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24 Marzo 2017
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Società

Mense scolastiche: controlli, sprechi e buon cibo

Mense scolastiche: controlli, sprechi e buon cibo

di Tania Careddu

Tra nuovo Codice degli appalti, proposta di legge in discussione alla commissione del Senato sulla ristorazione collettiva e la recente sentenza della Corte d’Appello di Torino sulla legittimità di portare il pranzo da casa, le mense scolastiche sono nell’occhio del ciclone. Qualità, sicurezza, igiene, trasparenza, costi, sprechi, rifiuti e rette, gli indicatori che stabiliscono l’efficienza o meno del servizio di ristorazione scolastica. Che, però, in una scuola su quattro non avviene in un locale mensa ma utilizzando aule normalmente adibite alle attività ordinarie.

Quando presente, comunque, non eccelle dal punto di vista della sicurezza: circa una scuola su tre ha l’impianto elettrico e antincendio solo parzialmente adeguati, oltre un terzo non è dotata di porte con apertura antipanico, una su dieci presenta segni di fatiscenza e nel 14 per cento si rileva la presenza di barriere architettoniche negli accessi.

Rumorose, male e scarsamente arredate, secondo i dati rilevati lo scorso giugno dai carabinieri dei Nas, riportati nel dossier "Mensa a scuola: costi, qualità e…nuove prospettive", redatto da CittadinanzAttiva. In una mensa su quattro sono state riscontrate gravi irregolarità e per trentasette è stata disposta la chiusura. Tra le principali violazioni penali, cinquantotto riguardano la frode in pubbliche forniture, ventitré il commercio di alimenti nocivi, dieci di quelli in cattivo stato di conservazione.

Tra quelle amministrative, seicentonovantacinque hanno come oggetto le carenze igienico-strutturali, ventuno l’assenza di tracciabilità nell’etichettatura degli alimenti e otto l’inottemperanza alla normativa sul divieto di fumo. Risultato: quattromila e duecentossessantaquattro chilogrammi di cibi sequestrati per pessimo stato di conservazione, alterati e privi di etichettatura e tracciabilità.

Però, se l’86 per cento degli alunni ignora (comprensibilmente) la provenienza dei prodotti, docenti e genitori apprezzano il rispetto della stagionalità e l’utilizzo di quelli biologici: il cibo è qualitativamente buono e sufficiente per due insegnanti su tre e oltre la metà dei bambini confessa di lasciare una parte dei cibi, non rinunciando quasi mai a gelato e pizza, pane e carne. Meno amati, verdure, minestre e pesce. Avanzi che, secondo un’indagine condotta dall’Osservatorio sulla ristorazione collettiva e nutrizione, nel 12,6 per cento di un pasto cucinato per ciascun alunno, si trasformano in spreco, e sono quantificabili in circa diciotto centesimi a pasto.

Considerato in poco più di quattro euro e cinquanta  il prezzo unitario medio del pasto per la ristorazione scolastica a carico delle aziende di ristorazione collettiva che lo erogano, ogni anno una famiglia tipo spende oltre settecento euro per pagare la mensa scolastica.

Con differenze tra Nord e Sud: Livorno e Ferrara sono al primo posto nella top ten delle città più care, Barletta è quella più economica, insieme a molti altri capoluoghi del meridione, eccezion fatta per Potenza e Tempio Pausania, che rientrano fra le dieci città più costose.

Oltre che un’opportunità preziosa per garantire un pasto corretto ed equilibrato, tralasciando la presenza negli istituti di distributori automatici di bevande e snack tutt’altro che salutari, la mensa rappresenta pure un’importante occasione di socializzazione, essendo un’esperienza positiva per la stragrande maggioranza degli studenti che possono “mangiare con calma, fare una pausa, disporre di un ambiente piacevole e di un menu vario”. Non gliene vogliano le mamme italiane.

 

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