e tassi di cambio. Spesso Trump viene accostato a Reagan in quanto outsider arrivato a sorpresa alla Casa Bianca, ma proprio il confronto fra questi due presidenti dà la misura della distanza che separa la destra americana di oggi da quella dei decenni scorsi: dal turbo-liberismo al cieco protezionismo, la parabola ormai è completa. Gli esiti della prima impostazione ideologica si sono rivelati disastrosi, come abbiamo imparato dalla crisi del 2008 in poi. Quelli della seconda, nell’economia globalizzata, sono ancora un mistero, ma le premesse non fanno ben sperare.

In questo scenario, infatti, non è certo il Messico a destare le maggiori preoccupazioni. La domanda che circola con più insistenza fra analisti e commentatori è un’altra: cosa succederebbe se la Cina, altro obiettivo degli attacchi di Trump, seguisse l’esempio della Banca del Messico? Secondo Martin Wolf, chief economist del Financial Times, la leadership occidentale nell’economia globale potrebbe volgere al termine.

Ma i britannici, si sa, hanno il gusto delle previsioni apocalittiche (indimenticabile la panzana sulle 8 banche italiane che sarebbero fallite in caso di vittoria del No al referendum costituzionale). E in fin dei conti, magari nei prossimi mesi Trump capirà che la campagna elettorale è finita e che dovrebbe iniziare a comportarsi da presidente. O, perlomeno, qualcuno potrebbe spiegarglielo.

 

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